Il Capodanno del 2000

(Questo brano è tratto dal romanzo “Cronache Urbane”).

Il Capodanno del Duemila sarebbe stato memorabile. Se ne iniziò a parlare fin dall’estate, ci trovavamo in un campeggio sul litorale toscano, confusi tra un tormentone di Alexia, le nottate in spiaggia e i ripetuti tentativi di fare colpo su un gruppetto di ragazze milanesi. Eravamo giovani universitari che avevano già abbandonato l’adolescenza senza rendersene conto, come accade a chi non ha nulla a cui pensare. Erano gli anni Novanta, fucina del disimpegno, mentre il mondo cambiava sotto i nostri piedi. La discoteca come luogo-simbolo di una decade. Tanti ammiccamenti, presunti più che reali, e i patetici tentativi di arginare la fame con i miseri buffet freddi offerti con il biglietto d’ingresso.

Il Capodanno del Duemila non sarebbe stato il solito Capodanno. Quello del Piper, del Kaos o del Goa, dei timpani feriti dalla musica chiassosa e ininterrotta, delle escursioni termiche per accompagnare fuori dal locale gli amici che fumavano, della consueta insoddisfazione finale, quando ti ritrovavi in macchina con le stesse quattro persone con cui eri arrivato, non avevi conosciuto nessuna ragazza e scaricavi le colpe sulla logistica. Nessun divanetto, nessun angolo silenzioso, nulla che potesse facilitare un approccio. Coraggio e faccia tosta: le solite assenti a tradimento.
Il Capodanno del Duemila non sarebbe stato un Capodanno per coppiette. Nessuno di noi era fidanzato, per cui guardavamo con manifesto sarcasmo quelli che, al di fuori della nostra cerchia, prenotavano una stanza d’albergo a Prati, a Monte Mario oppure all’eur, per fare l’amore per la prima volta. Quella notte. Era invidia, in realtà, l’invidia verso chi, assecondando i luoghi comuni, non aveva difficoltà a scegliere. Era la possibilità di non dover scegliere, e di fare quello che la massa si aspettava dalla nostra età.
Il Capodanno del Duemila era un appuntamento con la Storia, quella con la S maiuscola, quella che finora non ci aveva neppure sfiorati. Eravamo una generazione di passaggio, di puri e disinteressati spettatori di enormi cambiamenti. La caduta del Muro, la Guerra del Golfo, tutti eventi che sarebbero stati raccontati sui libri, ma che avevano mostrato pochi impatti diretti nelle nostre vite, a parte la possibilità di viaggiare low cost verso Praga, Budapest e Cracovia. Anche il 1992 era passato senza lasciare traccia su di noi, ragazzini disinteressati nel nostro mondo di piccolezze. Il Capodanno del Duemila invece era trasversale, lo avrebbero vissuto tutti gli uomini della nostra epoca, e noi volevamo celebrarlo al massimo, quasi a surclassare con le nostre grida i rumori di fondo generati dai restanti sei miliardi di persone.
Il Capodanno del Duemila avrebbe sancito il cambiamento di tante cose, ma non sapevamo ancora quali. La sera del 31 dicembre si tiravano molte somme. C’era chi coglieva l’opportunità per dichiararsi, chi si riprometteva obiettivi più o meno importanti, più o meno irraggiungibili, chi decideva se chiudersi un capitolo alle spalle e iniziare una nuova vita, chi litigava furiosamente e usciva dalla comitiva. Durante la notte di San Silvestro emergeva uno spartiacque designato, una forzatura degli eventi che non era magia, e che quasi sempre nasceva dalla ricorrente delusione.
Il Capodanno del Duemila mi faceva un po’ paura. Ero stato un bambino durante gli anni Ottanta imperanti di ottimismo, dove pubblicità di famiglie perfette e di peccaminosi liquori si alternavano senza alcuna distinzione a qualsiasi orario, dove le possibilità erano certezze, e viceversa. Non ho ricordi chiaroscuri di quel tempo, il male somigliava a Gargamella, il cattivo dei Puffi, tutto sembrava condannato, prima o poi, a un happy ending. Negli anni Novanta, assieme al corpo che cambiava, arrivarono anche le prime delusioni e disillusioni. I nonni iniziarono a invecchiare e ammalarsi, gli zii a divorziare. Visti col senno di poi, furono comunque anni felici, ma c’era quella sensazione di un paracadute che s’assottigliava progressivamente, e che presto o tardi non avrebbe più funzionato a dovere. Gli anni Novanta si chiusero nell’ansia e nella preoccupazione, in qualsiasi campo. Era l’autunno del 1999 e migliaia di consulenti stavano per entrare nel mondo dell’informatica per non abbandonarlo più. Millennium bug, l’avevano soprannominato, l’incapacità dei calcolatori di gestire la seconda cifra all’inizio del datario. Le aziende erano andate nel panico, soprattutto le banche, che avevano trascurato per decenni l’evoluzione tecnologica dell’informazione. Persone in grado a malapena di accendere un pc vennero elette a guru e salvatori, finendo strapagati dai clienti che non sapevano che pesci pigliare. Il millennium bug non era che una goccia nell’oceano, qualcosa che interessava gli addetti ai lavori o poco più, ma nascondeva una grande verità. Questo Duemila faceva un po’ paura a tutti. Cosa c’era, quindi, da festeggiare?
Il Capodanno del Duemila era la grande occasione di Antonio Brughetti, tarchiato e butterato amante delle moto potenti e del cibo ipercalorico, frequentatore perimetrale di ambienti pariolini, bramoso di abbandonare il ruolo di zerbino delle tipe della Roma bene per divenire uno snob richiesto e difficile alle lusinghe. Antonio aveva le sue fisse, il Kawasaki zxr Ninja era la prima, la seconda era pendere dalle labbra di Claudio, il suo amico più caro, punto di riferimento della nostra comitiva. Claudio Sannino non era pariolino, non era neanche nato a Roma, era piombato in città e nelle nostre vite all’età di quindici anni e non ne era più uscito. Si diceva fosse di origini campane, ma parevano annacquate. Alto, palestrato, dai capelli crespi e il naso importante, aveva quel modo di fare simpatico e sornione che ci convinceva, tutti i sabati sera, ad aspettarlo almeno mezzora sotto casa. Sarebbe disonesto affermare che il solo Antonio fosse ammaliato dal carisma dell’amico. Aveva la forza della persuasione dalla sua, quel modo disinvolto di rispondere o di avere una soluzione a tutto, la verità in tasca.
Abitava in via Piccolomini, una strada seminascosta tra l’Aurelia Antica e via Gregorio VII, residenza di direttori di banca, finanzieri e imprenditori ignoti al fisco. Si vedeva la cupola di San Pietro in fondo alla strada, e ogni anno, alla mezzanotte del 31 dicembre, centinaia di ragazzi si incontravano in quel punto per stappare bottiglie ed esplodere petardi, prima di riprendere la loro corsa tra piazze, locali e confusione. Il rito pagano che si mescolava con il panorama sacro, una strada residenziale ed esclusiva che per una notte tornava a essere di tutti.
Il Capodanno del Duemila non lo avremmo passato su via Piccolomini. Claudio ce lo giurò solennemente, come se si trattasse di un affronto anche solo immaginarlo. Aveva intessuto contatti con degli amici dei fratelli, gente che organizzava eventi trecentosessantacinque giorni all’anno e che ci avrebbe ben indirizzati. Queste parole Claudio ce le disse verso la fine di ottobre, e a quel punto tutti finimmo d’interessarci alla questione.
Come ogni Capodanno, anche questa volta ci affidammo ciecamente alle idee del nostro amico, che tutti i fine settimana si faceva scarrozzare in giro per Roma da Antonio. Avevano un patto, i due. Claudio era il centravanti, addetto a rompere il ghiaccio con le ragazze, quello sicuro di sé e con una buona dose di sfrontatezza. Riusciva ad attaccare bottone con tutte, e dopo un po’ subentrava Antonio. L’intenzione era di sfruttare la leva dell’amico per dire la sua con un’atmosfera già favorevole, ma l’esecuzione era pessima. Antonio era timido e impacciato, non riusciva a pronunciare frasi di senso compiuto, annuiva il capo con mosse casuali. Il patto funzionava, ma solo per Claudio, che rimorchiava con facilità. Le serate si chiudevano con Antonio che recriminava, e Claudio costretto a giustificarsi per l’ennesimo numero di telefono ricevuto.
Il Capodanno del Duemila si concretizzò pochi giorni prima della data, quando apprendemmo di essere stati indirizzati verso una festa in una villa di Grottaferrata. Perché arrivare fino ai Castelli? Claudio pontificò a lungo per farci digerire quella soluzione. La villa era in un’ottima posizione, panoramica su Roma, e ci sarebbe stata bella gente, il divertimento era assicurato, ma niente del caos tipico del centro storico. D’altronde, tutte le persone benestanti ormai fuggivano dalla Capitale per andare a vivere lì. Nessuno fiatò, tutti tirammo fuori la nostra banconota da centomila lire, pur avendo saputo che i fratelli di Claudio non sarebbero venuti con noi. Non mi stupì, dopotutto erano dei trentenni e ci consideravano bambini. Antonio si mostrò soddisfatto, avrebbe potuto parlare con persone che vivevano più in periferia di lui, e darsi un tono. Una ragazza di paese, magari benestante, era pur sempre una donna, e l’astinenza non ammetteva discriminazioni.
La sera del Capodanno del Duemila, il più importante delle nostre vite, Claudio legittimò l’occasione facendosi trovare puntuale. Eravamo in cinque, tutti rasati, profumati e con le camicie nuove di confezione. Emiliano e Gaetano, i più seriosi, entrambi figli di graduati militari di casa dalle parti del Forte Bravetta, avevano addirittura osato il completo blu. Gaetano, con quel suo fare saccente solo attenuato dallo sguardo buffo e miope, mi squadrò poco convinto.
«Almeno stasera, potevi evitare i jeans.»
«Sono jeans neri.»
«Quindi? Sempre jeans sono.»
«Sono più eleganti.»
Con la macchina truccata di Antonio, una Panda che riusciva a sviluppare una potenza di cento cavalli, traversammo a fatica il traffico di Trastevere e dell’Ostiense, poi da Piramide puntammo San Giovanni e all’altezza della Coin girammo a destra verso piazza dei Re di Roma. Eravamo allegri, chiacchieravamo della festa che ci attendeva, passavamo in rassegna le installazioni che i vari comitati di quartiere avevano preparato per festeggiare la mezzanotte, sebbene nessuna ci convincesse appieno. Quello era il Capodanno del Duemila, non un Capodanno qualsiasi. Superati l’Alberone e il caffè Cantù, ci mettemmo un attimo a sfrecciare su via della Cave e ci infilammo sulla Tuscolana. Finalmente la strada era libera, la maggior parte della gente stazionava dalle parti del centro, solo noi andavamo fuori. Passata porta Furba, il quartiere era una sfilata di alti palazzoni tutti uguali. Le traverse si differenziavano soltanto per il nome della fermata della metropolitana. Dopo una lunga sequela di semafori ci lasciammo alle spalle Cinecittà e ci dirigemmo spediti verso i Castelli.
A Grottaferrata, in realtà, non arrivammo mai. Non alla villa, perlomeno. Trovammo il traffico bloccato su via dei Salè, la strada più esclusiva che univa il paese al limitrofo comune di Frascati. In fondo alla salita, sirene di autoambulanze e volanti della polizia ci giungevano ovattate dalla distanza. Iniziai a sbuffare, appannando il vetro che rifrangeva le luci dell’inattesa coda, e Antonio spense il motore. Dopo una ventina di minuti notammo un vigile urbano avvicinarsi alla nostra fila, facendosi lentamente largo tra le vetture. Claudio abbassò il finestrino e chiese spiegazioni mostrando il biglietto della festa, ma l’uomo scosse subito il capo.
«Vi consiglio di tornare indietro, ragazzi. Non si fa più la festa, è successo un casino.»
«Come, scusi? Che significa?»
«Quei mascalzoni hanno venduto troppi biglietti, la gente si è innervosita e ha iniziato a distruggere tutto. Si è anche alzato un incendio, e stiamo cercando di liberare la zona, per questo da qui è tutto bloccato.»
L’ufficiale stirò il collo per andare con gli occhi oltre la nostra auto, ma la fila sembrava già interminabile. Ci guardammo raggelati, poi fissammo Claudio, che ritirò il capo fuori dal finestrino.
«Ma se aspettiamo qui per un po’?»
«Forse non hai capito, bello. La proprietà ha denunciato gli organizzatori, e ora la polizia sta sequestrando l’immobile per i rilievi. Circolare!»
Il vigile ci superò, andando a informare qualche altro velleitario che strombazzava il clacson. Non avevo mai visto Claudio così scuro in volto. Antonio s’era innervosito più di tutti, e giocherellava con la leva del cambio.
«Spero che i tuoi amici recupereranno i nostri soldi. Almeno quelli.»
«Calma, stiamo calmi. Di certo non li riavremo stasera. Ora dobbiamo solo pensare a un’alternativa. Ho già un paio d’ideuzze.»
Invertimmo il senso della nostra marcia, ma trovammo comunque molto traffico all’altezza dell’incrocio tra l’Appia e la Nettunense. La grande fuga era iniziata da un pezzo, e tutti si stavano dirigendo verso il centro. A Capodanno è così, se ti salta il programma puoi sempre sperare nel concerto gratis. Basta che non sia troppo freddo, al limite ti copri bene.
Eravamo silenziosi e tristi, nessuno badava più a cosa ne sarebbe stato del nostro Capodanno speciale. Come ogni volta in cui ci caricavamo troppo di aspettative, la realtà ci esplodeva tra le mani, non lasciandoci nulla di concreto. Guardavo fuori dal finestrino buio, sperando in una soluzione comoda della serata, come quando puntavamo a entrare nel locale notturno alla moda, e mollavamo la presa sconfitti da una fila mostruosa o da una selezione che puniva l’assenza di donne in comitiva, e riparavamo in qualche pub anonimo e senza attrattive speciali, di quelli che n’era piena Portaportese. Passavamo due o tre ore a bere birra e chiacchierare del nulla, e poi uscivamo dandoci il cambio con le prime bancarelle, installate per il mercatino della domenica. Nel Capodanno del Duemila non azzardai alcuna proposta, come sempre. Le mie iniziative non erano mai individuali ma legate al gruppo, e dal gruppo dovevano provenire.
Il Capodanno del Duemila fu comunque memorabile, in un modo o nell’altro.
Le ideuzze di Claudio si concretizzarono nel chiedere asilo ai suoi, che avevano i parenti a cena. La nonna e la zia giocavano a canasta, la madre faceva la spola frenetica tra cucina e salone, e ci rimpinzava di specialità partenopee di ogni tipo. Un nuovo millennio si faceva largo nelle nostre vite, e noi lo accogliemmo a colpi di sette e mezzo sul grande tavolo ovale ricoperto dal panno verde. Antonio borbottò a lungo, poi passò la sera a fissare la cugina diciottenne di Claudio. Riuscì a scambiarci due parole solo quando scendemmo in strada, su via Piccolomini, per brindare e vedere i fuochi con lo sfondo di San Pietro. Le due frasi, non impegnative, furono: «Hai freddo?» e «Bella serata, vero?».
La cugina di Claudio, annoiatissima, andò a dormire non appena rientrammo nell’ampio appartamento. Antonio se ne lamentò con l’amico, che si era già dimenticato del fallimento della sua proposta iniziale.
«Non credevo avessi bisogno del mio aiuto. Mia zia mi racconta sempre che Enza ne combina di cotte e di crude giù a Napoli e anche per questo ha preferito portarla a Roma per il Capodanno.»
«Beh, io l’ho fissata per tutta la cena, ma se n’è ben guardata di mandarmi un segnale.»
«Intavolare una discussione, no?»
«Sono più bravo a guardare che a parlare. Se non ti colpiscono i miei occhi verdi, di cosa vogliamo discutere?»
Per qualche settimana, Antonio ritirò fuori la storia della cugina di Claudio poi, per fortuna, la piantò. Per il resto, non riavemmo mai i nostri soldi, e persi anche ventimila lire a poker.
La nonna di Claudio ci ripulì tutti.
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