Quelli che abitano a Trastevere

Quelli che abitano a Trastevere sembrano essere gli appartenenti ad una setta: si sa che esistono, ma non si sa chi sono. Anche l’atteggiamento di chi, seppur romano, non è incluso in questo selezionato gruppo, si divide tra mitizzazione e invidia di classe.

Per un ragazzo cresciuto nella nuova periferia capitolina, quella che è nata negli ultimi quindici anni tra i confini virtuali del GRA e i paesi dell’hinterland, andare a Trastevere per locali è come fare una gita in un’altra città, dopo essersi lasciati alle spalle i quartieri-fantasma dai viali eternamente incompleti.

A Trastevere non ci sono spazi da completare, o lampioni da accendere, o posti da riempire. Tutto è ristretto e avvolgente, quando ti giri in quei vicoli che sembrano disegnati su una litografia di Escher. E nelle sere della movida, il venerdì o il sabato, qualsiasi ragazzo non può fare a meno di alzare lo sguardo, verso l’ultimo piano. Nel cuore di Trastevere l’ultimo piano è il terzo, non esistono palazzoni a coprire il cielo.

Le persiane sempre aperte, gli interni sempre illuminati. Così appaiono le finestre, nel percorso tra via della Paglia e piazza Trilussa. Sembrano quasi fornire un supporto all’illuminazione stradale, ma nessuno si affaccia mai da quelle finestre. I vetri restano chiusi, dalla strada si riescono a sbirciare alcuni quadri sulle pareti, parti del mobilio, nulla di più. La luce richiama alla presenza, ma l’assenza ricade pesante sui curiosi che inanellano le stradine alla ricerca di un drink, un cornetto o di un trancio della pizza campione del mondo. Certe volte si ha l’impressione di osservare un presepe più che un quartiere, e l’effetto-meraviglia è assicurato.

Anche Gaspare, l’edicolante di Piazza Mastai, che a Trastevere ci era nato, viveva questa sorta di disagio verso la piega che aveva preso la vita, da quelle parti. Da quindici anni si era trasferito nei pressi di viale Guglielmo Marconi, a Piazzale della Radio, ma l’attività di vendita dei giornali lo portava a costante contatto con persone di ogni tipo che continuavano a vivere nel quartiere natio.

Tra i suoi clienti più affezionati, Gaspare non poteva non ricordare Rodolfo Lucherini, che abitava in via Manara e che tutte le mattine passava in edicola a ritirare la rassegna che il giornalaio gli aveva messo da parte. Negli anni i due avevano costruito un bel rapporto che li aveva portati, col tempo, a condividere momenti anche più intimi come un caffè al bar, oppure due chiacchiere su quel che stava avvenendo nel mondo. Cosa potevano avere in comune la prima firma di un quotidiano nazionale ed un semplice edicolante? Lucherini era in realtà di origini umili, e nei discorsi costruiti sul passatismo e sui tempi che furono trovava sempre una sponda in Gaspare. Presi in mezzo alla folla che si accalcava dentro Castroni, quanti trasteverini avrebbero riconosciuto? Adesso, poi, Castroni non c’era neanche più, a Trastevere…

via_manara

Se l’assenza genera curiosità, e la curiosità costruisce la leggenda, sono gli echi mediatici a rendere ben più reali e odiati gli abitanti di Trastevere. Invisibili agli occhi, essi si riuniscono in comitati di quartiere che protestano contro i costanti rumori, i problemi di viabilità, l’impossibilità di parcheggiare. Non sembrano consci di non aver acquistato o affittato una casa in un quartiere normale, oppure vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Il sentimento di antipatia tocca delle vette quando si chiama in causa la tassa più odiata dagli italiani, l’IMU. In quel di Trastevere molti degli appartamenti sono ancora accatastati come A/4, edilizia popolare, con rendite bassissime nonostante il mercato certifichi come si tratti, in realtà, di residenze di lusso.

Effetti della gentrificazione, la più nota tra le tante che si sono susseguite nei decenni a Roma. Dov’erano finiti i veri e vecchi trasteverini, quelli come Gaspare? Erano scomparsi, i romani di sette generazioni. Se la curiosità avesse spinto le persone fin sotto i citofoni dei palazzi, molti si sarebbero accorti di come quegli immobili fossero in larga parte intestati a società, enti o istituzioni, che li utilizzavano come sedi di rappresentanza, o come punti di appoggio per dirigenti trasfertisti. Dalle parti della movida è così, tutto sa un po’ di finta romanità, al pari dei menu turistici nei ristorantini tipici.

A Gaspare la movida non era mai piaciuta. Un certo sano pudore gli aveva però impedito di sputarci sopra, perché era stato grazie ad essa, e alla bolla immobiliare, che era riuscito a vendere quel piccolo bilocale dietro piazza Sonnino, appartenuto per quattro generazioni alla sua famiglia, per finire col comprarsi un cento metri quadri terrazzato. Era stato tra i primi a cedere all’avanzata dei radical-chic su Trastevere, a cavallo tra i due millenni. Lo scorso anno Rodolfo era andato in pensione, e aveva lasciato il posto in redazione al figlio Riccardo. Rodolfo e la moglie si erano trasferiti nella loro villa a Grottaferrata, lasciando l’appartamento di via Manara a Riccardo e alla compagna Alessandra, un’attivista per i diritti civili che fino a qualche mese prima scriveva gratis sui blog di settore, ma che con l’aiuto del suocero era riuscita ad entrare nell’ufficio stampa della FAO.

Quando vuole riassaporare un po’ di gusto trasteverino, Gaspare si reca dalle parti di San Cosimato, ai piedi del Gianicolo, tra il mercato rionale e l’ospedale Regina Margherita. Lì il folklore artefatto a scopo turistico sfuma un po’ verso la semplicità popolare. I ricordi degli anziani reduci, quelli legati all’epoca in cui Trastevere era “periferia”, non bastano però a suggellare l’incantesimo. Gli anni sono passati, le quotazioni anche, e Trastevere ha somatizzato da tempo il passaggio dal pecorino romano al Camembert della Normandia.

Provano a confondersi nella folla, i radical-chic, e il più delle volte ci riescono. Uno come Riccardo, per esempio, Gaspare l’aveva visto crescere: da bambino veniva spesso col padre in edicola per comprare le figurine dei calciatori. Adesso passa di rado davanti al suo chiosco, con un cenno di saluto, ma non si ferma mai per comprare i giornali. Preferisce fare la rassegna online, su Internet, e poi in redazione ha a disposizione tutti i giornali che gli servono. Ovviamente, li aveva anche suo padre. Gaspare trovava subito gli articoli di Rodolfo, appena apriva i pacchi con le ultime edizioni, perché erano sempre in prima pagina. Per trovare i pezzi di Riccardo deve andare oltre la trentesima pagina, nella cronaca locale.

Ai radical-chic piace sfoggiare quel falso understatement di chi si merita di abitare in quei posti perché ne apprezza realmente la natura. Organizzano eventi sull’agricoltura biologica, dibattiti sulla nouvelle vague o concerti di jazz fusion alla Festa de’ Noantri. Finché non te li ritrovi alla guida di un SUV mentre provano a farsi strada nel Vicolo del Cinque, magari per scaricare in gran fretta i bagagli, al rientro dal loro weekend in Toscana, gli sguardi tra il trafelato e lo stizzito, che malcelano frasi come “Questo quartiere è diventato impossibile”, “Meglio abitare fuori” o giù di lì. Ma non li nota nessuno, i radical-chic, perché i passanti gettano sempre gli occhi sulle finestre al terzo piano, cercando di sbirciare quelli che abitano a Trastevere.

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