L’ingorgo

La vita di Teresa iniziò a peggiorare in concomitanza dei lavori per l’allargamento di via Tiburtina. In qualsiasi capitale del mondo occidentale i lavori stradali seguono un iter del genere: si pianifica una data d’inizio e di fine, si prevedono le chiusure, le deviazioni, si approntano i lavori, si rispettano le date e si riconsegna la strada ai cittadini. A Roma i lavori iniziano, e basta. Le transenne per le deviazioni diventano parte integrante dell’arredo urbano, le strisce gialle provvisorie invecchiando si schiariscono fino a sbiancare come se fossero definitive. I romani non si pongono neanche il problema. Sanno che un giorno i lavori non ci saranno più. I disagi, forse.

La vita di Teresa finì di peggiorare in concomitanza dell’arrivo della nuova capo-ufficio, la dottoressa Colombo. Trasferita dalla sede milanese da poche settimane, era una quarantenne single, carrierista e maniaca della puntualità mattutina. La dottoressa considerava fondamentale entrare in ufficio perlomeno alle ore nove, una richiesta fin troppo semplice da espletare, per una lombarda senza famiglia da sempre abituata a timbrare alle otto. Teresa, da madre separata, doveva accompagnare il figlio di otto anni a scuola, e non poteva certo lasciarlo un’ora prima.

Teresa non abitava lontana dal posto di lavoro. La zona residenziale di Marco Simone, a ridosso dell’omonimo campo da golf, distava meno di una decina di chilometri dall’ufficio dalle parti di San Basilio. Da quando erano cominciati i lavori, però, non riusciva a completare quel tratto di strada in meno di tre quarti d’ora. Il punto cruciale era all’incrocio con via di Settecamini e via di Salone, all’altezza dello stabilimento dei biscotti Gentilini, uno storico riferimento per gli abitanti della zona, al pari del trans che vi stazionava davanti, in attesa dei clienti, per tutta la giornata.

“Teresa, ho fissato un incontro con Lamberto, per domattina ore nove. Mi raccomando.” Lamberto era il referente di uno dei loro maggiori clienti, che Teresa seguiva in prima persona, da sempre. Voleva metterla in difficoltà e cogliere l’occasione per toglierle l’incarico? Non glielo avrebbe permesso, sarebbe uscita con larghissimo anticipo, chiedendo ad un’amica di accompagnare il figlio a scuola.

“Teresa, sono mortificata per domani, ma devo andare a prendere un parente alla stazione. Perdonami!”

Mite e tranquilla di natura, Teresa approcciò alla giornata in uno stato d’innaturale agitazione, una tensione pronta ad esplodere ad ogni curva della strada. Come prevedibile, il suo breve tragitto s’arrestò al solito incrocio. Mancavano venti minuti alle nove. A quel ritmo non sarebbe arrivata al lavoro prima delle nove e trenta. Meglio avvertire la dottoressa, e sperare in un ritardo del cliente.

Prese il cellulare, infilò gli auricolari. Non compose il numero, perché un urlo di decine di clacson la bersagliò, alle spalle. L’utilitaria di Teresa era la prima della fila in via di Settecamini, sarebbe toccato a lei immettersi sulla Tiburtina in direzione Roma. Avrebbe comunque dovuto lasciare la precedenza alle autovetture che già si trovavano sulla strada consolare.

Il clacson era in realtà uno solo, quello potente di un pullman regionale incolonnato dietro la sua vettura. La invitava a procedere, a inserirsi sulla strada principale. Teresa si girò verso il cruscotto. C’era un camion della nettezza urbana, e davanti ad esso uno spazio all’interno del quale si sarebbe potuta infilare, lasciando l’incrocio. Era ancora indecisa sul da farsi.

Un’altra sonata di clacson la convinse. Non capiva che beneficio ne avrebbe tratto l’autista del pullman, visto che spazio per lui non ce ne sarebbe ancora stato, ma era in ritardo e aveva tergiversato nel telefonare alla dottoressa. Tremava, per il nervosismo. L’avrebbe redarguita, lo sentiva, e le avrebbe tolto il cliente. Teresa s’infilò sulla Tiburtina proprio mentre il furgone della nettezza urbana stava per avanzare. L’azione della donna lo fece inchiodare, e Teresa si trovò davanti. La sua progressione fu breve, perché il semaforo successivo divenne rosso.

Forse poteva ancora farcela. Otto e quarantatre, recitava l’orologio di bordo. Decise di rischiare e non chiamare, non voleva consegnare la sua resa alla capo-ufficio. Un’ombra le si parò davanti al finestrino, era il conducente del furgone, nella sua divisa rossa, con numerosi piercing ai lobi, un vistoso tatuaggio tribale che gli scendeva lungo il collo, lo sguardo truce ed iracondo. Bussava al vetro e urlava.

“Aho! Mortacci tua! Ti senti soddisfatta? Adesso sì che hai guadagnato tempo!”

Teresa era paralizzata. Il semaforo era diventato verde, e davanti le autovetture stavano lentamente avanzando.

“Ah stronza! Ora scendi e mi dici in faccia perché cazzo non m’hai lasciato la precedenza!”

Dove lo avevano pescato, questo? Teresa pensò a quel che si diceva dei dipendenti pubblici, che non hanno a cuore il proprio lavoro. Magari era solo orgoglio maschile, per certi uomini è inaccettabile farsi tagliare la strada da una donna. Erano le otto e quarantasei, e stavolta il muro di clacson alle loro spalle era inequivocabile.

“Vuoi lasciare in pace la signora, e farci uscire a tutti da quest’ingorgo?” L’autista del pullman era comparso e si era parato davanti alla portiera di Teresa. Sebbene non avesse il linguaggio minaccioso dell’altro, era un uomo corpulento di mezz’età che sembrava sapere il fatto suo.

“No, ha voluto fare la stronza, ora me lo deve dire in faccia!”

“Ma che vai blaterando, non abbiamo tempo da perdere…e poi sai che ti dico? Sono stato io a spingere la signora a passare, lo sai?”

Il netturbino divenne paonazzo e iniziò a puntare il dito indice sul petto dell’autista.

“Ah, davvero? Brutto stronzo pure te, allora!”

Erano le otto e cinquanta. Dal modo in cui stava bloccando l’intera Tiburtina, Teresa capì che al netturbino non stava per niente a cuore il suo lavoro, ma aveva una gran voglia di attaccare briga. Anche lei era paonazza, ma dalla vergogna. Persino il trans, dall’altro lato della strada, la fissava dall’alto verso il basso, con quell’aria che sembrava dire “Guarda questa che ha combinato, mi sta rovinando la piazza!”.

Un trillo acuto spiccò nel muro di suoni che le stavano piombando addosso. Era il cellulare. Era la dottoressa.

“Teresa, tutto a posto? Ancora non la vedevo arrivare, mi sono preoccupata…”

“Dottoressa, mi scusi, tarderò per qualche minuto. C’è un ingorgo pazzesco sulla Tiburtina…”

“Va bene, non ti preoccupare. Lamberto mi ha telefonato ed è in ritardissimo. Ci vediamo dopo…e prudenza.”

Erano le otto e cinquantatre. Teresa si era tranquillizzata, era tornata se stessa. La discussione animata proseguiva. Qualche altro automobilista era sceso dalla propria vettura e si stava avvicinando per capire.

“Signora, è meglio che lei vada, qui non so mica come finisce!”

L’avvertimento dell’autista fu inutile. Teresa ingranò la marcia e partì. Si lasciò il capannello di persone e automobili alle spalle. Aveva almeno un chilometro di Tiburtina sgombra, avanti a sé. Era una vita che non la vedeva così, neanche la domenica. Superò lo svincolo per il GRA senza colpo ferire.

Alle otto e cinquantotto Teresa timbrò il cartellino.

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