Tutto uguale

La mia famiglia era originaria della provincia di Teramo, ma negli anni tutti i nostri possedimenti abruzzesi erano stati venduti, motivo per cui ogni volta che “andavo a trovare la nonna”, facevo tappa sulla Laurentina. Abitava in uno di quei palazzoni sorti durante gli anni Sessanta, dodici piani di cemento armato sparuti e isolati alle spalle di un riserva incolta e semi-rurale che si allungava quasi fin sotto Trigoria.

La nonna stava al penultimo piano, in un appartamento di quasi cento metri quadri, fin troppo grande per le sue esigenze di anziana vedova. Il balconcino abitabile godeva di quella panoramicità tipica della periferia romana, che ti fa passare dalla magnificenza fascista dell’EUR fino alla residenzialità un po’ squallida di Spinaceto. Andavo spesso a trovare la nonna: abitavamo non troppo lontani da lì, in via delle Sette Chiese dalla parte dell’Ardeatina, e alla mamma faceva comodo lasciarmi per qualche ora, mentre lei sbrigava commissioni varie.

Erano passati tanti anni da allora, ma ricordavo tutto come se fosse ieri. Quando la mamma mi telefonò per informarmi che la nonna era morta, di colpo ripiombai in quella vita, come se una reazione spontanea mi avesse portato a ricrearla per dare a lei una seconda, ancorché effimera, possibilità di esistenza. Quanti pomeriggi avevo trascorso, dopo la scuola e i compiti, nel cortile del condominio, tra i parcheggi e i box auto? Giocavo a pallone con i ragazzi di zona, e ci prendevamo le sgridate degli adulti se abbozzavamo le automobili.

Dopo il funerale, la mamma mi chiese di darle una mano a riordinare la casa. Nell’ultimo periodo, pur avendole assegnato una badante, la nonna si era lasciata un po’ andare e comunque c’erano tante cose da buttare o da dividere tra lei e i miei zii. Presi qualche giorno di ferie dal lavoro, quindi, e ci mettemmo all’opera.

Dei ragazzi con i quali giocavo non era rimasto quasi nessuno, da quelle parti. Si erano tutti trasferiti altrove per mettere su famiglia, lasciando la residenza ai vecchi e agli immigrati. Quello non era un quartiere dove le case erano nuove, né a buon mercato. Di bambini in giro ne vedevo assai pochi, e avevano tutti il colore della pelle differente dal mio. La mattina del secondo giorno, dalla porta dirimpetto, si affacciò sul pianerottolo un uomo che aveva più o meno la mia età. Riconobbi subito Ivano.

“Carlo, sei tu? Quanto tempo…” Mi strinse la mano, fredda e debole.

“Ciao, Ivano. Come stai?”

“Come sempre.” Erano almeno quindici anni che non ci vedevamo. “Condoglianze per tua nonna. Ho saputo…”

“Grazie. Abiti ancora qui, tu?”

“Sì, con mia madre. Perché?” Sembrava infastidito.

“Curiosità. Mi sembra che di quel gruppetto di ragazzi non ci sia più nessuno.”

“Hai ragione. Ora scusami, ma devo andare all’Università.”

Era il solito Ivano, schivo come sempre. Quello che non giocava mai a pallone, ma che le rare volte in cui scendeva si portava i giochi in scatola e il tavolino da picnic con le sedie, e ci coinvolgeva in qualche nuova avventura di Dungeons and Dragons che inventava lì per lì.

La mamma era già in casa, dritta sulla scala, intenta a svuotare un soppalco che la nonna si era fatta realizzare nel corridoio. Nonostante ci fosse una cantina nel seminterrato, aveva preferito avere sempre tutto a portata di mano, pur non utilizzandolo mai.

“Università? Guarda, non so cosa faccia lì, la madre si è sempre lamentata con tua nonna per il suo futuro.”

“In che senso? Non ha un lavoro?”

“Non si sa. Non si sa neanche se si è laureato, infine. Se anche fosse successo, la madre non è stata invitata alla cerimonia.”

“Scusa, ma di cosa vive?”

“Il vitto ce l’ha, abita con la madre. Per il resto, non si sa, a casa non chiede più soldi da un pezzo.”

Mi sembrava una situazione surreale. La mamma mi spiegò che ogni tentativo, da parte dei famigliari, di affrontare il discorso era stato rifiutato con forza, quasi con violenza, da parte di Ivano. Aveva pochissimi amici, non usciva quasi mai. Assomigliava alla vicenda di un qualsiasi adolescente incompreso, ma era la storia di un quasi quarantenne senza prospettive. Così sembrava.

Il terzo giorno la mamma aveva da fare, e andai da solo. Dovevo svuotare alcuni armadi, fare una cernita e poi riempire alcune scatole. Arrivai presto, intorno alle otto. La luce era invitante sul balcone e mi affacciai, alla ricerca di non so cosa. Come per qualsiasi palazzo disperso in mezzo al nulla della periferia, il vento non trovava ostacoli e schiaffeggiava tanto le finestre, quanto il mio viso. Mi concentrai su quella che era stata la finestra della camera di Ivano, e che lo era tuttora. Le imposte si erano appena chiuse, e la serranda si stava abbassando. Presi allora una decisione da romanzo, di quelle che soltanto la curiosità o la voglia di cercare qualcosa d’interessante, anche dove non c’è, fanno prendere.

Ivano era da poco entrato nell’ascensore quando uscii di casa e iniziai a scendere le scale. Erano undici piani, sapevo che lui mi avrebbe comodamente anticipato. Iniziai a seguirlo, e quando lo vidi prendere l’autobus 076 capii anche dove stava andando. Salii quindi in auto, e seguii il mezzo pubblico fino alla fermata della metropolitana, dove Ivano scese. Fui fortunato a parcheggiare sulla parallela di via di Vigna Murata, e a non perdere il contatto visivo. Ivano continuava il suo tragitto a passo lento con il PC a tracolla, il capo chino e la cadenza del condannato.

Riuscii a salire sulla carrozza accanto a quella del mio vecchio compagno di giochi, mi appoggiai al vetro dal quale potevo controllare chi scendeva. Ero ridicolo o no? La curiosità mi stava soggiogando, e non si frenò neanche quando constatai come Ivano stesse scendendo alla fermata Policlinico, tipico di chi va alla Città Universitaria. Era proprio lì che si stava recando, quindi, e lì continuai a seguirlo, tenendomi a qualche centinaio di metri di distanza. Quando entrò nel padiglione della nostra Facoltà, me lo persi su una rampa di scale. Ero indaffarato con lo smartphone, stavo cercando il suo nome sul sito dell’Università, non trovandolo né tra i dottorandi, né tra gli assegnisti.

Era da tanto tempo che non andavo all’Università, da quando mi ero laureato, gli stessi anni in cui avevo perso di vista Ivano. Quando venni assunto in azienda lui aveva appena iniziato la tesi con il mio stesso relatore, il Professor Lambruschini. L’edificio della Facoltà era immutato, con quello stile da Ventennio, i lastroni di marmo, le ampie finestre e un po’ di decadenza per l’usura e l’incuria. Era tutto uguale, a cominciare dal custode all’ingresso, Bruno, simpatico e fannullone, a cui gli anni sembravano non passare mai.

Salii la rampa centrale di scale, e mi trovai al piano riservato alle stanze dei professori. Di Ivano neanche l’ombra, ma il professor Lambruschini aveva lo stesso studio di quando lo andavo a trovare per parlargli dei miei progressi nella tesi. Pensai che ormai doveva aver passato i settanta da un pezzo. Non doveva ancora sembrargli ora di smettere, oppure non voleva ritrovarsi a casa con la moglie. I racconti dei suoi litigi coniugali facevano ormai parte dell’aneddotica dell’Ateneo.

Arrivai poi al piano successivo, quello riservato ai laboratori. Nell’anticamera c’erano le macchinette del caffè. Almeno quelle erano diverse, avevano cambiato distributore. Fu in quel momento che, dal fondo del corridoio, mi apparve Ivano. In fondo era cambiato, pur restando fedele a se stesso. I capelli erano più radi e brizzolati, ma la montatura degli occhiali era rimasta tale e quale. Ero sicuro di aver già visto la felpa verdolina di pile e i pantaloni di velluto marroni. Anche l’orario in cui prendeva il caffè era immutato, le dieci in punto. Salutava distrattamente studenti che avevano quasi la metà dei suoi anni e assistenti che erano invecchiati con lui. Mi riconobbe, ma restò impassibile alla sorpresa di vedermi lì.

“Chi si rivede! Non saranno troppi, due incontri consecutivi?” Gli sorrisi. Mi offrì il caffè, inserendo la moneta prima di me.

“Direi di sì…l’universo potrebbe esplodere!”

“Sei sempre stato il catastrofista del gruppo, Carlo…”

Lui invece era sempre stato il sognatore, in grado di inventare mille situazioni e mondi completamente differenti l’uno dall’altra. Forse era questa la qualità che gli aveva permesso di restare lì, per tutto quel tempo, senza aver voglia di cambiare. Sembrava così a suo agio all’Università, quasi che fosse quella la sua reale casa, e non l’appartamento che divideva con la madre, fonte di polemiche, rimorsi e sensi di colpa.

“Ho visto che Lambruschini è ancora saldamente in sella…”

“Non solo! Ora è anche preside di Facoltà…io collaboro con lui.”

“Collabori?”

“Sì, abbiamo scritto numerosi articoli per riviste internazionali…ovviamente firma lui, io non figuro.” 

Sospirai. “Deve essere duro non veder riconosciuto il proprio lavoro.”

“E’ la gavetta, caro. Funziona così in azienda, e tu ne saprai qualcosa, ma ancor di più all’Università. Si tratta d’investire su se stessi e sul proprio futuro. Prima o poi si riscuote.”

“Prima o poi?”

Ivano sorrise, forse ammiccante. “Lambruschini non è eterno, Carlo. A breve andrà in pensione. E io riscuoterò.”

Ci salutammo, e Ivano riprese il corridoio verso i laboratori. In fondo c’erano due porte, quella a sinistra era riservata a studenti e dottorandi, quella a destra ai professori e ai rispettivi assistenti. Ivano aprì quella a sinistra, e poi sparì dalla mia vista.

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