Fuori porta

Sulla mappa di Roma c’è una specie di triangolo con un vertice acuto puntato sull’inferno di Piazzale Numa Pompilio, tra le catacombe e l’EUR, che conserva ancora a nord-ovest una sacca di spazi vuoti, sempre più ridotta e assediata. Io non sono nata lì, ma è il primo posto che ricordo bene. C’erano pecore, campi di grano, casali diroccati. Ignoravamo che gli altri bambini non vivevano in mezzo a a queste cose. Continuavamo nonostante i rimproveri dei grandi a inghiottire polvere succhiando il didietro dei fiori, per il piacere di quella minuscola goccia di nettare. A pensarci bene, questo potrebbe spiegare molte cose.  L’orizzonte veniva eroso dai palazzi anno dopo anno, alimentando fantasie di decadenza inarrestabile del mondo.

Il ristorante esiste da sempre, da quel tipo di sempre che mi posso ricordare. Da quando era piantato saldamente in mezzo alla campagna e ci si andava soprattutto per i pranzi di comunione. Era vicino casa, era un posto grande ma abbastanza triste, sia perché spoglio sia perché a suo modo inevitabile, scontato, per le cerimonie di chi vivesse nel nostro quartiere. Per sfuggire al volgo profano, per la nostra prima comunione mia madre ci portò in un altro ristorante fuori porta, più piccolo, più lontano e più rustico. Tanto rustico che se esploravi tutto il giardino, ancora col veletto in testa e le scarpette bianche troppo grandi per essere carine, trovavi perfino un vecchio water nel retro. Però si mangiava bene.

Oggi il ristorante fuoriporta del mio quartiere è più vicino alla città e un po’ meno triste. La nostra epoca frivola ed esigente lo ha decorato di piccole grottesche lungo le pareti, il cortile esterno è grande e pulito perché un’enorme rete verde trattiene le foglie che cadono dagli alberi e compatta l’ombra d’estate. Pranziamo di fuori, oggi mia madre fa ottanta anni: la sorella, la consuocera, le cognate sono le dame d’onore coetanee, il resto è una gazzarra di nipoti e due figli troppo vecchi per averli fatti e, soprattutto, per badarli come si conviene. Quand’era giovane ci faceva da madre, da padre e da esempio di figlia insofferente. Ancora oggi testimonia l’indomita natura del suo spirito a dispetto dell’età, per esempio quando ci giudica degli incapaci, o ci invita a non rompere le palle. I nipoti li adora tutti.

Nel tavolo accanto a noi hanno già finito, ovunque nei piatti gli avanzi di quando si ordina troppo perché pagano i vecchi. C’è il nipote con qualche problema, con la barba e i capelli lunghi, forse si lava pure poco. L’ho visto appartarsi in macchina per dormire un poco sul sedile davanti, fa tardi la notte, per scrivere o magari per bere in giro.

Ne parlo perché ho l’impressione che le feste ci denudino, come famiglie. Mostrano tutta la nostra stanchezza, perché anche per festeggiare ci vuole energia. Qualcuno a turno deve correre dietro ai bambini per lasciarci parlare con i grandi che non vediamo da una vita, non tutti i discorsi sono allegri come confessare a una zia che l’hai messa a sua insaputa in un romanzo. I giorni ci fanno inghiottire polvere e, a volte, senza nemmeno quell’inezia di dolce che davano i fiori. Ma ieri ho visto un bambino strapparne uno e insegnare a un coetaneo a tirare fuori quella piccola goccia, e oggi tornando a casa un cantiere sequestrato e un avanzo di parco regalano ancora qualcosa di caro alla mia tribù: un poco di orizzonte vuoto.

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