Una giornata di pioggia

Un portaombrelli sul pianerottolo. Era proprio lì, tra l’ingresso dei nuovi arrivati e l’ascensore. Aprendo la porta metallica, o perlomeno spalancandola come quando si torna dal supermercato o si sta facendo un trasloco, si finiva pure per toccarlo, il portaombrelli. Non che si corresse il rischio di romperlo. Era in ferro battuto, pennellato di bianco, con quello stile shabby chic che andava tanto di moda negli ultimi anni.

Alla signora Angela diede subito fastidio quando lo vide, uscendo di casa. Abitava anche lei, col marito, su quel pianerottolo del settimo piano, in uno dei tanti palazzi, tutti uguali, che popolano i Colli Albani. Edifici costruiti negli anni Cinquanta, dalle scalinate imponenti e i corrimano eleganti. Cosa c’entrava quella sgangherata imitazione liberty? Ora non aveva tempo, ma tornando in serata avrebbe suonato alla porta dei nuovi vicini per far notare loro quella scelta di cattivo gusto. No, non era decisamente di buon gusto. Il suo vaso sì che lo era, intonato sia nella forma che nel colore.

colli-albani

Erano le ore otto di lunedì otto settembre quando la signora Angela sbucò fuori dalla cabina dell’ascensore, fiancheggiò la guardiola del portiere eternamente vuota e s’affacciò per strada, aggrappandosi al pesante battente in legno. Pioveva a dirotto, e la donna si meravigliò di non essersene accorta prima. Pur non avendo osato sollevare le persiane, tutto quel rumore d’acqua non avrebbe dovuto passare inosservato. Tornò in fretta verso il suo appartamento, nessuno aveva ancora chiamato l’ascensore. Passò dieci minuti abbondanti alla ricerca del proprio ombrello, senza successo. Ne avevano due in casa, e l’altro l’aveva ovviamente portato via suo marito.

Sconsolata, la signora Angela uscì dall’appartamento occhieggiando il portaombrelli dei nuovi inquilini. La fermata della metro non era distante, ma la foga della pioggia era tale che non sarebbe bastato zompettare da un cornicione all’altro. Oltretutto aveva indossato uno dei suoi vestiti preferiti, e non intendeva sgualcirlo, né sacrificare uno di quelli che teneva nel magazzino del negozio per indossarlo durante l’orario d’apertura.

Il portaombrelli non era vuoto, conteneva un ombrello, invero. Era uno di quelli lunghi, eleganti e bicolori, con il manico curvo e borchiato d’ottone. Un classico accessorio di chi vuol dare a vedere di avere classe, ma che magari l’ha acquistato da un extra-comunitario in mezzo alla strada. Chissà se erano in casa…non sapeva neanche quanti fossero. Due, tre, studenti, lavoratori…era stanca dei continui affitti del signor Esposito. Non passava qualche mese, al massimo uno o due anni, e i suoi inquilini se ne andavano. Ogni volta era un abituarsi a nuove consuetudini.

La signora Angela, molto cautamente, tirò fuori l’ombrello e aprì la porta dell’ascensore. Lo avrebbe riportato stasera, e magari avrebbe aggiunto un cartello dove faceva notare che nel condominio era vietato tenere oggetti personali sul pianerottolo. Non si trattava forse di una zona comune?

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Marco l’aveva stancata. Il suo romanticismo era sfiorito fino a diventare ossessione e mania del controllo. Perché finiva sempre per innamorarsi di tipi del genere? Sua madre le avrebbe risposto che inconsciamente cercava dei punti di riferimento lì dove le era sempre mancato il padre. Come se frequentare uomini più grandi e sposati avesse qualcosa di paterno, poi.

Erano bastati due-tre mesi, a Claudia, per ritrovarsi Marco a fare le scenate in negozio davanti alla sua datrice di lavoro. Le aveva rinfacciato delle uscite in discoteca con le amiche. Era stato piuttosto umiliante, ma per fortuna la signora Angela, di solito molto rigida e formale, aveva chiuso un occhio e fatto finta di niente. Ma Claudia era stata irremovibile con Marco: non si sarebbe più fatto vedere, dalle parti del Centro Commerciale Cinecittà 2.

Alle ore tredici di lunedì otto settembre, Claudia iniziò la sua pausa pranzo. Si recò ad uno dei bar del secondo piano, acquistò un panino e poi sbucò sul piazzale interno al centro commerciale, quello che affacciava verso una serie di palazzine, sedi di vari uffici e call-center. Numerosi gruppetti di giovani uscivano all’unisono per consumare la propria schiscetta, a quell’ora. Aveva smesso di piovere, ma le nubi plumbee all’orizzonte promettevano una prossima ripresa. Era stata un’estate breve e pessima, ma a Claudia non era dispiaciuto. Non aveva un soldo e non sarebbe comunque potuta andare da nessuna parte. Aveva passato luglio e agosto uscendo con Marco, di nascosto da tutti, e non s’era trovata male, prima di fare la conoscenza della sua sgradevole gelosia.

Dopo il panino, Claudia si accese una sigaretta e iniziò a passeggiare per il piazzale, facendo a zig-zag tra le pozzanghere ed evitando le gocce che si gettavano a terra dalle grondaie. Il telefono, nascosto nella tasca posteriore dei jeans, iniziò a vibrarle. Era Marco che le scriveva.

“Ciao.”

Non voleva rispondergli, dargli la soddisfazione. Si era comportato male.

“Sei in pausa pranzo?”

Ecco, iniziava subito con il controllo. Era più forte di lui, non c’era nulla da fare.

“Volevo scusarmi per ieri. Non mi sono regolato. Ma a casa stanno cambiando un po’ di cose.”

A casa cambiavano sempre le cose. Ma perché doveva pagarne le conseguenze lei, che in quella casa non ci viveva?

“Senti, possiamo parlarne? Ci prendiamo un caffè verso le sette? Non mi va di discutere con i messaggi.”

Claudia avrebbe potuto continuare ad ignorarlo, ma sapeva di rischiare di ritrovarselo di nuovo al negozio. Finalmente rispose e gli diede appuntamento al solito posto. Tornando al negozio, chiese alla signora Angela un’ora di permesso per uscire prima. La signora non fece obiezioni, e quando vennero le sei le consigliò di prendere l’ombrello con cui era venuta quella mattina, visto che lei aveva ritrovato il suo in magazzino. Aveva ricominciato a piovere.

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Il colloquio di quel pomeriggio era stato soddisfacente, ma non gli bastava più. Era la terza volta che l’azienda di consulenza per cui aveva presentato candidatura lo chiamava, e Giovanni era ormai stanco. Infiniti iter di selezione, quei test attitudinali con la presunzione di saper individuare la persona giusta, il tutto per milleduecento euro al mese. E l’arroganza di chi sa di essere ancora tra i pochi ad assumere a tempo indeterminato, e di potersi permettere di scegliere tra un nugolo di disperati come lui.

Giovanni si stava pentendo di aver preso quell’appartamento in affitto, con Paolo e Massimo. Si era fatto convincere dall’entusiasmo, andare a vivere a Roma, essere indipendenti, quando lui indipendente non lo era ancora. Paolo e Massimo avevano un lavoro, sottopagato, precario che fosse, prima o poi i soldi che i suoi gli avevano dato sarebbero terminati.

Erano le sette e trenta della sera di lunedì otto settembre quando Giovanni entrò nel Caffè Cantù, il più noto della zona dei Colli Albani, ritrovo di amici, dopolavoristi e coppiette clandestine. Veniva spesso in questo bar con i ragazzi, perché oltre a servire ottimi caffè e dolci, aveva anche la connessione wifi gratuita, e loro stavano ancora aspettando l’attivazione. Abitavano lì dietro, in uno di quei palazzoni di dieci piani che riempivano il quartiere. Avevano affittato la casa da un ex-maresciallo in pensione, il signor Esposito, ad un canone tale che Paolo e Massimo lo avevano supplicato per unirsi a loro anche se non aveva ancora il lavoro.

“Lo troverai presto, con i tuoi titoli”, lo avevano convinto così.

Giovanni ordinò uno spritz e poi si accomodò in uno dei tavolini interni, scrollandosi le goccioline che avevano tempestato il suo completo “da colloquio”. Al tavolo a fianco notò una bella ragazza, mora, appariscente, con una maglia scollata e i jeans attillati, ed un uomo molto più grande di lei, sui quaranta passati, brizzolato e un po’ rotondetto. Lei sembrava scocciata e fuggiva sia lo sguardo che le carezze della mano dell’uomo. Lui bisbigliava parole incomprensibili con un tono supplicante.

Arrivò il cameriere con lo spritz, e Giovanni estrasse il notebook dallo zaino. Si collegò ad Internet ed iniziò a spulciare nuovi annunci di lavoro. Non aveva molte scelte, o insistere con dei profili qualificati, oppure adattarsi a qualche lavoro in un call-center, tanto per sbarcare il lunario, e poi continuare con i colloqui per trovare di meglio. Le prospettive della seconda scelta aumentavano di giorno in giorno, ma Giovanni non si decideva. Voleva avere una risposta definitiva da quell’azienda. Dopo tre colloqui glielo dovevano, anche in caso negativo.

La ragazza si era alzata di scatto e se n’era andata via, con fare risoluto e senza guardarsi indietro. L’uomo era rimasto seduto al tavolo, a guardare nel vuoto, fuori dalla finestra. Aveva scosso il capo, e dopo un paio di minuti aveva lasciato una banconota da venti euro sul tavolo, andandosene.

Nessuna nuova email. Si erano fatte le otto e trenta, a Giovanni parve l’ora buona per rientrare in casa. La pioggia aveva iniziato di nuovo a cadere pesantemente, però. Quei cinquecento metri gli sembravano troppi per fradiciarsi il vestito, necessario per altri colloqui. Giovanni si alzò in piedi, e allora l’occhio cadde sulla poltroncina del tavolo dov’era stata seduta quella strana coppia. C’era un ombrello appoggiato orizzontalmente, era uno di quei modelli che i bengalesi vendono ai semafori, sembrava identico a quello che Paolo aveva iniziato a tenere nel portaombrelli.

Dell’uomo e della ragazza non v’era più alcuna traccia, pertanto Giovanni decise di raccoglierlo e uscire dal bar. I ricordi di un’estate piovosa penetravano attraverso le tenebre incipienti ma non rabbuianti. Aprì l’ombrello e imboccò via delle Cave, dove la triplice corsia non impediva agli automobilisti di parcheggiare in sosta vietata.

(La foto è di Framino)

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