In trasferta

Gloria dormiva ancora nella sua camera. Mattia l’aveva tenuta sveglia fin dopo la mezzanotte, con i suoi dolorini, poi era crollato. Anche se non dormiva con loro, Pietro aveva sentito i lamenti e il vociare attraverso i muri. Pur trovandosi in un convento, l’edificio era di recente fattura, e le pareti divisorie tutt’altro che insonorizzate.

Erano le sei di mattina, e l’alba tardava ad arrivare, sulla Valle dei Casali. Era quel periodo dell’anno, fine settembre, in cui l’estate era ormai finita ma mancava ancora un mese all’adozione dell’ora solare. Pietro indossò in fretta la canotta, i pantaloncini e le scarpe da corsa, e uscì dalla sua stanza. Qualche sorella percorreva già i lunghi corridoi, tornando dalla colazione o dalla preghiera. Lui le guardava con un sorriso riverente, loro con la bonaria comprensione di chi aveva imparato a conoscere le sue abitudini.

Il freschetto di quell’ora lo investì, quando mise il naso fuori, ma lui non ci fece caso. Se avesse corso a Campobasso si sarebbe coperto di più, a Roma il clima era ben più mite per un molisano doc come lui, che si trovava ormai periodicamente nella Capitale. Il marciapiede di via del Casaletto era stretto, in alcuni tratti inesistente, ma c’erano ancora poche automobili in giro. Pietro iniziò a riscaldarsi, mentre camminava. Stretching delle braccia, torsioni, piegamenti delle gambe, mentre camminava. Ripeté i movimenti per qualche minuto, poi iniziò ad aumentare il ritmo della falcata. La strada era stretta, due automobili per verso c’entravano a fatica.

Sul lato sinistro si addossavano conventi o scuole private religiose come quella dove lui, Gloria e Mattia alloggiavano. Tra un muro di confine e l’altro, Pietro si godeva il panorama sulla Valle dei Casali che iniziava ad illuminarsi. Sul lato destro, palazzine e villini si susseguivano, eleganti, dal design attento e dagli spazi non risicati, con ampi terrazzi a semiluna, le tinte che omaggiavano tutti i pastelli della nostra infanzia. Avevano costruito in molti, fino a qualche decennio prima, ma nella Valle dei Casali non si costruiva più. Era un sito d’interesse archeologico e naturalistico, ora, e l’intervento statale aveva salvaguardato intere colline che ospitavano aziende agricole, circondate dall’urbanità anni Sessanta di Monteverde Nuovo e della Portuense.

Pietro iniziò a correre. Non aveva molto tempo, quella mattina, perché era il giorno delle analisi di Mattia all’Ospedale Bambino Gesù, ai piedi del Gianicolo. Di solito venivano a Roma in tre, lasciando sua moglie Giselda a Campobasso. Lei aveva un paio d’anni meno di Pietro, e non era rientrata nell’ultimo scaglione di pensionati, doveva lavorare altri tre anni. Quanto a Gloria, con la malattia di Mattia aveva ottenuto le agevolazioni previste dal contratto nazionale.

Superò il capolinea del tram, sulla Circonvallazione Gianicolense, e dopo qualche decina di metri fronteggiò Villa Doria-Pamphili. Era un parco enorme, tagliato da una grande strada che conduceva fino al Foro Italico. I romani la chiamavano semplicemente Villa Pamphili, forse per dar rispetto alla famiglia più importante, o solo per pigrizia. Quanto verde c’era a Roma! Pietro non se ne capacitava mai. Iniziò, come sempre, il suo tragitto di allenamento dall’ingresso di via della Nocetta.

villa-pamphili

Un lungo viottolo di sanpietrini lo accompagnava circolarmente a percorrere tutto il versante sinistro del parco, quello più selvaggio e in un certo senso rurale. Ad un certo punto il viottolo s’interrompeva, lasciando posto ad un percorso sterrato che circumnavigava un piccolo colle di alberi, e che lo accompagnava verso un esiguo laghetto artificiale. In quel punto, dove solo una cinta muraria divideva il parco dalla via Aurelia antica, Pietro immancabilmente incontrava un signore con il giornale in mano, che passeggiava con il suo cane. Il cagnetto, microscopico e nero, con alcune striature brizzolate, dimostrava un’età canina superiore a quella del padrone, che aveva tutta l’aria di essere un neo-pensionato coetaneo di Pietro. L’animale gli zompettava attorno mentre l’uomo passeggiava alla ricerca della panchina migliore dove leggere il quotidiano, fino a quando l’esausto cagnetto, complice l’età, iniziava a tossire con il fiatone, e si accucciava speranzoso di poter avere un po’ di riposo.

Tornando indietro, verso il punto di partenza, Pietro s’imbatteva in un parco giochi per bambini, di quelli sempreverdi, con scivolo, altalena e il pendolo umano. Era ancora vuoto, ovviamente, ma già se lo immaginava riempirsi di grida, corse e libertà con il passar delle ore. Avrebbe voluto portarci Mattia, quando sarebbe stato meglio. Ce lo avrebbe portato presto.

A Roma abitano veramente tante persone, perché anche a quell’ora, anche quando Villa Pamphili assomigliava ad un giardino, Pietro incontrava altri runner come lui. Tutti lavoratori che dovevano timbrare presto, oppure pensionati che si tenevano in forma. Ogni tanto Pietro si accodava, per farsi un po’ di compagnia e tenere il ritmo. Non che ne avesse bisogno, correva da decenni, ma gli piaceva scambiare due chiacchiere con degli sconosciuti, anche per sfogarsi un po.

Pietro affrontò di buona lena la salita, e attraversò il ponte sospeso che univa i due versanti del parco, passando sopra la strada. Si sentiva proprio bene, quel giorno aveva voglia di fare il giro completo, passare per il laghetto grande, per la pineta, attorno alla villa e arrivare fino a San Pancrazio. Il cellulare gli squillò, era Gloria. Doveva rientrare, loro erano già pronti. Era meglio arrivare un po’ prima, per essere i primi a prendere il numero di attesa per le analisi.

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