Babilonia, Roma

Andavo a scuola a Viale Marconi e tutti i miei compagni abitavano lì. Nei pomeriggi di sabato o nelle rare giornate senza compiti il rettilineo del Fiume Rosso, come lo chiamavamo in confidenza, suggeriva solo due direzioni possibili: l’EUR quando si voleva prendere aria, il centro di Roma quando si volevano fare acquisti. Rita e io andavamo quasi sempre al centro, ma non è che facessimo tutti questi acquisti, ci piaceva e basta. C’erano le rovine in cui si entrava gratis, c’erano le chiese nere di smog per curiosare, c’erano finestre illuminate per immaginarsi come si poteva vivere, davanti al teatro Quirino o vicino a Fontana di Trevi. C’era il calare della sera che d’inverno ci sorprendeva fuori casa, in piedi dietro al finestrino di un autobus, stanche ma piene di vaghe aspettative. Come ve lo spiego? Al centro ci sentivamo come in una canzone di Claudio Baglioni, ispirate da impressioni e pensieri che sembravano esistere solo lì, mille e più tramonti dietro i fili del tram e tutto il resto.

C’erano anche i negozi, ma per noi erano il meno. Cercavamo di tenerci lontane dal volgo profano che la metropolitana A, quasi nuova a quei tempi, vomitava a getto continuo per strusciare il Corso in lungo e in largo alla ricerca di jeanserie. C’erano però degli oggetti del desiderio cui nemmeno noi ragazze dai gusti difficili (il termine nerd non era stato ancora importato) riuscivamo a resistere. Certi abiti da avvelenata, tutti neri e con un buco per la pancia. Le magliette con le cuciture rivolte di fuori e con lo scollo a barca. Le decorazioni di paillettes. Le camicie bianche, possibilmente un po’ trasparenti, da mettere alle feste. Questo elenco confonde insieme capi di tutto il decennio, ma che volete, non sono un’esperta di storia della moda e la memoria è quella che è.

galleria colonna

Babilonia era sotto la Galleria Colonna, su Via del Corso. Il nome evocava, forse, il peccato di essere amanti degli stracci bizzarri che vi si vendevano, sicuramente evocava il caos di un grande negozio “di roba da giovani”, in tempi in cui tra la boutique e il grande magazzino non si era ancora insinuato il genere fast fashion. Aveva delle vetrine enormi che passando eri costretta a guardare, non fosse altro che per dire “non mi vestirei così nemmeno se mi pagassero”. Però poi ci entravi, perché la natura umana è quello che è e per due adolescenti perfino gli stracci di Babilonia avevano, a guardarci e frugarci in mezzo, quel sapore di felicità lontane e negate. Perché a quei tempi io mi sentivo brutta e grassa, e Rita si sentiva bassa e grassa. Avevamo dei buoni motivi per crederlo, beninteso. Così quella sera di sabato che sapeva di Baglioni entrammo da Babilonia per vedere i saldi senza un filo di inquietudine, anche se qualche compagna ci aveva raccontato che una ragazza inglese era entrata in un camerino di quel negozio e non ne era uscita più, era stata rapita, rasata, messa in un baule e venduta a uno sceicco.

Seriamente, dove l’avremmo trovato uno sceicco che ci comprava, noi due? Nemmeno a metterci in saldo.

Poi erano tutte stupidaggini raccontate per metterti paura, come il topo-cane delle Filippine e il motociclista decapitato, per quanto all’epoca tutti giurassero che quelle storie passate per migliaia di bocche, come nel paleolitico, fossero capitate a un amico di un amico o addirittura al loro cuggino, come direbbe Elio delle Storie Tese. Come avrei appreso più tardi, la storia del camerino era nata come calunnia anti-semita in Francia, e nella casualità del suo circolare continuava, ma guarda un po’, ad attaccarsi volentieri a negozi gestiti da ebrei, o da stranieri.

“Guarda questo” dicevo sventolando un top minuscolo “secondo te come si regge?”

Rita ribatteva dando mano a un paio di pantaloni: “E questo chi se lo infila, secondo te? A me non entra nemmeno una gamba”

“A me non entra nemmeno come turbante, arrotolato in testa. Però questa camicia…” eccola là. Cominciavo a cedere. Avevo visto una camicia bianca, un po’ trasparente, con le paillettes. “Questa potrebbe andare bene con la gonna nera di velluto”, altro indumento feticcio del decennio.

“Dici? Ma non ti entra più quella gonna. E ti fa la pancia”

Avessi avuto un martello, Rita avrebbe fatto la fine del Grillo parlante di Pinocchio, fortuna sua che la mia unica arma era la cocciutaggine adolescenziale. “Me la provo, vado a cercare i camerini”

“Vengo con te, hai visto mai si apre la botola per sbaglio”.

Ma c’erano i camerini, a Babilonia, o c’era piuttosto una specie di stanza caotica sul retro, con qualche tenda da tirare e qualche specchio, in cui ci si cambiava alla bell’e meglio? Girammo negli angoli più estremi del magazzino senza sapere nemmeno esattamente cosa stessimo cercando, scostammo una tenda pesante, percorremmo un corridoio in penombra sentendoci le sceme che muoiono subito dei film di paura. Ma paura di cosa? Una voce di uomo, con accento straniero, diceva: “Quelle due portale via subito” “Le prende Franco col furgone, siamo già d’accordo”, rispondeva un romano.

“Se ne arrivano altre così le teniamo qui fino a domani”

“C’è posto anche nel magazzino di sotto, ce le porto io”

“Appunto”

“Clara, mi stai stritolando il braccio”, sussurrò Rita. “Ma li hai sentiti?” “Sì, andiamocene” “No, andiamo a vedere”. Le voci si avvicinavano, aprimmo una porta a caso per nasconderci e vedemmo il baule, con dentro due ragazze nude con la pelle bianca nel buio, rasate e incoscienti, con le mani legate dietro la schiena. Uscimmo urlando e armammo un gran casino che ho vergogna di ricordare. Dieci minuti dopo eravamo nell’ufficio del capo di Babilonia (Nabucodonosor?) che ci aveva fatto un tè caldo e ci spiegava che poco prima stava parlando di maglie difettose, e che le due ragazze rapite, che guardassimo pure, erano due manichini in uno scatolone, senza vestiti e senza parrucche. Non aveva l’aria offesa, anzi era molto divertito. Noi un po’ meno.

Non lo so se fummo davvero noi a dargli l’idea, ma qualche giorno dopo fece allestire una vetrina a tema con bauli aperti e manichini legati e imbavagliati. I giornali che ne parlarono lodarono lo spirito con cui si era preso gioco della leggenda urbana del camerino maledetto.

Qualche volta ho provato a chiedere a Rita cosa ricordi di quel pomeriggio a Babilonia: ricorda assai poco, e quel poco è pure diverso dal mio. Ma questo hanno di bello le storie che ti racconti quando le trasformi in ricordi, che restano solo tue e non partono per il mondo come le voci delle leggende metropolitane. Restano assieme ai posti e alle impressioni che non esistono più, in piedi stanche nell’autobus che ci portava a casa, agli anni ’80, e a mille e più tramonti dietro i fili del tram.

E alla camicia bianca di Babilonia, trasparente, con qualche paillettes, che portai a casa quella sera e che ho ancora da qualche parte.

(La foto è di Francesca Minonne)

 

4 thoughts on “Babilonia, Roma

  1. Mi ricordo quando ho lavorato io a Babilonia via del Corso 1989-1991 per un negozio molto stupendo e mi ricordo ancora che c’era anche La Rinascente che bei ricordi il Babilonia e non ricordi bellissimi Il sabato il venerdì e sabato ci vediamo lì al negozio

  2. E quei tempi era molto diverso oggi posso dire che ho trovato una Roma diversa mente dei miei anni e mi ricordo migliaia milioni di amici piacerebbe uomo colleghi del negozio delle persone che si fermava non parla accanto andavamo a fare andavamo a mangiare o il bar accanto a Babilonia e dietro c’è La Rinascente che bei ricordi vorrei incontrare i miei vecchi amici oggi non so quanti anni c’hanno

    1. Pensa che veniva Sharp Renato Zero Loredana Bertè Mia Martini e altri personaggi in quel negozio ti ricordi bello Vorrei tornare indietro e vedere ancora quel negozio dove ho lasciato migliaia migliaia di ricordi

Rispondi a Alben Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *