Pasolini, eroe borghese

Pasolini_1

Quarant’anni fa, l’omicidio di Pier Paolo Pasolini irrompeva tra le pieghe ideologiche e nell’immaginario collettivo della società italiana, per non abbandonarlo più. Sul caso investigativo e giudiziario esiste ormai una bibliografia dedicata e decine di teorie che spaziano tra l’assassinio politico, il complotto ordito da gruppi di potere denunciati nell’ultima opera incompiuta (“Petrolio”), fino ad arrivare a condannati che ritrattano a distanza di decenni, gettando nuove luci, e altrettante ombre, su un delitto che ha scosso tanti ambienti.

Sono decine, centinaia, migliaia i modi di ricordare il grande scrittore e regista, non soltanto ora in questi giorni che cade l’anniversario. Non s’è mai smesso di parlare di Pasolini, argomento sempre attuale, spesso ben oltre la reale portata della sua opera, comunque enorme, che rischia di rimanere secondaria. Forse ha ragione Francesco Longo quando provoca, su Rivista Studio, circa i presunti “danni” dell’eredità pasoliniana al panorama culturale nostrano. Pasolini è stato artista prima che scrittore e oramai personaggio prima che artista. Sulla bocca di tutti, anche e soprattutto su quella di chi non ha mai letto i suoi libri o visto i suoi film.

La morte violenta e prematura ha scolpito il mito nella pietra, immortalando l’effige di un eroe schierato contro i valori piccolo-borghesi, contro il Sistema, a favore delle classi indifese. L’autore impegnato, il personaggio che giocava a calcio nei campetti impolverati di periferia, da lui tanto amata e tanto raccontata, ma infine rifuggita. Quando arrivò a Roma, fuggito dal Friuli assieme alla madre, Pasolini abitò per poco tempo in zona Rebibbia, ma migrò presto nel quartiere Monteverde, dapprima nella zona popolare “nuova”, poi in quella più elitaria “vecchia”, trasferendosi infine, negli ultimi anni di vita, nel residenziale quartiere dell’EUR.

Questi fatti privati tradiscono l’intima inclinazione borghese di Pasolini, proprio quello stile di vita di cui il geniale scrittore aveva per decenni criticato il conformismo. Pasolini amava sporcarsi nelle periferie, narrare i ragazzi di vita con la stessa crudezza espressa da borgate come Pigneto o Quadraro, ma alla fine era comunque un esteta che sognava, come in questi suoi versi:

Io sogno, la mia casa sul Gianicolo,

verso Villa Pamphili, verde fino al mare:

un attico, pieno del sole antico

e sempre crudelmente nuovo di Roma;

costruirei, sulla terrazza, una vetrata

con tende scure, di impalpabile tela:

ci metterei, in un angolo, un tavolo

fatto fare apposta, leggero, con mille

cassetti, uno per ogni manoscritto

per non trasgredire alle fameliche

gerarchie della mia ispirazione…

(Pier Paolo Pasolini, Il mio desiderio di ricchezza)

Molto più coerente appariva dunque l’amico Alberto Moravia, un borghese dichiarato che nei suoi romanzi esprimeva lo stesso distacco cinico ed esistenzialista che rappresentava la cifra stilistica della sua vita.

Pasolini era ricco di contraddizioni, ma le cavalcava fiero come la sua prosa, e forse è anche per questo che il suo ricordo è vivido e la sua eredità pesante. Per chiunque.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *