L’estraneo

«Io sono estraneo: sono tutto e sono niente».

Fin da principio, il romanzo d’esordio di Tommaso Giagni ci proietta in una dicotomia irrisolvibile, quella tra la “Roma delle rovine” e la “Roma di Quaresima”. Sono due città diverse, non ben definite nella topologia ma assai caratterizzati nello stile di vita, due opposti che si completano ma non si toccano mai, e che obbligano a scegliere da quale parte stare.

La Roma delle rovine potrebbe coincidere con il Centro Storico ma non solo, perché ormai comprende anche tutti quei quartieri che, nel corso dei decenni, si sono trasformati da periferia a Centro grazie all’espansione incontrollata dell’area metropolitana e al processo di rivalutazione, nel migliori dei casi, o gentrificazione nel peggiore (Trastevere, Pigneto).

La Roma di Quaresima sembra includere qualsiasi nuova periferia degli Anni Zero, quelle nate a colpi di centri commerciali e piani regolatori, quelle dove nessuno va se non per fare shopping o per dormire, ma pesca a piene mani anche da aree come San Basilio, Don Bosco o Nuovo Salario, lontane e indifferenti a ogni modello urbanistico, culle di criminalità, disagio e rassegnazione.

Il dilemma del protagonista, un ventenne originario di Quaresima ma cresciuto tra le rovine grazie al lavoro del padre, portiere in un palazzo elegante ai Parioli, è il pretesto per un romanzo di formazione in piena regola, una sorta di “brutto anatroccolo” a tinte tragiche. Il giovane decide di andare a vivere in periferia con il desiderio di farsi una nuova vita, lasciandosi alle spalle il pessimo rapporto con padre e sorella, la fine del primo amore, un lavoro da barista che non ama, per cercare di riprendere gli studi e immergersi in un ambiente più spontaneo e meno studiato di quello della Roma “bene”. Cercherà di imparare linguaggi e codici, anche per compiacere Marianna, una pariolina affascinata dalla periferia e dalla ribellione, ma resterà comunque “estraneo”, scontrandosi con le barriere invisibili delle differenze.

“L’estraneo” è un libro snello e veloce, scritto con il linguaggio schietto e netto della borgata, che strizza l’occhio a Pasolini anche nella costruzione di un insieme di personaggi estremi che pescano molto nei cliché moderni del volgo. Restano impressi nella memoria, con i loro sogni ingenui (comprarsi una Ferrari facendo il gigolò) anime disperate senza una via d’uscita.

(La foto è tratta dalla copertina del libro)

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