Babilonia, Roma

Andavo a scuola a Viale Marconi e tutti i miei compagni abitavano lì. Nei pomeriggi di sabato o nelle rare giornate senza compiti il rettilineo del Fiume Rosso, come lo chiamavamo in confidenza, suggeriva solo due direzioni possibili: l’EUR quando si voleva prendere aria, il centro di Roma quando si volevano fare acquisti. Rita e io andavamo quasi sempre al centro, ma non è che facessimo tutti questi acquisti, ci piaceva e basta. C’erano le rovine in cui si entrava gratis, c’erano le chiese nere di smog per curiosare, c’erano finestre illuminate per immaginarsi come si poteva vivere, davanti al teatro Quirino o vicino a Fontana di Trevi. C’era il calare della sera che d’inverno ci sorprendeva fuori casa, in piedi dietro al finestrino di un autobus, stanche ma piene di vaghe aspettative. Come ve lo spiego? Al centro ci sentivamo come in una canzone di Claudio Baglioni, ispirate da impressioni e pensieri che sembravano esistere solo lì, mille e più tramonti dietro i fili del tram e tutto il resto. C’erano anche i negozi, ma per noi erano il meno. Cercavamo di tenerci lontane dal volgo profano che la metropolitana A, quasi nuova a quei tempi, vomitava a getto… Read More

In trasferta

Gloria dormiva ancora nella sua camera. Mattia l’aveva tenuta sveglia fin dopo la mezzanotte, con i suoi dolorini, poi era crollato. Anche se non dormiva con loro, Pietro aveva sentito i lamenti e il vociare attraverso i muri. Pur trovandosi in un convento, l’edificio era di recente fattura, e le pareti divisorie tutt’altro che insonorizzate. Erano le sei di mattina, e l’alba tardava ad arrivare, sulla Valle dei Casali. Era quel periodo dell’anno, fine settembre, in cui l’estate era ormai finita ma mancava ancora un mese all’adozione dell’ora solare. Pietro indossò in fretta la canotta, i pantaloncini e le scarpe da corsa, e uscì dalla sua stanza. Qualche sorella percorreva già i lunghi corridoi, tornando dalla colazione o dalla preghiera. Lui le guardava con un sorriso riverente, loro con la bonaria comprensione di chi aveva imparato a conoscere le sue abitudini. Il freschetto di quell’ora lo investì, quando mise il naso fuori, ma lui non ci fece caso. Se avesse corso a Campobasso si sarebbe coperto di più, a Roma il clima era ben più mite per un molisano doc come lui, che si trovava ormai periodicamente nella Capitale. Il marciapiede di via del Casaletto era stretto, in alcuni tratti… Read More

Le case di Pasolini

La stanza si stava oscurando, presto avremmo dovuto accendere la luce. Il dì lavorativo canonico era agli sgoccioli, e dovevamo colloquiare ancora sei persone. Ferretti sbuffava, infastidito. – Non possiamo proseguire domani? Sono quasi le sei! Gli risposi che no, non potevamo. Domani avremmo dovuto lavorare alla relazione da presentare al cliente, il cuore della nostra consulenza, e non potevamo prenderla alla leggera. Avevamo bisogno di una giornata intera per dare le indicazioni richieste. Ferretti si alzò scocciato e andò a chiamare il prossimo. Io stavo già esaminando il CV e la sua storia nell’azienda, il settore d’assegnazione e le mansioni svolte dall’assunzione. Avvertii la novella presenza in stanza quando l’esaminato si sedette davanti a me, ed alzai gli occhi. Gli strinsi la mano ma non mi uscì nulla dalla bocca. “Quel volto. La foto. La lettera. La lettera di Anna.” Aveva trentasette anni, ed era stato tra gli ultimi assunti in azienda, dopo una decina d’anni tra stage, precariato e interinale, poco prima della grande crisi. Lo squadrai per una manciata di secondi, prima di iniziare. Era prestante e con un bel completo grigio, ma dava l’impressione di vestire assai diversamente, nella vita privata. – Allora, lei cosa ne pensa… Read More

Una giornata di pioggia

Un portaombrelli sul pianerottolo. Era proprio lì, tra l’ingresso dei nuovi arrivati e l’ascensore. Aprendo la porta metallica, o perlomeno spalancandola come quando si torna dal supermercato o si sta facendo un trasloco, si finiva pure per toccarlo, il portaombrelli. Non che si corresse il rischio di romperlo. Era in ferro battuto, pennellato di bianco, con quello stile shabby chic che andava tanto di moda negli ultimi anni. Alla signora Angela diede subito fastidio quando lo vide, uscendo di casa. Abitava anche lei, col marito, su quel pianerottolo del settimo piano, in uno dei tanti palazzi, tutti uguali, che popolano i Colli Albani. Edifici costruiti negli anni Cinquanta, dalle scalinate imponenti e i corrimano eleganti. Cosa c’entrava quella sgangherata imitazione liberty? Ora non aveva tempo, ma tornando in serata avrebbe suonato alla porta dei nuovi vicini per far notare loro quella scelta di cattivo gusto. No, non era decisamente di buon gusto. Il suo vaso sì che lo era, intonato sia nella forma che nel colore. Erano le ore otto di lunedì otto settembre quando la signora Angela sbucò fuori dalla cabina dell’ascensore, fiancheggiò la guardiola del portiere eternamente vuota e s’affacciò per strada, aggrappandosi al pesante battente in legno. Pioveva… Read More

La carrucola

L’uscio della porta di fronte era sempre chiuso. Non l’aveva mai visto aprirsi, a qualsiasi ora tornasse, ma Paula sapeva che ci abitava qualcuno, lì dietro. Una signora anziana, aveva sentito dire dall’uomo che le aveva sub-affittato casa. Una signora molto anziana, in realtà, il tizio le aveva specificato che aveva superato i novant’anni da un pezzo. Paula era finita per caso al Trullo, una borgata della cosiddetta ex-periferia situata tra Portuense e Magliana. Aveva trovato un annuncio privato sul giornale “Portaportese”, ed eccola lì. Pagava poco, rispetto alle medie degli affitti che aveva visto in giro: un po’ perché stava sub-affittando in nero, un po’ perché quella zona, le case popolari che circondavano la chiesa di San Raffaele, alla base di Monte Cucco, non era certo tra le più rinomate di Roma. Residui degli anni del fascismo, i lotti di palazzine dell’ATER assomigliavano più a delle caserme che a delle abitazioni. Il color ocra delle pareti, l’assenza quasi totale di balconi se non negli edifici più recenti. Le palazzine non erano enormi, massimo tre o quattro piani nei casi peggiori, e s’intersecavano, squadrate e distanziate da vialetti, cortili e aiuole. Paula aveva trovato lavoro al mercato attiguo, il cui… Read More

Lost in Termini

Lo sapevo che quella telefonata avrebbe portato guai. Ho sperato che non rispondesse, che aspettasse che avessimo finito tutto e che ci fossimo tranquillizzati per riprendere in mano il telefonino… niente, lei non sa resistere. Se il telefono suona deve rispondere. Come se il mondo potesse finire se non la trovano immediatamente. Donatella non è proprio l’esempio della puntualità, così, come sempre, siamo arrivate a Termini di corsa. Questa volta, per di più, dovendo ancora fare il biglietto. Il solito percorso ad ostacoli su via Giolitti, con quei tacchi non adatti alla corsa, e io dietro, costretta a stare attenta a non cadere, mentre lei mi tira e mi strattona. Per poco non finisco addosso ad un senza tetto che se ne stava seduto in un angolo, accanto alla vetrina della Coin. La biglietteria è la solita fila senza fine, non si farebbe in tempo. Mentre compra il biglietto alle macchinette automatiche è costretta ad allontanare i consueti mendicanti in cerca di qualche spicciolo, o quelli che vorrebbero aiutarla nell’operazione di acquisto (per poi pretendere, anche loro, qualche euro in cambio). Ora sento forte la sua presa intorno a me, attenta che non si approfittino del caos per separarci. Un… Read More

Ufficio Notifiche

Le persone peggiori, che ti fanno salire il sangue al cervello, sono i conoscenti casuali, quelli che nonostante ti abbiano visto non più di un paio di volte, hanno sempre da esporti la loro opinione su qualsiasi argomento ti riguardi. Sono gli stessi che non possono fare a meno di rimarcare che in una città grande e caotica come Roma manchi la cultura dei mezzi pubblici. Sono gli stessi che, casualmente, vivono al centro ed arrivano al lavoro prendendo il tram sotto casa e facendosi massimo cinque fermate. Comodi i mezzi pubblici, vero? Io odiavo i mezzi pubblici. Nondimeno, non potevo farne a meno, perché la zona dove lavoravo, la Prati dei tribunali, era inaccessibile per le auto, a iniziare dai parcheggi. L’avevo capito dal primo giorno, quando avevo preso una bella multa per averla lasciata sopra le strisce della fermata dell’autobus. La questione-multe era illuminante dell’intero sistema. Osservavo quotidianamente dei colleghi più anziani posteggiare arrampicando la vettura sui marciapiedi di viale delle Milizie, a cavallo delle corsie laterali. Nessuna contravvenzione. Lo facevano anche i soci dello studio dove lavoravo. “E’ l’esperienza”, mi dicevano, quasi a scopo di predica. “L’esperienza t’insegna a fare l’avvocato con minor fatica e maggior efficacia.”… Read More

Domenica al Centro (Commerciale)

– Ragazzi, è arrivato vostro padre! Siete pronti?? Angela gridava, gridava sempre. Eppure il trilocale in cui viveva con i nostri figli non superava i sessanta metri quadrati. Le sue urla avevano accompagnato il crepuscolo del nostro matrimonio, e mi mettevano tuttora i brividi. La vedevo una volta ogni quindici giorni, non ero più abituato. – Ti offrirei un caffè, ma sto preparando il pranzo… – Non preoccuparti, andiamo via subito. Il pranzo lo stava preparando per due persone, lei e Salvatore, il tizio con cui si frequentava da un po’. Anche se in quel momento era assente, notavo molte tracce della sua costante permanenza nell’appartamento che avevamo acquistato con grandi sacrifici: la Playstation collegata al televisore della sala, ad esempio, oppure la sacca da golf poggiata sul balcone della cucina, affianco alla caldaia. – Non distrae i bambini dai compiti, quella console sempre a disposizione? – Ma no…li teniamo sempre sott’occhio, quando studiano!  Li “teniamo”, aveva detto. Pagavo l’alloggio anche per l’amichetto di Angela, ed ogni volta che passavo a prendere i bambini, lei faceva di tutto per farmi sentire un ospite. Un ospite indesiderato. Ci pensarono i bambini, a tirarmi fuori dall’imbarazzo. Nonostante tutto quel che era successo, loro mi volevano bene, e… Read More

L’accollo

– I biscotti sono finiti? – Si, scusa…erano gli ultimi. – Checco non mi aveva nemmeno guardata in faccia, puntava gli occhi fuori dalla finestra, rimirando un panorama che non esisteva, ingabbiato in un cortile condominiale. – Senti, ma hai usato di nuovo la mia tazza? – Perdonami…sai, Chiara non ne ha una, prende soltanto il caffè a colazione. Checco era in mutande, sdraiato sul divano che avevamo nella cucina comune. Era perfettamente a suo agio, come se fosse stato a casa sua. Ma quella, non era casa sua. Da qualche mese me lo ritrovavo tutte le mattine li. Era il mio accollo, Checco. A Roma si dice così, quando qualcuno estremizza i vincoli di un rapporto, e ti si appiccica addosso togliendoti anche il respiro. Il bello era che Francesco, Checco per gli amici, non era il mio ragazzo, ma si frequentava con Chiara, una delle mie tre coinquiline. Avevano però un concetto un po differente del termine “frequentarsi”: Checco usciva solo con Chiara, mentre Chiara aveva appuntamenti anche con altri ragazzi. Non capivo se Checco avesse subodorato qualcosa, fatto sta che tutte le volte che lei latitava, lui restava nei paraggi, e spesso e volentieri la sottoscritta se… Read More

Fuori porta

Sulla mappa di Roma c’è una specie di triangolo con un vertice acuto puntato sull’inferno di Piazzale Numa Pompilio, tra le catacombe e l’EUR, che conserva ancora a nord-ovest una sacca di spazi vuoti, sempre più ridotta e assediata. Io non sono nata lì, ma è il primo posto che ricordo bene. C’erano pecore, campi di grano, casali diroccati. Ignoravamo che gli altri bambini non vivevano in mezzo a a queste cose. Continuavamo nonostante i rimproveri dei grandi a inghiottire polvere succhiando il didietro dei fiori, per il piacere di quella minuscola goccia di nettare. A pensarci bene, questo potrebbe spiegare molte cose.  L’orizzonte veniva eroso dai palazzi anno dopo anno, alimentando fantasie di decadenza inarrestabile del mondo. Il ristorante esiste da sempre, da quel tipo di sempre che mi posso ricordare. Da quando era piantato saldamente in mezzo alla campagna e ci si andava soprattutto per i pranzi di comunione. Era vicino casa, era un posto grande ma abbastanza triste, sia perché spoglio sia perché a suo modo inevitabile, scontato, per le cerimonie di chi vivesse nel nostro quartiere. Per sfuggire al volgo profano, per la nostra prima comunione mia madre ci portò in un altro ristorante fuori porta,… Read More