Il Nuovo Luneur

Questo reportage è stato pubblicato originariamente (2017) sulla defunta rivista online The Towner.

Nel frattempo ho avuto una figlia, e l’ho portata al Luneur Park…

C’è fame di speranza, nella Capitale. La verità è che questa ricorrente narrativa del degrado di Roma, l’invivibile e decadente Grande Bellezza, ha un po’ stancato. Siamo invasi dagli scrittori affermati che sputano articoli sui grandi quotidiani raccontando dei ristoranti che non battono gli scontrini e tengono i tavoli abusivi sui marciapiedi, subiamo il confronto continuo sostenuto dai sindaci delle città virtuose, della serie “ti piace vincere facile”, non se ne può più.

I problemi ci sono, ma sentirseli ripetere senza soluzione di continuità sotterra l’animo sotto una coltre di tristezza. Mentre si aspettano segnali di vita dalla giunta neo-eletta, mentre si lotta quotidianamente con il traffico, la monnezza e la turnistica creativa dei mezzi pubblici, ecco arrivare delle novità in controtendenza con il mood catastrofista, direttamente dal quartiere più efficiente e avanguardista di tutti, l’EUR, nell’ultimo ventennio ridotto a un agglomerato di cantieri sospesi nel tempo come scenografie di un film già girato e archiviato.

Hanno finito il Centro Congressi, la “Nuvola” di Fuksas. Finalmente, un esempio negativo in meno da additare, anche se ci sono voluti la (grande) bellezza di diciotto anni. Scorro sul web gli articoli sulla presentazione, i soliti commenti, le consuete polemiche, mi faccio un giro sulla cronaca locale, poi l’occhio cade su uno di quei redazionali in spalla destra, quelle mezze marchette con cui ogni giornale deve, soprattutto di questi tempi, campare. Fermi tutti: hanno riaperto il Luneur! Che notizia, il vero cortocircuito tra passato e presente di una città che si riprende la sua identità.

Pezzi di storia.

Il Luneur è il più antico luna park italiano, e per chi come me è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta è stato uno dei punti di riferimento dell’adolescenza. A Roma, quando facevi sega a scuola avevi svariate scelte, ma due erano le più frequenti: il Brunswick Bowling se eri di Roma Nord, il Luneur per tutti gli altri. Dato il mio quadrante d’appartenenza (Portuense/Monteverde), era normale che con gli amici ci si ritrovasse lì, a perdere tempo pur di sfangare qualche interrogazione o compito in classe. Sono sorpreso, quasi sconvolto per il tempismo, mi sembra il periodo migliore per rilanciare un prodotto retrò, siamo in piena moda Stranger Things. Devo andare a rivederlo, cerco su Google e mi accorgo che ora hanno un sito web ufficiale. Giusto, penso io, bene il vintage ma ancora meglio saperlo comunicare con gli strumenti odierni, no?

Il sito web del Luneur è destabilizzante, pieno di colori e disegni animati; non ho tempo per prendermela con dei grafici millenial che non hanno vissuto gli anni d’oro di questo parco cittadino, cerco soltanto le informazioni di cui ho bisogno. Scopro che ora l’ingresso è a pagamento, ma non mi scandalizzo: due euro e cinquanta centesimi sono un prezzo onesto per contingentare l’entrata e impedire ai balordi di entrare. Decido di andarci di sabato pomeriggio, un grande classico, porto con me Francesca che non ci è mai entrata e inizio a prepararmi il racconto di tutte le curiosità e le leggende dietro le singole attrazioni.

Quando arriviamo davanti all’ingresso, la vecchia ruota panoramica ci occhieggia in senso letterale, visto che hanno deciso di pitturarla di tanti colori (abbandonando il monotinta bianco) e hanno aggiunto due grossi occhi da gufo sul fulcro motore. C’è una lunga fila per il biglietto, ed è composta esclusivamente da famiglie con bambini. Ma io sono troppo preso dall’emozione di rivedere il cancello principale aperto, quello su via delle Tre Fontane, quasi non faccio caso che al posto di una delle due sale-giochi hanno aperto un negozio di addobbi e decori. Sono basito. Come puoi sfruttare l’ondata retrò senza una sala-giochi?

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa.

Una ragazza travestita da clown si avvicina alla fila e ci chiede se sappiamo come funziona. Io vorrei rispondere di sì, ma la ruota panoramica con gli occhi da gufo e il negozio di addobbi mi hanno spiazzato e vengo bruciato da Francesca che subito chiede informazioni. La ragazza ci racconta che con il prezzo del biglietto ci verrà dato un braccialetto colorato, poi vedendoci isolati dalle altre comitive famigliari ci chiede se abbiamo bambini al seguito. Noi confermiamo di essere soli, lei ci risponde con un sorriso che cela un “che ci siete venuti a fare?” e ci liquida con un “allora vi basta solo il braccialetto, tanto non potete fare nulla”.

L’inizio dell’incubo è di lì a un passo, e si palesa quando superiamo la siepe con i tornelli. È nel momento in cui fiancheggiamo un videowall che trasmette una puntata di Peppa Pig che diventa definitivamente chiaro che quello non è più il Luneur, bensì il Luneur Park, un parco giochi per bambini da zero a dodici anni. I segni della mutazione sono sparsi dappertutto come i chioschi dei tiri a bersaglio, che danno tutti gli stessi premi: i peluche dei personaggi dei film d’animazione.

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa. La delusione è tanta, ma provo a capire. Il mondo va avanti, in fondo sono anch’io tra quelli che critica la nostalgia per il passato, il vivere guardandosi alle spalle, l’artificioso tentativo di fermare il tempo quando tutte le condizioni attorno sono mutate. Quello che mi sconvolge è rivedere gli stessi luoghi con destinazioni d’uso così distanti. I vialetti lastricati sono identici, le basse balaustre di ferro che proteggono le aiuole sono le stesse, dappertutto vi sono tracce del vecchio Luneur, infissi, scenografie e materiali, tutti nascosti dietro le sterpaglie come un passato di cui vergognarsi e da cui prendere le distanze.

Mentre passeggiamo, Francesca scatta foto e io vago sconsolato. Poi la folgorazione: in lontananza vedo una civetta gigantesca e una specie di astronave a forma di fungo. La Magic House! E il Rotor! Forse era tutto uno scherzo, volevano farci credere di aver gettato tutta la storia del Luneur in un magazzino, e invece le attrazioni di una volta sono ancora lì. Affretto il passo, e tutto torna a sembrarmi come allora. Il Rotor era fenomenale e formativo: entravi in questa stanza cilindrica chiusa che iniziava a ruotare a una velocità tale da schiacciarti addosso alla parete. Era la forza centrifuga! Si arrivava al punto in cui il pavimento si staccava e tu rimanevi comunque inchiodato con i piedi penzoloni, fino al momento della decelerazione, quando scivolavi più o meno delicatamente al suolo.

Il Luneur era pieno di attrazioni così, distanti anni luce dal politically correct, immerse in un luogo al confine tra il kitsch e il trash, un punto di ritrovo della coattitudine romana, un posto di quelli che prima si disdegnavano e ora si riscoprono, non a caso più volte eletto a location dei film commedia senza arte né parte che venivano prodotti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, quelli con Renato Pozzetto e Adriano Celentano della cui esistenza non ti capacitavi. Il Luneur era per tutti, perché c’erano anche giostre pensate per i bambini, come il mostro Nessie che non faceva altro che girare attorno al laghetto, ma celava un lato inquietante e “pericoloso” derivante dall’impressione d’insicurezza che molte delle attrazioni si portavano dietro, condito con un’affinità estetica a qualsiasi thriller statunitense di Sydney Pollack e Robert Redford.

La summa stilistica del Luneur la trovavi nell’attrazione Himalaya, le montagne russe, a cui teoricamente si poteva accedere soltanto dopo aver superato i quattordici anni. In realtà i gestori chiudevano un occhio (forse entrambi). Le montagne russe del Luneur erano già sorpassate negli anni Ottanta, quando altri parchi giochi moderni erano spuntati come funghi soprattutto nel Nord Italia, ma mantenevano il fascino del pericolo. Nessun coaster moderno, seppur iperveloce e sfidante ogni legge di gravità, riesce a suscitare il brivido che si provava a salire lentamente in cima con quella macchinetta a quattro posti salvaguardati solo da un’esile barra metallica, per poi scendere in picchiata all’improvviso, facendo il leggendario “saltello” con cui provavi l’agghiacciante senso di vuoto come se si stesse per uscire dai binari. La differenza tra l’avere soltanto lo stomaco sottosopra e avere anche paura era tutta nel (fondato?) dubbio che i gestori non rispettassero tutte le norme di sicurezza e manutenzione.

Torno in me quando mi accorgo che né il Rotor, né la Magic House sono in funzione. Li hanno lasciati lì come decorazione, o per stimolare noi che li abbiamo vissuti. Fa strano, vederli lì. C’è anche la Horror House, più in fondo, con i seggiolini ricoperti dalle lenzuola bianche pronti alla partenza, che non partiranno mai. Non sembrano vecchi, appaiono fuori luogo, ed è una sensazione strana, visto che per decenni quello è stato il loro posto. È strana come quando capisci che quel che è valso prima ora non vale più. Francesca mi porta via dal Rotor, ci allontaniamo a braccetto e davanti a noi gira vorticosamente una di quelle giostre chiamate volgarmente “calcinculo”, dove bisogna allungare il braccio per prendere il pupazzo appeso e vincere il giro successivo. Storicamente uno stimolatore di rivalse tra comitive, con gente presa alle spalle e lanciata nel vuoto. Come tutto il resto, anche questa giostra è in versione “mini” ed edulcorata, e per di più gli hanno dato il nome puccioso di “Alberone”, dato che è effettivamente decorato come un tronco rotante.

Come rendere innocuo un generatore naturale di sadismi. 

Il Luneur Park è pieno di attrazioni con il suffisso “-one” (c’è anche il Martellone, da non confondere con il mitico Nando della serie TV Boris), ospita centinaia di diverse specie vegetali, è molto sicuro, è bene organizzato, ha tutto al posto giusto, ma mi comunica un grande piattume. Se fossi un bambino non mi divertirei qui, così come non amerei i cartoni animati moderni. Sono anch’io fuori posto, come il Rotor e la Horror House. Il tempo è passato.

Questo spazio pubblico è stato chiuso per molti anni, a causa di controversie legali e occupazioni illegali. Credo sia un bene che non sia più avvinto dal degrado a cui era stato abbandonato, anche se il risultato è così simile a quello di un pazzo furioso curato con una lobotomia, così normalizzato da diventare banale e noioso. I colori non riescono a coprire il grigiore di fondo. Quando vedo la giostra della Barca Matta, un piccolo battello che fa qualche innocua giravolta, non posso non ripensare al Galeone Fantasma che pendolava indomito fino a farti tornare su gli ultimi tre pasti. I bambini ridono. Sono piccoli, per loro la Barca Matta è sufficiente, ancora per un po’. Quando cresceranno, quando vorranno fare sega a scuola non verranno più qui. Non passeranno l’adolescenza a cercare i primi approcci con le ragazze cadendo a quattro zampe sopra la pedana mobile del Tagadà.

Con Francesca ci arrampichiamo verso il lato sud del parco, quello che costeggia il viale e il piazzale dell’Industria. A un certo punto c’imbattiamo in una serie di camioncini di street food, di quelli che trovi alle sagre oppure ai festival organizzati dagli hipster. Mentre la canzone ufficiale mi risuona nelle orecchie (“Dentro la città, fuori dal mondo…al Luneur Park…”) e cerco di capire se il cantante è Giorgio Vanni, quello delle sigle dei cartoni Mediaset, ordiniamo un cartoccio di fritti. Due coppie di coetanei hanno lasciato i figli a girare su di una giostra, e si guardano intorno spaesati. Li fisso per un po’, loro se ne accorgono, ricambiano lo sguardo, ci capiamo al volo. Lunga vita al Luneur!

Cronache dalla Roma di Fuori: Ponte di Nona

La Roma di Fuori è un non-luogo. Non esiste nelle mappe, non esiste nelle istituzioni. E’ una cintura irregolare che circonda la Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare, ai confini con i comuni limitrofi: ne fa parte, ma solo sulla carta, a volte neanche quella. Le chiamano “nuove periferie” e sembrano tutte uguali: un centro commerciale e tanti servizi promessi, mai mantenuti. Sono quartieri-dormitorio, meta dei trentenni single o delle giovani coppie che a Roma non possono permettersi di comprare in zone centrali. In questa serie di reportage le visiteremo una ad una.

Puntate precedenti

Non volevo scrivere di Ponte di Nona. Volevo evitarlo, come fanno gli snob quando un tema a loro caro diventa piuttosto popolare e per loro non ha più senso portarlo in giro, renderlo fulcro del loro repertorio. Se ne parlano tutti, io non ne parlo più. Non posso far finta di non sapere che Ponte di Nona è l’Esempio, didascalico, osceno e quasi pornografico, della Roma di Fuori. Tuttavia, proprio perché paradigma delle nuove periferie romane, è stata assai raccontata, in modo a volte distorto, e in questa serie di articoli mi ero prefigurato di far emergere realtà meno note.

Non è facile parlare di Ponte di Nona. C’è troppo pregresso, a cominciare da quella famosa puntata di Report del 2008, intitolata I re di Roma, che forse per la prima volta portava a galla le magagne del “flessibile” piano regolatore capitolino, e delle discutibili convergenze d’interessi tra Comune e costruttori. Ci sono stati un bel po’ di fatti di cronaca e degrado, quelli su cui il pregiudizio fa presa e non la lascia più. Da tempo Ponte di Nona è accomunata, non solo per il numero di Municipio, alle “Torri” (Tor Bella Monaca, Torre Angela…), le periferie difficili di Roma Est.

Là dove c'era l'erba, ora c'è...una (altra) città...
Là dove c’era l’erba, ora c’è…una (altra) città…

Eppure, qualche giorno fa, ho letto alcune notizie che infondevano speranza. A Ponte di Nona hanno inaugurato una stazione ferroviaria che collega la stazione Tiburtina in 23 minuti e, più sporadicamente, persino la Stazione Termini. Hanno inoltre istituito una linea di autobus, la 055, che collega il quartiere alla Metro C. Qualcuno deve essersi reso conto che questo agglomerato urbano strappato alla campagna romana c’è, che non è stato solo un grosso errore e che anche se lo fosse stato, non va dimenticato come se non esistesse.

Decido dunque di andare a Ponte di Nona. Ovvero, di tornare. Perché Ponte di Nona l’ho visto nascere, nella prima metà degli Anni Zero. Ovviamente mi riferisco a quella che viene definita “Nuova Ponte di Nona”, per differenziarla dagli edifici popolari del Villaggio Falcone, multicolorati e spontanei come solo una certa edilizia abusiva di fine Novecento. Al contrario di altri esempi della Roma di Fuori, a Ponte di Nona c’è stato anche un “prima”, seppur riservato agli emarginati della società.

L'inconfondibile nome, l'inconfondibile stile.
L’inconfondibile nome, l’inconfondibile stile.

La mia frequentazione con Ponte di Nona è iniziata una decina d’anni fa. All’epoca il progetto era ancora agli inizi, io non vivevo qui, ma ci venivo tutti i giorni per lavorare. L’ufficio dove stavo non era un vero ufficio, ovvero era accatastato come abitazione, perché a Ponte di Nona non esistono centri direzionali, ci sono solo la zona residenziale e quella commerciale. Come è sempre avvenuto per la Roma di Fuori, i costruttori hanno lucrato sino all’ultimo per aumentare il valore catastale dei propri immobili, svuotando di significato il quartiere, annullandone ogni potenzialità in un eventuale decentramento delle attività cittadine.

La palazzina era gialla tonalità della sabbia, con i balconi lunghi che giravano attorno al palazzo. Lo stile era lo stesso di quelle di Malafede, non a caso. Si trattava del primo nucleo consegnato, quello storico che confluiva su viale Francesco Caltagirone. Affacciandomi dal terrazzo, durante le pause caffè, potevo mirare i lavori attorno al centro commerciale, ancora in corso, e spingere lo sguardo fino a Lunghezza, al suo castello medievale che ospitava, e ospita tuttora, il parco tematico de “Il Fantastico mondo del fantastico”, di cui ricordavo la pubblicità su Teleroma 56 e Super3.

Case "vecchie", case nuove (sullo sfondo).
Case “vecchie”, case nuove (sullo sfondo).

Di cantieri ce n’erano, ma non davano l’idea di quel che poi il quartiere sarebbe divenuto oggi, un agglomerato catastale ipertrofico. Dove ti giri vedi costruzioni, su alcune traverse l’addensamento ricorda da lontano quello della speculazione edilizia di mezzo secolo fa. Ti fa pensare perché immagini che, oltre a quelli che non potevano permettersi altro, a Ponte di Nona ci sono finite pure giovani coppie fuggite da certi scenari capitolini più interni e deprimenti. Ci sono troppe case rispetto al necessario, è evidente. Alle palazzine color sabbia se ne sono aggiunte molte altre, bianche, marroncine, con i pannelli solari per l’acqua calda schierati sul tetto. Tutto il quadrante è stato ridisegnato: via Ponte di Nona, che collegava la Prenestina e la Collatina, ora viene bypassata attraverso una delle tante rotatorie e chiusa al traffico, il suo antico compito viene assolto da via Luigi Gastinelli e da altre strade limitrofe, mentre via Giorgio Grappelli è la nuova arteria ad alto scorrimento, che ha l’arduo compito di cucire i lembi del quartiere, costeggiare il centro commerciale Roma Est e condurre verso lo snodo autostradale della A24, quello famigerato dove i residenti sono comunque tenuti a pagare 1,30 euro di pedaggio.

Il cuore di Ponte di Nona si è spostato attorno a via Raoul Chiodelli, una lunga strada a carreggiate separate che racchiude la maggior parte degli esercizi commerciali, tra cui un supermercato discount, la biblioteca comunale, ricavata da uno storico casale rosso e gestita da ex-detenuti, lo snodo che conduce al Colle degli Abeti, dove ci sono i nuovi villini, e i vari ingressi del Parco Leonardo Sinisgalli. Sviluppato in senso longitudinale e parallelo a Chiodelli, il parco denota l’incuria comune a quasi tutte le aree verdi romane, una folta vegetazione e passeggiate rese possibili da una serie di griglie salvaprato che sembrano più adatte a qualche patito del giardinaggio fai-da-te che a un parco aperto al pubblico.

Tanti parcheggi, anche se non tutti vuoti come altrove.
Tanti parcheggi, non tutti vuoti come altrove.

Sono tornato a Ponte di Nona aspettandomi il peggio, invece la flebile speranza di trovare dei cambiamenti migliorativi è cresciuta di passo in passo. Si notano le tracce di una comunità che ormai va nella direzione tracciata dal lodevole lavoro del comitato di quartiere che da sempre si batte per esso. La gente vive Ponte di Nona, il ruolo del centro commerciale è importante ma non così centrale come in altri posti della Roma di Fuori. Il carattere a vocazione popolare è coerente con le quotazioni degli immobili, lo spirito non è quello di essere la nuova Tor Bella Monaca, bensì la nuova Garbatella. Questo è un quartiere che si farà, dove la desolazione è solo una componente minoritaria, dove l’invenduto diviene occupato, certo, ma dove i parcheggi non sono sempre desolati.

Alla fine il primo problema di Ponte di Nona è che, nonostante i tanti chilometri che si percorrono dopo l’uscita dal raccordo, qui si legge ancora la famosa scritta “Comune di Roma”. Si tratta di un’affiliazione che crea più problemi che altro. Innanzitutto quella subdola sudditanza dal Centro, accreditata anche da quelli del Comitato di Quartiere, i quali sul sito precisano che

Nelle ore di punta mattutine, si può raggiungere San Giovanni in 30 minuti di automobile.

Perché questa informazione deve essere così rilevante, oltre che molto discutibile? Una persona che necessita o desidera di andare spesso a San Giovanni non dovrebbe proprio comprare una casa a Ponte di Nona, oppure mettersi l’anima in pace, come chi abita a Firenze e voglia recarsi abitualmente a Bologna.

Se Ponte di Nona non fosse Roma, ma un comune a sé, probabilmente molte cose andrebbero meglio. Meno tasse pagate a chi sovente si dimentica di te per servizi di cui usufruiscono, quando va bene, solo quelli che abitano dentro il GRA, meno connivenza di criminalità, con esodi di interi clan in cerca di visibilità nei giochi di potere, meno case occupate abusivamente per rimostranze contro il Comune che non assegna gli appartamenti a chi ne ha diritto.

Se Ponte di Nona non fosse Roma, la Roma di Fuori, probabilmente non farebbe questa grande fatica a scrollarsi di dosso l’Esempio, e a diventare un quartiere normale.

(foto di Francesca Minonne)

Cronache dalla Roma di Fuori: Parco Leonardo

La Roma di Fuori è un non-luogo. Non esiste nelle mappe, non esiste nelle istituzioni. E’ una cintura irregolare che circonda la Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare, ai confini con i comuni limitrofi: ne fa parte, ma solo sulla carta, a volte neanche quella. Le chiamano “nuove periferie” e sembrano tutte uguali: un centro commerciale e tanti servizi promessi, mai mantenuti. Sono quartieri-dormitorio, meta dei trentenni single o delle giovani coppie che a Roma non possono permettersi di comprare in zone centrali. In questa serie di reportage le visiteremo una ad una.

Puntate precedenti

Bufalotta/Porta di Roma

In astronomia, le Pleiadi sono un gruppo di stelle mutuate dalla mitologia greca che, nell’era classica, i navigatori attendevano prima di mettersi in mare. Pleiadi è anche il nome del primo nucleo residenziale nato sotto l’egida del progetto Parco Leonardo. Una scelta che forse non è così casuale, dato che l’acqua è elemento decisivo nell’intera realizzazione di questo moderno quartiere. Il Tevere è letteralmente a due passi, poche decine di metri e la via Portuense che si snoda rettilinea verso il Lago Traiano e l’Isola Sacra. Qualche decennio fa questa lingua di terreno venne sottoposta a un’opera di completa bonifica per strapparla alle grinfie del fiume. Un intervento riuscito, non fosse che quando scende qualche acquazzone particolarmente forte, l’acqua torna a reclamare proprietà, allagando garage e locali.

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Le Pleiadi.

Gli edifici che costituiscono il complesso delle Pleiadi hanno sette piani ma si sviluppano in lunghezza, seguendo le proiezioni delle strade come se fossero delle enormi lettere stampatello. Moderni e di bell’aspetto, hanno terrazzi ampi e abitabili, racchiusi da enormi fioriere color cemento da cui spuntano rigogliose piante ricadenti. Le vie portano i nomi delle capitali scandinave, ma non sono doppioni di quelle dell’EUR, perché qui è tutto facente parte del comune di Fiumicino. Sullo sfondo, dietro le quinte, si vedono file di capannoni, ci sono i magazzini di un corriere espresso, dell’Alitalia e di qualche autonoleggio. Le Pleiadi iniziano ad avere un po’ di storia: i primi appartamenti vennero consegnati tredici anni fa, nei primi Anni Zero, quando qui attorno non c’era nulla. Ricordo che alcuni conoscenti, coetanei, prenotarono la casa e poi vennero ad abitarci in piena bolla immobiliare.

Un Parco pedonale
Un Parco pedonale

Le cose sono cambiate con il tempo, e lo si nota nella zona commerciale, oltrepassata la caserma dell’aeronautica, dove sono stati costruiti gli altri due nuclei residenziali, Athena e Polis. La desolazione di qualche anno fa sembra dimenticata: oltre all’enorme centro commerciale, infatti, sono stati aperti una serie di esercizi e servizi professionali. Parco Leonardo è ormai una mini-città pressoché autonoma: ci sono tutte le scuole dell’obbligo, la parrocchia, la farmacia. Il progetto sembra essere veramente arrivato a compimento previsto dal manifesto che riporto dal sito ufficiale:

L’idea guida nella concezione di Parco Leonardo è la realizzazione di una “città del futuro” che racchiuda in sé tutte le funzioni, attività e servizi propri di un insediamento autosufficiente seppur in stretta connessione con il territorio…

Un altro passaggio importante:

Dal punto di vista architettonico i “non luoghi” sono tutti quegli spazi della città che hanno la prerogativa di non essere identitari, né relazionali. Spazi in cui le persone si incrociano senza entrare in relazione. Si transita nei “non luoghi” senza viverli, ed etichettandoli come spazi anonimi. Resta di fondamentale importanza intuire quali possano essere le esigenze degli abitanti e la vocazione delle aree, prima di pianificare i futuri sviluppi di una zona urbana o di un contesto territoriale. Nello sviluppare Parco Leonardo tutti questi problemi sono stati posti al centro dell’attenzione e valutati singolarmente, in modo che la loro definitiva risoluzione fosse la premessa per lo sviluppo dell’intervento e un vero e proprio punto di forza dell’insediamento.

Non credo che Parco Leonardo, per quanto autonomo e funzionale possa essere diventato, sia ancora identitario, non ritengo si sia ancora affrancato dall’etichetta di non-luogo. E non mi sto riferendo all’assenza di una vera e propria area verde, a parte il brullo appezzamento di via del Perugino. Girando tra le vie intitolate a grandi artisti dell’età barocca, in un giorno di festa, ti capita di vedere papà con i bambini che giocano a pallone di fianco le vetrine dei negozi. Una città pedonale, racchiusa in appena 160 ettari.

I limiti di Parco Leonardo emergono quando si esce fuori da quel clima d’idealità che condisce cartelloni e annunci pubblicitari. Sarebbe bello (ma lo sarebbe, sul serio?) poter vivere, lavorare e consumare all’interno di un’area ben definita, in una sorta di cortocircuito logistico e capitalista. La realtà è però ben diversa, e ogni volta che ci si deve spostare da Parco Leonardo, ogni volta che si è costretti ad oltrepassare il viale delle Arti che lo circonda, sono dolori. Innanzitutto scordatevi la pur vituperata ATAC, visto che siamo nel Comune di Fiumicino. Potete fare affidamento solo sul treno regionale che collega Aeroporto e Stazione Termini, con tutti i disagi del caso. A livello stradale, le cose non vanno meglio: la via Portuense, comunque a carreggiata unica, se percorsa verso Roma ti obbliga a costeggiare due grandi fallimenti degli Anni Zero, Commercity e la Nuova Fiera di Roma. La soluzione più veloce sarebbe l’autostrada Roma-Fiumicino, lì a due passi, che però negli orari di punta si trasforma in un girone dei dannati, condotti verso quella giostra delle speranze chiamata GRA. Ore di automobile che vanno ad aggiungersi a quelle lavorative, e che non lasciano tempo per nulla di diverso che la cena e il letto. E poi c’è il weekend, dove si viene presi d’assalto dai patiti dello shopping, e la coda la si fa per uscire dal quartiere. E’ la vita moderna, e non sembra affatto ideale.

E’ quando ti devi spostare che capisci quanto Parco Leonardo sia estranea a ogni logica urbanistica, qualcosa di concettualmente simile all’isolamento di Milano 3, qui splendidamente raccontato da Errico Buonanno. Non è Roma, ma non è neanche Fiumicino. E’ la Roma di Fuori.

In Caro Diario di Nanni Moretti c’è una scena che mi piace spesso citare, quella in cui Moretti va in vespa fino a Casal Palocco.

Certe volte mi viene voglia di fare come Moretti, di ricontattare quei miei compagni d’Università che si sono comprati casa a Parco Leonardo. Vorrei chiedere loro: perché avete speso più di 300mila euro per un trilocale da quelle parti? Ma non lo farò, solo perché già so la risposta. La so bene. Era il culmine della bolla immobiliare, 2006-2007, e a Roma le case avevano prezzi inavvicinabili. Molti non resistettero al fascino della casa nuova e mediamente rifinita, cedettero alla visione futura, all’ideale. Quella della mia generazione sono rimasti “strozzati” dalla bolla immobiliare. Ora con trecentomila euro ti compri un buon trilocale anche a Monteverde o a Viale Marconi. A Parco Leonardo costano centomila euro in meno.

(Le foto sono di Francesca Minonne)

Cronache dalla Roma di Fuori: Bufalotta/Porta di Roma

La Roma di Fuori è un non-luogo. Non esiste nelle mappe, non esiste nelle istituzioni. E’ una cintura irregolare che circonda la Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare, ai confini con i comuni limitrofi: ne fa parte, ma solo sulla carta, a volte neanche quella. Le chiamano “nuove periferie” e sembrano tutte uguali: un centro commerciale e tanti servizi promessi, mai mantenuti. Sono quartieri-dormitorio, meta dei trentenni single o delle giovani coppie che a Roma non possono permettersi di comprare in zone centrali. In questa serie di reportage le visiteremo una ad una.

Chissà cos’avrebbe pensato il grande Carmelo Bene, a sapere che gli avrebbero dedicato una via nel Comune di Roma. Una figura così controversa, infine istituzionalizzata. Chissà cos’avrebbe pensato nel vedersi dedicare il viale principale del neo-quartiere Porta di Roma, un vasto appezzamento di terreno che unisce Casal Boccone e Fidene attraversando il Parco delle Sabine e costeggiando, parallelo, il Grande Raccordo Anulare.

Viale Carmelo Bene non è come il nome farebbe pensare, non è una strada di negozi, di passeggio o di belvedere, anche se la linea dell’orizzonte arriva fino ai profili del Colle Salario. E’ un ibrido tra una circonvallazione veloce e una sopraelevata, e accompagna i fuoriusciti dal Centro Commerciale. Il destino delle nuove periferie è di avere una toponomastica legata ai grandi artisti di fine Novecento, eppure niente come Porta di Roma sembra così adatto per una rappresentazione urbana del non-luogo di Bene. Il grande attore lo interpretava come una declinazione del Grande Teatro, ma tant’è. Un teatro l’hanno pure costruito, nelle vicinanze, inaugurato cinque anni fa.

Una prospettiva degli edifici di Porta di Roma, intervallati dal nulla lasciato incolto. Sullo sfondo, il nuovo complesso Parco delle Sabine.
Una prospettiva degli edifici di Porta di Roma, intervallati dal nulla lasciato incolto. Sullo sfondo, il nuovo complesso Parco delle Sabine.

A Porta di Roma, tutto inizia e finisce con il Centro Commerciale. Chiunque graviti da queste parti viene a fare shopping all’IKEA, da Decathlon, magari al cinema, o semplicemente a farsi un giro tra i 220 negozi accatastati su tre piani. Tutto è funzione del Centro Commerciale, in primis l’uscita che gli è stata dedicata sul GRA, che la maggior parte delle persone considera come l’unica esistente e percorribile. Soltanto i residenti sanno che ci si può arrivare anche da via di Settebagni, oppure con un giro largo e poco intuitivo, percorrendo i viadotti dei presidenti, attraverso quella landa di terreni incolti intervallati da qualche gru.

Il Centro Commerciale e il centro direzionale. L'eterno panorama di Porta di Roma.
Il Centro Commerciale e il centro direzionale. L’eterno panorama di Porta di Roma.

Eppure, dei residenti te ne accorgi poco. Ci sono, ma vivono nascosti alle spalle di quella poderosa costruzione modulare ben visibile da qualsiasi punto cardinale. Camminano lungo gli esigui marciapiedi, sono sempre di fretta, da o verso casa, perché non c’è molto da vedere, lì intorno. Tutti vanno a Porta di Roma, nessuno ci si ferma mai. Il senso dell’abbandono stride con il taglio moderno degli edifici eretti attorno al silenzio, ed è certificato dalle numerose cartacce che si accatastano in mezzo alle carreggiate o ai bordi delle strade: soffia spesso molto vento, da queste parti, tra le colline verdi e selvagge e le palazzine infilate in prospettiva, al di sotto di ogni pessimistica previsione dei costruttori. A Porta di Roma ci sono persino le piste ciclabili, chimera romana, ma a meno di dieci anni dall’inaugurazione sembrano già vecchie e malconce, con la pavimentazione sgretolata e tante erbacce che spuntano di qua e di là. Chiunque potrebbe prendersi la libertà di parcheggiare un po’ dove gli pare, negli ampi spiazzi sempre liberi. Questo è un quartiere che da un anno viene lasciato al buio, senza illuminazione pubblica, come se quel che avviene dopo l’orario di chiusura non sia importante, come se tutto quel che conta, lì, è solo il Centro Commerciale.

Via Giorgio Moser, documentarista.
Via Giorgio Moser, documentarista.
Poco passeggio, pochi ciclisti.
Poco passeggio, pochi ciclisti. E di sabato pomeriggio.

Nelle intenzioni progettuali questo avrebbe dovuto essere un grande polo, non solo commerciale, ma un reale punto d’ingresso nella Capitale dal quadrante nord-est, fino a quel momento abbandonato a se stesso e all’eredità dell’abusivismo. Eppure nessuno riesce a togliergli quel senso d’isolamento, d’estraneità al contesto capitolino. Porta di Roma è decisamente meno periferico di altri progetti nati negli anni Zero, è interno al Raccordo e gode di trasporti pubblici meno sparuti, c’è la linea 80 che porta diretti alla fermata Metro di Jonio e a Piazza Venezia, la linea 86 conduce invece a Conca D’Oro. Percorsi lunghi, funestati dagli accodamenti dei pendolari mattutini, ma che sono comunque migliori rispetto a chi non ha proprio alcuna alternativa all’automobile.

Per chi riesce a trovare l’uscita dal Centro Commerciale, una chimera scovarla dopo aver recuperato l’automobile tra mille colori e lettere, dopo un circuito che sembra non finire mai, per chi desidera e ha la feroce intenzione di uscire da quel dedalo di cavalcavia e rotatorie capace solo di riportarti indietro, percorrendo la via di Settebagni si giunge su via della Bufalotta, l’ex-punto nevralgico e nominale del quadrante, una lunga arteria che parte dal Tufello e prosegue, circondata da sempre più sporadici villini, fin dentro la riserva della Marcigliana, da dove ebbe origine la tenuta agricola della famiglia Del Bufalo, che diede il nome all’intera area.

Tutto pronto e rifinito. Mancano solo le persone. E i servizi.
A ridosso della Marcigliana, tutto pronto e rifinito. Mancano solo le persone. E i servizi.

Anche qui, appena dopo la biforcazione con Tor S.Giovanni, oltrepassando una serie omogenea di siepi e cancelli privati, lasciandosi alle spalle anche la sede centrale dei Testimoni di Geova, la Bufalotta dà il via a una serie di nuove costruzioni, un quartiere immerso nel verde e a due passi dal Centro, come reciterebbe qualsiasi annuncio immobiliare degno di questo nome. La realtà ci mostra un crocevia di costruzioni apparentemente più ordinato rispetto a Porta di Roma, più curato nei dettagli, ma non per questo meno incompleto, meno isolato. Anzi, più desolato. L’assenza di un Centro Commerciale lo rende ancor più esposto a un regime da quartiere-dormitorio, le serrande abbassate ai piani-terra dei palazzi (chi ha coraggio di aprire un negozio qui?), la presenza di un solo supermercato, un discount, in tutti i paraggi, le campane della chiesa che suonano messa, chissà per chi. I terrazzi sono ampi e disadorni, la luce primaverile costringe chi vi abita ad abbassare le tende. Soltanto così capisci quali sono gli appartamenti abitati, gli altri hanno appesi gli striscioni con il numero di telefono del mediatore, anche i video-citofoni hanno poche etichette con i cognomi, mentre in giro è pieno di cartelli con la scritta vendesi, e trovi ancora tante gru in giro, per continuare a costruire negli appezzamenti intonsi e recintati dalle lamiere. E tu ti chiedi perché.

L'eterna sospensione della Bufalotta. Cantieri in divenire, ma per chi?
L’eterna sospensione della Bufalotta. Cantieri in divenire, ma per chi?

(foto di Francesca Minonne)

Non c’è più Blu a Bologna

Negli ultimi giorni ha fatto molto parlare la vicenda di Blu, il noto street artist italiano che ha deciso di rimuovere dai muri di Bologna tutte le sue opere, coprendole di vernice grigia, in segno di protesta contro la mostra organizzata da una potente istituzione culturale, Genus Bononiae, sostenuta dalla fondazione bancaria Carisbo e presieduta dall’ex rettore Fabio Roversi Monaco. Una mostra che con l’obiettivo di preservare le opere di street art (negli anni passati oggetto di critica da parte del movimento artistico “tradizionale”) le sta staccando e musealizzando, spesso senza chiederne il consenso agli autori.

Un fatto che secondo Blu e altri del movimento è totalmente contrario, opposto alla filosofia della street art, che è quella di abbellire il bene comune, non di privatizzarlo e renderlo accessibile a pochi, secondo una logica di accumulo delle ricchezze che è tipico della società globalizzata.

Ha fatto bene a compiere un gesto così estremo? Chi ha ragione? Il dibattito in Rete è stato sentito e divisorio come in pochi casi. Si è discusso sul legame (necessario o meno) tra arte e business, su quanto possa essere estendibile il concetto di proprietà d’autore per delle opere che dovrebbero essere un “regalo” ai quartieri e alle città che le ricevono. Blu ha agito come autore o come guardiano della filosofia street art? Non mancano coloro che ritengono la mossa come una ricerca di visibilità, e come lo stesso Blu tanto “puro” non sia, visto che in passato ha collaborato con altri musei e tuttora vende le proprie serigrafie. Oltretutto, pur considerando valido il punto fermo di non “staccare” la street art dalla strada, il suo gesto ha depauperizzato gli incolpevoli cittadini.

Se volete farvi una vostra opinione, abbiamo qui raccolto il meglio di quanto pubblicato sull’argomento.

  • l’annuncio apparso sul blog di Blu
  • la spiegazione del gesto apparsa sul blog del collettivo Wu Ming (Blu non concede interviste ai media “ufficiali”)
  • l’articolo di cronaca locale bolognese di Repubblica che descrive nel dettaglio la notizia.
  • Una ricostruzione esaustiva e multimediale di FrizziFrizzi
  • Il Manifesto si schiera a favore di Blu
  • La “lavandaia” Giulia Seno approfondisce la vicenda dal punto di vista politico e ci fornisce alcuni punti di riferimento sociali bolognesi nei quali inserirla.
  • Un altro approfondimento pubblicato sulla rivista culturale Doppiozero.
  • Alessandro Mininno su Gli Stati Generali si focalizza sul danno procurato da Blu alla città di Bologna.
  • Un altro blog post di critica verso Blu da parte di Leonardo.
  • Anche il tono del post de Libernazione è di delusione nei confronti dello street artist.
  • Un reportage di TheTowner sulla Bolognina, uno dei quartieri periferici di Bologna che ospitava opere di Blu.
  • Internazionale ci ricorda quanto accaduto nel quartiere di San Basilio di Roma, quando un murale di Blu è stato censurato dal Comune in quanto offensivo verso le forze dell’ordine.
  • Su Bloggokin trovate invece un resoconto della mostra della discordia.

Pasolini, eroe borghese

Quarant’anni fa, l’omicidio di Pier Paolo Pasolini irrompeva tra le pieghe ideologiche e nell’immaginario collettivo della società italiana, per non abbandonarlo più. Sul caso investigativo e giudiziario esiste ormai una bibliografia dedicata e decine di teorie che spaziano tra l’assassinio politico, il complotto ordito da gruppi di potere denunciati nell’ultima opera incompiuta (“Petrolio”), fino ad arrivare a condannati che ritrattano a distanza di decenni, gettando nuove luci, e altrettante ombre, su un delitto che ha scosso tanti ambienti.

Sono decine, centinaia, migliaia i modi di ricordare il grande scrittore e regista, non soltanto ora in questi giorni che cade l’anniversario. Non s’è mai smesso di parlare di Pasolini, argomento sempre attuale, spesso ben oltre la reale portata della sua opera, comunque enorme, che rischia di rimanere secondaria. Forse ha ragione Francesco Longo quando provoca, su Rivista Studio, circa i presunti “danni” dell’eredità pasoliniana al panorama culturale nostrano. Pasolini è stato artista prima che scrittore e oramai personaggio prima che artista. Sulla bocca di tutti, anche e soprattutto su quella di chi non ha mai letto i suoi libri o visto i suoi film.

La morte violenta e prematura ha scolpito il mito nella pietra, immortalando l’effige di un eroe schierato contro i valori piccolo-borghesi, contro il Sistema, a favore delle classi indifese. L’autore impegnato, il personaggio che giocava a calcio nei campetti impolverati di periferia, da lui tanto amata e tanto raccontata, ma infine rifuggita. Quando arrivò a Roma, fuggito dal Friuli assieme alla madre, Pasolini abitò per poco tempo in zona Rebibbia, ma migrò presto nel quartiere Monteverde, dapprima nella zona popolare “nuova”, poi in quella più elitaria “vecchia”, trasferendosi infine, negli ultimi anni di vita, nel residenziale quartiere dell’EUR.

Questi fatti privati tradiscono l’intima inclinazione borghese di Pasolini, proprio quello stile di vita di cui il geniale scrittore aveva per decenni criticato il conformismo. Pasolini amava sporcarsi nelle periferie, narrare i ragazzi di vita con la stessa crudezza espressa da borgate come Pigneto o Quadraro, ma alla fine era comunque un esteta che sognava, come in questi suoi versi:

Io sogno, la mia casa sul Gianicolo,

verso Villa Pamphili, verde fino al mare:

un attico, pieno del sole antico

e sempre crudelmente nuovo di Roma;

costruirei, sulla terrazza, una vetrata

con tende scure, di impalpabile tela:

ci metterei, in un angolo, un tavolo

fatto fare apposta, leggero, con mille

cassetti, uno per ogni manoscritto

per non trasgredire alle fameliche

gerarchie della mia ispirazione…

(Pier Paolo Pasolini, Il mio desiderio di ricchezza)

Molto più coerente appariva dunque l’amico Alberto Moravia, un borghese dichiarato che nei suoi romanzi esprimeva lo stesso distacco cinico ed esistenzialista che rappresentava la cifra stilistica della sua vita.

Pasolini era ricco di contraddizioni, ma le cavalcava fiero come la sua prosa, e forse è anche per questo che il suo ricordo è vivido e la sua eredità pesante. Per chiunque.