Mezzi Pubblici

A Roma sono pochi quelli che prendono i mezzi pubblici. Un po’ perché siamo figli del Novecento, quindi dell’automobile; un po’ perché mentre l’automobile ci aspetta sotto casa e ci porta sotto l’ufficio, attraversare la città con i mezzi pubblici è simile ai tragitti su mappa di Indiana Jones: spesso vengono segnalati dei dispersi a Colli Albani che devono arrivare a Labaro, e hanno smarrito il numero dei cambi di autobus che devono fare.

Il romano medio è uno che prenderebbe l’automobile anche per andare a comprare le sigarette sotto casa, tuttavia esistono dei casi per cui si è costretti ad usufruire dei mezzi pubblici:

  1. Non si possiede un’automobile (o uno scooter). Fino a qualche anno fa sarebbe stata una bestemmia, ma la crisi ha contribuito a far crescere gli appiedati. Per venire incontro alle crisi di astinenza, sono stati creati i servizi di car sharing. Vedi un’auto con delle scritte sulla fiancata, la apri, trovi le chiavi nel cruscotto e te la porti via. Questo nuovo servizio ha creato molte crisi depressive nella comunità dei ladri d’auto.
  2. Si va a lavorare al Centro Storico. Come ben sapete, l’ultimo parcheggio libero e con le strisce bianche visto da quelle parti è risalente ai mai dimenticati tempi di Romolo Augustolo, ed è stato ritrovato durante gli scavi per la Metro C. I lavori sono stati frettolosamente interrotti, ed il parcheggio tumulato per impedire a qualche faccendiere radical-chic di parcheggiarci il SUV e lasciare le quattro frecce accese.
  3. Si è dei feticisti dei mezzi pubblici. Esistono persone che passano il loro tempo a evangelizzare il resto della popolazione urbana sui benefici dell’uso di tram e autobus. Pur non essendo aggressivi come i ciclisti capeggiati dall’attuale Sindaco, non perdono mai occasione di osservare come tutti i problemi di traffico della Capitale verrebbero risolti istantaneamente, se tutti lasciassero l’automobile a casa. Di solito si trovano alle fermate, e danno indicazioni più precise dell’InfoATAC su coincidenze e percorsi alternativi. Nessuno, invero, li ha mai visti salire su un autobus.

Per quanto i feticisti si sforzino di dipingere i mezzi pubblici come un paradiso ecologico e anti-stress, viaggiare sugli autobus può raggiungere livelli di difficoltà inaspettati, soprattutto durante le ore di punta. Andremo ora a descrivere un paio delle più frequenti cause di disagio per i passeggeri.

  • Sindrome da autobus fantasma. Colpisce i passeggeri che aspettano per più di mezzora alla fermata. I sintomi più visibili sono: raptus nel controllare ogni trenta secondi l’applicazione per smartphone, che continuerà ad indicare la vettura come “In arrivo”; forme di amnesia della reale destinazione che li spingeranno a prendere il primo mezzo che passa, sebbene vada in direzione opposta; attacchi di miopia estrema che li porteranno a salire in massa sull’autobus in configurazione “scatola di sardine” nonostante subito dietro stia arrivando un’altra vettura della stessa linea, completamente vuota.
  • Panico da pioggia. E’ una forma virale che si propaga all’uscita delle fermate della metropolitana, che a Roma tende a chiudere nei giorni di pioggia per una forma di rispetto nei confronti dei martiri della siccità. L’utente medio della metropolitana è abituato a ragionare SOLTANTO con il percorso e le fermate della propria linea, e viene colto da veri e propri attacchi quando messo di fronte alla necessità di usare dei bus sostitutivi. La massima espressione di questo fenomeno di massa si registra nei pressi della stazione Termini, punto di snodo di entrambe le linee, dove ondate di persone impazzite si accalcano sulle scale per uscire su piazza dei Cinquecento. E’ in studio un progetto del governo americano per usare uno di questi assembramenti per rovesciare qualche dittatura africana.
Metro quasi vuota

(Foto di Francesca Minonne)

Una volta che si è riusciti, con le buone o con le cattive, a salire su un mezzo pubblico, bisogna attenersi a linguaggi e regole non scritte tipiche di qualsiasi gruppo sociale. Un modo per capire come comportarsi è quello di studiare i principali personaggi che frequentano questi ambienti.

  • L’intralciatore. Ha abbracciato uno stile di vita controcorrente, per questo motivo si trova sempre nel punto sbagliato, ovvero in mezzo ai piedi. Di solito staziona insistentemente davanti alle porte centrali, e v’impedisce di scendere, oppure davanti alle porte posteriori, e v’impedisce di salire. E’ la stessa persona che ama usare le porte in senso contrario agli altri, salendo al centro e scendendo da dietro. Nella variante per metropolitana, si trova immancabilmente sul lato delle porte che si aprono. E lui non deve scendere. Mai.
  • L’uomo-isola. Se vi trovate sopra un autobus pieno di persone in piedi, e vedete un posto accanto ad un passeggero restare libero, avete trovato un esemplare di uomo-isola. A distanza sembra come gli altri, ma tutti lo evitano perché emana degli odori poco gradevoli oppure parla da solo urlando e gesticolando; nella variante più rara, ha entrambe le caratteristiche ed è capace di tenere vuota mezza vettura durante l’ora di punta. Forse un giorno scopriremo che ha ragione lui, qualsiasi cosa stia dicendo.
  • La vecchia che insulta. Quando la vedi salire sull’autobus sembra una simpatica nonnina, ma prova a offrirle il posto a sedere: ti coprirà d’insulti, e lo farà con chiunque, per qualsiasi motivo. Se l’autobus va piano per il traffico, se la prende con il Sindaco. Se c’è poco spazio, si fa largo a spintoni, e voi non potete dirle nulla, perché lei vi risponderà “Lo sai quanti anni ho io”? La versione più pericolosa è quella con il carrello della spesa.
  • Quello che telefona. E’ presente su ogni autobus, si vocifera che sia uno stipendiato ATAC che registra la soddisfazione dell’utenza. Fatto sta che potremo ascoltare le sue infinite conversazioni lungo l’intero tragitto. Sta sempre in piedi, attaccato ad uno dei pali, non chiude mai la chiamata, anche quando non sa cosa dire, anche se passano imbarazzanti momenti in cui parla soltanto del più e del meno. La verità è che quello che telefona lo fa soltanto per non pensare di aver preso un autobus.
  • La disgustata. Non si sa perché è lì. Di solito è una donna di mezza età, ben vestita, trucca, pettinata e profumata. Se non indossa i guanti si passa l’amuchina sulle mani, e ha quello sguardo schifato di chi ha appena visto trasformarsi il suo lussuoso SUV in una grande carrozza piena di germi. Nella sua versione più estrema indossa una pelliccia (NON sintetica) e si tiene a distanza da qualsiasi individuo di colore dal mulatto in su.
  • Il giocatore d’azzardo. Gli piace rischiare, per questo sale sull’autobus senza guardare il numero della linea. La prima domanda che fa agli altri passeggeri è “Scusate, ma questo è il 31?”. Se è salito sull’autobus sbagliato, viene colto dal panico e scende alla fermata successiva. Se è salito sull’autobus giusto, tempesta di domande l’autista e le altre persone per farsi confermare la fermata dove deve scendere.
  • Il traslocatore. Ha preso l’autobus per un servizio traslochi, e sale con pezzi di mobilio, scatoloni e cose simili. Di solito si piazza in fondo alla vettura, incastrando il suo carico sopra al vano motore. Fa finta di nulla e non dà fastidio, se non nella versione più prepotente, quella che occupa i posti a sedere.
  • USB (Uomo Senza Biglietto). Diciamo la verità, a Roma non sono in molti quelli che comprano biglietti e abbonamenti. L’Uomo Senza Biglietto, però, interiorizza il senso di colpa e la paura di essere beccato e multato. Lo vedete sempre nei pressi di una delle porte, di solito la centrale perché i controllori salgono da quelle anteriori e posteriori. Non è molesto, tranne nel raro caso in cui salga un controllore. In quel frangente inizierà a guadagnare l’uscita con fretta e modi bruschi, ma mantenendo una velleitaria nonchalance. Esiste una variante più raffinata dell’USB, il cosiddetto USBT (Uomo Senza Biglietto Timbrato). Ha lo stesso biglietto in tasca dai tempi del Duce, e non l’ha mai timbrato. Si piazza vicino all’obliteratrice ed è pronto a spergiurare di essere salito in vettura proprio in quel momento.

Se vi sentite pronti ad affrontare tutto ciò, la vita sui mezzi pubblici può regalarvi grandi soddisfazioni, come la possibilità di leggere una marea di libri mentre state bloccati nel traffico, incontrare l’anima gemella o anche raccogliere centinaia di spunti per brani come questo. Per tutto il resto, c’è l’automobile.

Sull’autobus

A Roma, la vita sui mezzi pubblici funziona a orari, e a ogni fascia oraria corrispondono i propri passeggeri. Se l’autobus delle otto è quello degli impiegati, basta anticipare mezzora per trovarsi di fronte uno scenario assai più variegato e rumoroso. Ci sono tanti studenti del liceo che affollano gli spazi, quasi tutti a capo chino sui propri smartphone, a chattare e a giocare; ce ne sono due che si sfidano con le rispettive console PSP, potrebbero essere ovunque, e di questo viaggio verso scuola non resterà loro alcun ricordo, se non il risultato della partita. Ci sono le sacche rigonfie di vestiti dei senzatetto che hanno passato la notte dentro Villa Pamphili, c’è il vecchio e verace trasteverino che intrattiene un ragazzo con aneddoti e ricordi, e inizia ogni frase con “A Roma si dice che…”. Infine, c’è chi completa il sonno russando rumorosamente in un angolo e che, come per magia, si desterà proprio dieci secondi prima che la vettura arrivi alla sua fermata di destinazione.

#vitadabus

(Questi sketch sono stati interpretati da Simone Castano e Valentina D’Andrea all’ultimo Roma Fringe Festival. Riportiamo il testo integrale ed una ripresa della performance.)

A Roma, la vita sui mezzi pubblici e’ un mondo a se. Come in ogni mondo, nella #vitadabus esistono delle regole che vanno rispettate:

Passeggera: “Scusi…”

Autista: “Signora, non sa leggere? Non si parla al conducente…”

Passeggera: “Mi dispiace, ma io dovrei andare a via Andrea Doria…”

Autista: “Deve scendere a Piazzale degli eroi, tra cinque fermate…”

Passeggera: “Ah…ma parla proprio di questa via?”

Autista: “No, parlo del camposanto se non mi toglie questa mappa da davanti agli occhi…”

La #vitadabus implica anche interagire con nuove persone, magari fare nuove conoscenze:

Uomo: “Ma guardi, lei ha una borsa con le coccinelle!”

Donna: “Eh si, le piacciono?”

Uomo: “Insetti del cazzo…”

La #vitadabus ha la sua matematica…e la sua geografia:

Uomo: “Scusi, per andare a Termini?”

Donna: “Prenda il 910.”

Uomo: “Ma…non c’è ancora.”

Donna: “E allora provi con il 911. Cambia solo un numero, andrà lì vicino…”

La #vitadabus può essere teatro di momenti di approfondimento culturale:

Ragazzina: “Papà, quel signore ha detto che spostarsi sui mezzi e’ un’esperienza alienante…che vuol dire?

Che ti isoli?”

Papà: “Certo, deriva da Alien, il film. Te lo ricordi, bella di papà?”

Nella #vitadabus ognuno si costruisce le proprie teorie e riflessioni:

Signora: “Sono dieci minuti che non ci muoviamo da qui!”

Autista: “Che le posso fare? Guardi che traffico…”

Signora: “Ma da cosa può dipendere?”

Autista: “Direi che si tratta di un mix di lavori pubblici e teste di cazzo…”

La #vitadabus può essere luogo di momenti di gentilezza DISINTERESSATA:

Ragazza: “Prego, si sieda pure…”

Uomo: “La ringrazio, signorina, ma non sono così anziano da non poter stare qualche minuto in piedi…”

Ragazza: “Non faccia i complimenti…la vedo così SUDATO…immagino che debba essere stancante tenere

quel braccio ALZATO per sostenersi…”

Nella #vitadabus non esistono differenze sociali:

Uomo: “Vedi, io ho studiato in un’università privata, mica come quelli della pubblica.”

Donna: “Ah, interessante…e dov’è che vai?”

Uomo: “Vado all’EUR.”

Donna: “Non con quest’autobus…”

Uomo: “Cioè?”

Donna: ““Questo va a Boccea…alla pubblica ci hanno insegnato a distinguerli…”

Sembra incredibile a dirsi, ma nella #vitadabus c’è chi esige rispetto della privacy:

Uomo: “Mi scusi…”

Donna: “Sì?”

Uomo: “Si può spostare di qualche metro?”

Donna: “E perchè, di grazia?”

Uomo: “Vede, dovrei fare una telefonata privata…”

Sì, perchè la #vitadabus e’ soprattutto un incessante susseguirsi di telefonate, a voce alta. E quando le

telefonate riguardano i rapporti di coppia, le cose possono complicarsi:

Lui: “Buongiorno…finalmente!”

Lei: “Buongiorno…finalmente cosa?”

Lui: “Niente…eri praticamente sparita…”

Lei: “Sparita…dodici ore non sono sufficienti per una scomparsa…non sono sufficienti neanche per farti

presentare una denuncia al commissariato.”

Lui: “Simpatica…almeno ti sei divertita?”

Lei: “Solita uscita, solite amiche.”

Lui: “Le solite?”

Lei: “Sì, Silvia, Loredana, le conosci.”

Lui: “E dove siete andate?”

Lei: “A mangiare greco.”

Lui: “Uhm, e tutta la sera non hai MAI guardato il telefono?”

Lei: “Mah, si. Ho visto che chiamavi, ma ero con le mie amiche e non ti ho risposto.”

Lui: “ah, quindi hai visto. E se fosse stato importante?”

Lei: “non so…lo era?”

Lui: “si… …. …. Volevo sapere come stavi. Per me é importante sapere come stai.”

Lei: “ah, certo. Ma ci eravamo sentiti poco prima che uscissi…sapevi già come stavo.”

Lui “beh, la vita è piena di imprevisti. Dovresti saperlo?”

Lei: “Perchè DOVREI?”

Lui: “Mi hai detto che siete andate al ristorante greco. Ma le foto su cui ti hanno taggata su Facebook

sembrano di un locale notturno…”

Lei: “Sì, certo. Dopo il greco siamo andate in un discopub…”

Lui: “E non pensavi di dirmelo?”

Lei: “Te l’avrei detto, ma abbiamo iniziato a parlare dell’importanza di come sto…”

Lui: “Chi sono quei due palestrati che compaiono nelle foto?”

Lei: “Ah…Carlo e Antonio, due amici di Silvia. Li abbiamo incontrati per caso al locale.”

Lui: “Per caso?”

Lei: “Questa conversazione sta diventando noiosa…sì, per caso. E comunque si sono strusciati tutta la sera

a Silvia e Loredana.”

Lui: “Sarà, ma in questa foto ti si sono appiccicati bene…”

Lei: “Oddio, non posso crederci…questa tua gelosia rovina sempre tutto!”

Lui: “Io non sono geloso!”

Lei: “Ah no!”

Lui: “No! Esigo solo rispetto!”

Lei: “Ah. il rispetto! E io non ne ho diritto? Non ho diritto di uscire una sera con delle amiche, alcune delle

quali anche single e che hanno tutto il diritto di flirtare con degli aitanti amici incontrati per caso?”

Lui: “E’ che io, quando non ti vedo…”

Lei: “Senti, non ho tempo ora…sto per scendere dall’autobus…”

Lui: “Ah…anch’io, in effetti…devo chiudere…”

Perchè nella #vitadabus ci incontriamo…tutti.

httpv://www.youtube.com/watch?v=0x76Rn_VpHA