Il Nuovo Luneur

Questo reportage è stato pubblicato originariamente (2017) sulla defunta rivista online The Towner.

Nel frattempo ho avuto una figlia, e l’ho portata al Luneur Park…

C’è fame di speranza, nella Capitale. La verità è che questa ricorrente narrativa del degrado di Roma, l’invivibile e decadente Grande Bellezza, ha un po’ stancato. Siamo invasi dagli scrittori affermati che sputano articoli sui grandi quotidiani raccontando dei ristoranti che non battono gli scontrini e tengono i tavoli abusivi sui marciapiedi, subiamo il confronto continuo sostenuto dai sindaci delle città virtuose, della serie “ti piace vincere facile”, non se ne può più.

I problemi ci sono, ma sentirseli ripetere senza soluzione di continuità sotterra l’animo sotto una coltre di tristezza. Mentre si aspettano segnali di vita dalla giunta neo-eletta, mentre si lotta quotidianamente con il traffico, la monnezza e la turnistica creativa dei mezzi pubblici, ecco arrivare delle novità in controtendenza con il mood catastrofista, direttamente dal quartiere più efficiente e avanguardista di tutti, l’EUR, nell’ultimo ventennio ridotto a un agglomerato di cantieri sospesi nel tempo come scenografie di un film già girato e archiviato.

Hanno finito il Centro Congressi, la “Nuvola” di Fuksas. Finalmente, un esempio negativo in meno da additare, anche se ci sono voluti la (grande) bellezza di diciotto anni. Scorro sul web gli articoli sulla presentazione, i soliti commenti, le consuete polemiche, mi faccio un giro sulla cronaca locale, poi l’occhio cade su uno di quei redazionali in spalla destra, quelle mezze marchette con cui ogni giornale deve, soprattutto di questi tempi, campare. Fermi tutti: hanno riaperto il Luneur! Che notizia, il vero cortocircuito tra passato e presente di una città che si riprende la sua identità.

Pezzi di storia.

Il Luneur è il più antico luna park italiano, e per chi come me è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta è stato uno dei punti di riferimento dell’adolescenza. A Roma, quando facevi sega a scuola avevi svariate scelte, ma due erano le più frequenti: il Brunswick Bowling se eri di Roma Nord, il Luneur per tutti gli altri. Dato il mio quadrante d’appartenenza (Portuense/Monteverde), era normale che con gli amici ci si ritrovasse lì, a perdere tempo pur di sfangare qualche interrogazione o compito in classe. Sono sorpreso, quasi sconvolto per il tempismo, mi sembra il periodo migliore per rilanciare un prodotto retrò, siamo in piena moda Stranger Things. Devo andare a rivederlo, cerco su Google e mi accorgo che ora hanno un sito web ufficiale. Giusto, penso io, bene il vintage ma ancora meglio saperlo comunicare con gli strumenti odierni, no?

Il sito web del Luneur è destabilizzante, pieno di colori e disegni animati; non ho tempo per prendermela con dei grafici millenial che non hanno vissuto gli anni d’oro di questo parco cittadino, cerco soltanto le informazioni di cui ho bisogno. Scopro che ora l’ingresso è a pagamento, ma non mi scandalizzo: due euro e cinquanta centesimi sono un prezzo onesto per contingentare l’entrata e impedire ai balordi di entrare. Decido di andarci di sabato pomeriggio, un grande classico, porto con me Francesca che non ci è mai entrata e inizio a prepararmi il racconto di tutte le curiosità e le leggende dietro le singole attrazioni.

Quando arriviamo davanti all’ingresso, la vecchia ruota panoramica ci occhieggia in senso letterale, visto che hanno deciso di pitturarla di tanti colori (abbandonando il monotinta bianco) e hanno aggiunto due grossi occhi da gufo sul fulcro motore. C’è una lunga fila per il biglietto, ed è composta esclusivamente da famiglie con bambini. Ma io sono troppo preso dall’emozione di rivedere il cancello principale aperto, quello su via delle Tre Fontane, quasi non faccio caso che al posto di una delle due sale-giochi hanno aperto un negozio di addobbi e decori. Sono basito. Come puoi sfruttare l’ondata retrò senza una sala-giochi?

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa.

Una ragazza travestita da clown si avvicina alla fila e ci chiede se sappiamo come funziona. Io vorrei rispondere di sì, ma la ruota panoramica con gli occhi da gufo e il negozio di addobbi mi hanno spiazzato e vengo bruciato da Francesca che subito chiede informazioni. La ragazza ci racconta che con il prezzo del biglietto ci verrà dato un braccialetto colorato, poi vedendoci isolati dalle altre comitive famigliari ci chiede se abbiamo bambini al seguito. Noi confermiamo di essere soli, lei ci risponde con un sorriso che cela un “che ci siete venuti a fare?” e ci liquida con un “allora vi basta solo il braccialetto, tanto non potete fare nulla”.

L’inizio dell’incubo è di lì a un passo, e si palesa quando superiamo la siepe con i tornelli. È nel momento in cui fiancheggiamo un videowall che trasmette una puntata di Peppa Pig che diventa definitivamente chiaro che quello non è più il Luneur, bensì il Luneur Park, un parco giochi per bambini da zero a dodici anni. I segni della mutazione sono sparsi dappertutto come i chioschi dei tiri a bersaglio, che danno tutti gli stessi premi: i peluche dei personaggi dei film d’animazione.

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa. La delusione è tanta, ma provo a capire. Il mondo va avanti, in fondo sono anch’io tra quelli che critica la nostalgia per il passato, il vivere guardandosi alle spalle, l’artificioso tentativo di fermare il tempo quando tutte le condizioni attorno sono mutate. Quello che mi sconvolge è rivedere gli stessi luoghi con destinazioni d’uso così distanti. I vialetti lastricati sono identici, le basse balaustre di ferro che proteggono le aiuole sono le stesse, dappertutto vi sono tracce del vecchio Luneur, infissi, scenografie e materiali, tutti nascosti dietro le sterpaglie come un passato di cui vergognarsi e da cui prendere le distanze.

Mentre passeggiamo, Francesca scatta foto e io vago sconsolato. Poi la folgorazione: in lontananza vedo una civetta gigantesca e una specie di astronave a forma di fungo. La Magic House! E il Rotor! Forse era tutto uno scherzo, volevano farci credere di aver gettato tutta la storia del Luneur in un magazzino, e invece le attrazioni di una volta sono ancora lì. Affretto il passo, e tutto torna a sembrarmi come allora. Il Rotor era fenomenale e formativo: entravi in questa stanza cilindrica chiusa che iniziava a ruotare a una velocità tale da schiacciarti addosso alla parete. Era la forza centrifuga! Si arrivava al punto in cui il pavimento si staccava e tu rimanevi comunque inchiodato con i piedi penzoloni, fino al momento della decelerazione, quando scivolavi più o meno delicatamente al suolo.

Il Luneur era pieno di attrazioni così, distanti anni luce dal politically correct, immerse in un luogo al confine tra il kitsch e il trash, un punto di ritrovo della coattitudine romana, un posto di quelli che prima si disdegnavano e ora si riscoprono, non a caso più volte eletto a location dei film commedia senza arte né parte che venivano prodotti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, quelli con Renato Pozzetto e Adriano Celentano della cui esistenza non ti capacitavi. Il Luneur era per tutti, perché c’erano anche giostre pensate per i bambini, come il mostro Nessie che non faceva altro che girare attorno al laghetto, ma celava un lato inquietante e “pericoloso” derivante dall’impressione d’insicurezza che molte delle attrazioni si portavano dietro, condito con un’affinità estetica a qualsiasi thriller statunitense di Sydney Pollack e Robert Redford.

La summa stilistica del Luneur la trovavi nell’attrazione Himalaya, le montagne russe, a cui teoricamente si poteva accedere soltanto dopo aver superato i quattordici anni. In realtà i gestori chiudevano un occhio (forse entrambi). Le montagne russe del Luneur erano già sorpassate negli anni Ottanta, quando altri parchi giochi moderni erano spuntati come funghi soprattutto nel Nord Italia, ma mantenevano il fascino del pericolo. Nessun coaster moderno, seppur iperveloce e sfidante ogni legge di gravità, riesce a suscitare il brivido che si provava a salire lentamente in cima con quella macchinetta a quattro posti salvaguardati solo da un’esile barra metallica, per poi scendere in picchiata all’improvviso, facendo il leggendario “saltello” con cui provavi l’agghiacciante senso di vuoto come se si stesse per uscire dai binari. La differenza tra l’avere soltanto lo stomaco sottosopra e avere anche paura era tutta nel (fondato?) dubbio che i gestori non rispettassero tutte le norme di sicurezza e manutenzione.

Torno in me quando mi accorgo che né il Rotor, né la Magic House sono in funzione. Li hanno lasciati lì come decorazione, o per stimolare noi che li abbiamo vissuti. Fa strano, vederli lì. C’è anche la Horror House, più in fondo, con i seggiolini ricoperti dalle lenzuola bianche pronti alla partenza, che non partiranno mai. Non sembrano vecchi, appaiono fuori luogo, ed è una sensazione strana, visto che per decenni quello è stato il loro posto. È strana come quando capisci che quel che è valso prima ora non vale più. Francesca mi porta via dal Rotor, ci allontaniamo a braccetto e davanti a noi gira vorticosamente una di quelle giostre chiamate volgarmente “calcinculo”, dove bisogna allungare il braccio per prendere il pupazzo appeso e vincere il giro successivo. Storicamente uno stimolatore di rivalse tra comitive, con gente presa alle spalle e lanciata nel vuoto. Come tutto il resto, anche questa giostra è in versione “mini” ed edulcorata, e per di più gli hanno dato il nome puccioso di “Alberone”, dato che è effettivamente decorato come un tronco rotante.

Come rendere innocuo un generatore naturale di sadismi. 

Il Luneur Park è pieno di attrazioni con il suffisso “-one” (c’è anche il Martellone, da non confondere con il mitico Nando della serie TV Boris), ospita centinaia di diverse specie vegetali, è molto sicuro, è bene organizzato, ha tutto al posto giusto, ma mi comunica un grande piattume. Se fossi un bambino non mi divertirei qui, così come non amerei i cartoni animati moderni. Sono anch’io fuori posto, come il Rotor e la Horror House. Il tempo è passato.

Questo spazio pubblico è stato chiuso per molti anni, a causa di controversie legali e occupazioni illegali. Credo sia un bene che non sia più avvinto dal degrado a cui era stato abbandonato, anche se il risultato è così simile a quello di un pazzo furioso curato con una lobotomia, così normalizzato da diventare banale e noioso. I colori non riescono a coprire il grigiore di fondo. Quando vedo la giostra della Barca Matta, un piccolo battello che fa qualche innocua giravolta, non posso non ripensare al Galeone Fantasma che pendolava indomito fino a farti tornare su gli ultimi tre pasti. I bambini ridono. Sono piccoli, per loro la Barca Matta è sufficiente, ancora per un po’. Quando cresceranno, quando vorranno fare sega a scuola non verranno più qui. Non passeranno l’adolescenza a cercare i primi approcci con le ragazze cadendo a quattro zampe sopra la pedana mobile del Tagadà.

Con Francesca ci arrampichiamo verso il lato sud del parco, quello che costeggia il viale e il piazzale dell’Industria. A un certo punto c’imbattiamo in una serie di camioncini di street food, di quelli che trovi alle sagre oppure ai festival organizzati dagli hipster. Mentre la canzone ufficiale mi risuona nelle orecchie (“Dentro la città, fuori dal mondo…al Luneur Park…”) e cerco di capire se il cantante è Giorgio Vanni, quello delle sigle dei cartoni Mediaset, ordiniamo un cartoccio di fritti. Due coppie di coetanei hanno lasciato i figli a girare su di una giostra, e si guardano intorno spaesati. Li fisso per un po’, loro se ne accorgono, ricambiano lo sguardo, ci capiamo al volo. Lunga vita al Luneur!

Metronovela romana

Stefano Bartezzaghi, noto saggista ed enigmista, ha di recente pubblicato un nuovo libro, M: una metronovela, un divertente e divertito viaggio nella metropolitana di Milano, un modo per raccontare la città lombarda attraverso vizi e virtù dei suoi abitanti, condendoli con aneddoti personali e le consuete riflessioni linguistiche. All’interno di questo bel romanzo urbano è presente anche un omaggio a Roma, un capitolo dedicato alla linea A della metro capitolina. Questo post si occuperà invece dell’altra principale linea della Capitale, la B.

A Roma la Metropolitana è una rarità, in almeno due sensi del termine.

E’ rara in senso territoriale, perché della miriade di quartieri di cui è composta la città, sono in pochi i fortunati a essere attraversati da una delle tre linee, ad avere le fermate a portata di gamba. Chi ce l’ha, scandisce i propri ritmi sugli orari di apertura e chiusura e sui tanti disservizi che purtroppo la infestano. E’ difficile per un utente della metropolitana abituarsi ai bus sostitutivi, quelli che lottano con gli automobilisti nel traffico. Il passeggero del metrò vive per allontanarsi dalla linea gialla, riesce a distinguere anche le fermate tutte uguali sulla via Tuscolana, ma non sa che con il 671 può arrivare dall’Arco di Travertino all’EUR, senza attraversare mezza città saltando tra due linee.

La Metro a Roma è, ahinoi, rara anche in senso frequenziale. Le banchine si riempiono nell’ora di punta, nei casi migliori passano tre-cinque minuti tra un treno e l’altro, in quelli peggiori si superano i dieci minuti, ma il meglio di sé lo dà negli altri orari, quelli dimenticati dai pendolari e anche dal servizio pubblico, quando puoi arrivare ad attendere anche venti minuti prima di scorgere, in lontananza, i fari del convoglio, che spunta dalla galleria.

Costruire la metro a Roma è sempre stato fonte di problemi e ritardi. Ci pensarono per primi i fascisti ai tempi dell’Esposizione Universale, poi arrivarono le talpe scavatrici raccontate da Fellini, che tanti danno crearono ai palazzi nei dintorni, e ora gli interminabili lavori per la linea C, che entro il 2020 dovrebbe arrivare ai Fori Imperiali, siti archeologici permettendo. Almeno quindici anni di lavori, nulla di meno di quanto già accaduto con le sorelle più “anziane”, come se questa città respingesse, in fondo, l’idea stessa di avere un servizio sotterraneo.

La metro più vecchia della Capitale è la B, quest’anno ha compiuto sessant’anni, e forse non è un caso che sia stata chiamata così, con un ordine alfabetico non rispettato. B come Blu, il colore che la rappresenta, B come serie B, B come Bistrattata. Ha ancora almeno la metà dei vagoni di vecchia generazione, tutti ricoperti dal colore dei writer, è perennemente in ritardo e soffre pure di reumatismi, visto che quando piove, nove volte su dieci, viene chiusa.

Laurentina

Il capolinea sorge nella zona delle software house romane, il cuore delle società di consulenza informatica, tra Vigna Murata, via del Serafico e viale dell’Oceano Atlantico. C’è un grande piazzale sovrastato da un enorme e moderno centro direzionale, ed è ricoperto di banchine per gli autobus che partono verso ogni tratta, ci sono anche quelli della Cotral che portano ai centri abitati pontini.

EUR Fermi

E’ la prima delle due fermate che confondono le idee ai viaggiatori occasionali, gemelle perché si affacciano sulla stessa strada, la lunghissima viale America, divise solo dal doppio ponte che sovrasta il laghetto artificiale. Vicino alle scalette s’installa un mercatino di bancarelle ultra-economiche, un suk, qualcosa che non ti aspetteresti in un quartiere di status symbol come l’EUR. Certe volte ti guardi in giro, alla ricerca di biancheria o di qualche oggetto per la casa a prezzi stracciati. Il palazzone dell’ENI ti guarda dall’alto, e ti compatisce un po’.

EUR Palasport

Chi pensa di scendere qui e trovarsi di fronte il celebre edificio dedicato a sport ed eventi, costruito nel Dopoguerra da Pier Luigi Nervi, resterà deluso. Il PalaEUR, di recente rinominato da un famoso gestore di giochi, dista circa un chilometro dalla fermata, che in realtà è molto più utilizzata dai migliaia di salariati che si disperdono nei vari uffici della zona.

EUR Magliana

Snodo importante, è la prima delle fermate che la linea ha in comune con il “trenino” Roma-Lido, preso d’assalto dai pendolari che vivono a Ostia e Acilia, al cui confronto la Metro B sembra un servizio platinum erogato in qualche città del Nord Europa. L’ingresso della fermata è un po’ nascosto alla strada, si raggiunge scendendo una corta rampa di scale. Quelli che abitano in quartieri privi di Metro come Portuense o Monteverde vengono da queste parti, parcheggiano nello stretto piazzale che si allunga fino a viale Val Fiorita, di fronte al Parco Rosati, infilati tra le navette aziendali che aspettano i dipendenti prima di iniziare il tour delle sedi. Nel tardo pomeriggio arrivano le prostitute, che scendono alla stazione, si cambiano dietro qualche cespuglio dall’altro lato della strada, e iniziano a passeggiare lungo il marciapiede.

Marconi

Fermata universitaria, si trova accanto alla Facoltà di Lettere di Roma Tre. Ragazzi e ragazze con zaini in spalla e libri al braccio dappertutto, e a ogni ora. Volantini agli angoli della banchina, annunci appesi sui muri scoloriti, numeri di telefono scritti su bigliettini strappati.

Basilica S.Paolo

Tra Marconi e San Paolo ci sono una manciata di secondi di distanza, non fai neanche in tempo a contare le vetrine che si affacciano su via Gaspare Gozzi. Si esce su via Giustiniano Imperatore, a due passi dalla Basilica, a due passi dal McDonald’s. E’ il vero portale del quartiere Ostiense, urbanità grigia per umanità colorata.

Garbatella

A metà tra la tradizione e il futuro, con il ponte di Calatrava intitolato a Settimia Spizzichino in bella vista. E’ l’ultima fermata a cielo aperto, ci si arriva guardando il Gazometro in lontananza. All’uscita c’è un breve vialetto lastricato dove gli sfaccendati chiacchierano in libertà. Ogni tanto qualche ragazzo passa con un grosso album sotto l’ascella, è uno degli allievi della scuola di fumetti che sta lì a due passi.

Piramide

Piramide è il capolinea della Roma-Lido, e dell’ormai ex-periferia. Qui passa di tutto, dalla metro ai treni regionali, e possiede il più complesso sistema di uscite, con una lunga galleria pedonale che ti porta fino a quello che una volta si chiamava air terminal, posto per concerti di radio alternative. Ora ci stanno Eataly e Italo. L’uscita principale di questo edificio fascista è su piazzale Ostiense, da dove si vedono la Porta San Paolo e la Piramide Cestia. Per tuffarti in questo crocevia di speranze e impegni devi superare quei tre gradini che ti separano dalla strada, habitat naturale di borseggiatori, ritrovi di comitive di coatti, appuntamenti di amici che si reincontrano a distanza di mesi, o di anni, perché il Caso li fa abitare in due quadranti opposti dalla città.

Circo Massimo

Luogo di eventi e concerti, ma anche di turismo archeologico, divide le sue uscite tra i due lati di viale Aventino, tra chi scende per piacere, e chi scende per scopi governativi internazionali, ed entra nel palazzo della FAO.

Colosseo

Suggestiva, perché quando si esce dai tornelli ci si ritrova l’Anfiteatro Flavio, l’Arco di Costantino e tutti i Fori Imperiali di fronte agli occhi, e ora che c’è una quasi completa pedonalizzazione, sembra quasi di fare un salto indietro di due millenni. Fonte di un incontenibile e continuo traffico di turisti, che svuotano e riempiono i vagoni a ogni ora.

Cavour

E’ la fermata invisibile, compressa tra due delle più importanti, ci salgono e scendono pochissime persone al giorno. E’ quasi nascosta, nel sottoscala di via Cavour, tra la via Urbana e la piazza della Suburra. E’ l’ideale, per una passeggiata tra i vicoli e i locali del Rione Monti. In quelle rare volte in cui esci di qui, ti penti di non farlo più spesso, e di dimenticarti dello stress quotidiano.

Termini

Una volta era il capolinea, ora è metà del viaggio. A Termini scendono tutti e salgono tutti, è raro che qualcuno l’attraversi indifferente. C’è chi passa alla linea A, chi viene dalla linea A, chi è sceso al capolinea dei bus di Piazza dei Cinquecento, c’è chi va e viene dalla ferrovia. Questo ricambio di passeggeri assomiglia a un lavaggio completo del sangue, e genera un caos fisiologico amplificato dal percorso di scambio piuttosto ambiguo, nel mezzo del quale imperversano gli scippatori. Nella ressa ci sono quelli che si confondono, e salgono sul treno che porta a viale Jonio (linea B1) anziché a Rebibbia (linea B). Se ne accorgeranno solo dopo la fermata di Piazza Bologna.

(La foto è di Francesca Minonne).

Le case di Pasolini

La stanza si stava oscurando, presto avremmo dovuto accendere la luce. Il dì lavorativo canonico era agli sgoccioli, e dovevamo colloquiare ancora sei persone. Ferretti sbuffava, infastidito.

– Non possiamo proseguire domani? Sono quasi le sei!

Gli risposi che no, non potevamo. Domani avremmo dovuto lavorare alla relazione da presentare al cliente, il cuore della nostra consulenza, e non potevamo prenderla alla leggera. Avevamo bisogno di una giornata intera per dare le indicazioni richieste.

Ferretti si alzò scocciato e andò a chiamare il prossimo. Io stavo già esaminando il CV e la sua storia nell’azienda, il settore d’assegnazione e le mansioni svolte dall’assunzione. Avvertii la novella presenza in stanza quando l’esaminato si sedette davanti a me, ed alzai gli occhi. Gli strinsi la mano ma non mi uscì nulla dalla bocca.

“Quel volto. La foto. La lettera. La lettera di Anna.”

Aveva trentasette anni, ed era stato tra gli ultimi assunti in azienda, dopo una decina d’anni tra stage, precariato e interinale, poco prima della grande crisi. Lo squadrai per una manciata di secondi, prima di iniziare. Era prestante e con un bel completo grigio, ma dava l’impressione di vestire assai diversamente, nella vita privata.

– Allora, lei cosa ne pensa di quel che stiamo facendo?

– Penso che mi sentirei molto a disagio, nello svolgerlo.

Non tradiva nervosismo, nonostante tutto, e disponeva i lineamenti marcati in un ghigno ironico. O forse, era soltanto teso.

“E’ lui. E’ PROPRIO lui. Gli somiglia TROPPO.”

Gli porsi un altro paio di domande di routine, a cui rispose con decisione. Ferretti aveva tradito l’impazienza di chiudere la giornata lavorativa alzandosi in piedi e andando vicino alla finestra. Scostò la tenda, fissando il panorama dell’EUR, dal dodicesimo piano. Forse cercava con lo sguardo il miglior bar di viale Europa, per andarsi a fare un aperitivo.

Io non mi feci mettere fretta, e continuai il colloquio.

– Lei si sente già arrivato, professionalmente?

– Cosa intende?

– E’ sicuramente precoce, rispetto alla sua generazione.

– Perché lavoro?

– Perché lavora, e ha un contratto a tempo indeterminato alla sua età.

– Un contratto a tempo indeterminato non significa nulla, se non c’è più il lavoro. E la situazione in cui ci troviamo lo conferma.

Mi sentii un po’ in imbarazzo per la domanda. Me l’ero cercata. Ferretti scuoteva il capo, con il naso ancora attaccato alla vetrata.

– Tornando alla questione, come potrei? Questa non è più un’epoca in cui si fa lo stesso lavoro, per la stessa azienda, per quarant’anni, fino alla pensione. Non esiste più il posto fisso…e non esisteranno più neanche le pensioni, tra un po’. Voi sarete tra gli ultimi a prenderla, credo.

Ci fissò, a me e a Ferretti, con un sorrisino che avrei definito sprezzante. Non avevo ancora sessant’anni, ma mi sentii molto più vecchio in quel momento.

– Quindi lei è conscio che in ogni crisi si nasconda anche un’opportunità…

– Sono conscio che il lavoro non sia più lo stesso del secolo scorso, che applicare modelli buoni per il mondo produttivo industriale al settore terziario sia stata una follia a cui credevano solo i sindacati, credo che la tecnologia ci fornisca molti strumenti ma allo stesso tempo riduca le mansioni umane necessarie, credo che per motivi di ordine sociale vengano create delle posizioni inutili, e che per questo motivo il mondo impiegatizio si stia riempiendo di “passacarte”. Credo anche che la presenza di ruoli del genere faciliti molto il lavoro di gente come voi.

“Ha proprio un bel carattere. Il carattere di Anna. Tutto lei.”

Finiti i colloqui, mi sentivo molto stanco e provato, lasciai Ferretti al suo aperitivo e tornai nell’appartamento che l’azienda mi aveva fornito come foresteria per la trasferta. Si trovava lì vicino, in via Eufrate, dietro la chiesa dei S.S. Giovanni e Paolo che dominava l’EUR dall’alto della sua scalinata. Era in un gruppo di villini che si godevano il discutibile panorama della Magliana e dell’autostrada Roma-Fiumicino. Una via silenziosa e isolata, dove non passava nessuno tranne i residenti.

Pasolini-EUR-Eufrate

Avevo saputo che nel villino dove avevo l’appartamento, una volta ci abitava Pasolini con la madre. Mi fece uno strano effetto, quella notizia. Pasolini il poeta della borgata, il narratore degli esclusi, era finito qui in alto, in un quartiere snob-borghese, lontano dal cuore pulsante della città e delle persone. Come si cambia, pensai. Da giovani si vuole cambiare lo stato delle cose, da maturi si vuole mantenerlo. E ci si scontra, tra generazioni. E ci si scontra, con il nostro passato.

“Devo ritrovare quella lettera. E la foto.”

Passai una notte agitata, non so se per quel colloquio del giorno prima, o per quel che mi attendeva. La mattina dopo, m’incontrai con Ferretti da Palombini per un caffè, e iniziammo a buttare giù le impressioni che avevamo ricavato. Il mio collega era piuttosto carico.

– Io mi sono fatto un’idea, ne devono mandare in mobilità almeno trenta per far quadrare i conti e continuare con il regime di solidarietà del resto del personale.

– Trenta…sono tanti.

– Ho visto di peggio, da altre parti. E comunque ci sono un paio di reparti che sono sovradimensionati, possono andare avanti con metà dell’attuale organico.

– Ti sei fatto anche qualche idea sui nomi?

– Beh, per quello sai come funziona. Anzianità di servizio, famiglia a carico, infine l’effettiva produttività e necessità del profilo professionale. Ci sono pur sempre i sindacati a trattare, e loro difendono innanzitutto se stessi e gli iscritti. Non dovrei dirlo proprio a te, poi…

“Non sono più sindacalista. E non posso difenderlo.”

Consegnammo la relazione al cliente, e tornai a Milano. Passai il weekend in famiglia, ritrovando un po’ della serenità che si perde sempre, svolgendo quel tipo di lavoro. Ogni settimana contribuivo a gettare nel panico e nella disperazione molte famiglie.

Domenica pomeriggio, mentre mia moglie stirava e i ragazzi erano usciti con gli amici, mi dedicai a riordinare lo studio. C’erano tante cartacce sparse in giro, spesso le mettevo via senza neanche leggerle. La lettera, però, l’avevo letta, anche se avevo preferito far finta di niente.

Ciao Giorgio,

Ho trovato il tuo attuale indirizzo grazie a Internet. Che prodigioso strumento! Se fosse esistito prima, forse molte relazioni non sarebbero terminate nella stessa maniera. O non sarebbero finite affatto…il nostro rapporto mi ha lasciato molto, anche più di quel che tu non creda. Ho vissuto una bella vita, Giorgio…parlo al passato perché sono malata e non so quanto vivrò ancora. Non voglio nulla da te. So che ti sei costruito una bella famiglia a Milano. Spero che tu sia felice, ma credo sia giusto che tu venga a conoscenza della verità. Quando mi lasciasti, ero incinta. Di un figlio tuo. Quel figlio ora è un uomo, e porta il mio cognome. Sei l’unico a saperlo, non ho mai rivelato la tua identità a nessuno. Ti allego una sua foto. Se vorrai, saprai rintracciarlo.

Un abbraccio,

Anna

Pasolini-Monteverde-Fonteiana

Venivo spesso in trasferta a Roma, e alla prima occasione mi ritagliai un paio d’ore, durante un pomeriggio, per andare all’indirizzo che avevo trovato sulle Pagine Bianche. Anna si era comprata una casa a Monteverde, a via Fonteiana, una lunga discesa che collegava il versante vecchio a quello nuovo del quartiere. La palazzina dove abitava era del dopoguerra, a tinta chiara, quattro piani e balconcini piccoli. Trovai il suo cognome sul citofono, ma rimasi lì fermo finché qualcuno non aprì il portone per uscire. M’infilai nell’atrio. C’era una targa in alto, che recitava:

“Com’era nuovo, al sole, Monteverde Vecchio!”

Era un verso di Pasolini. Ricordavo che abitava da queste parti, negli anni Cinquanta, prima della sua inarrestabile e polemica scalata culturale nel Paese. La porta dell’ascensore si aprì, ed il figlio di Anna uscì nell’atrio.

– Lei cosa ci fa qui?

– Buonasera! Ero venuto a vedere la targa…sa, sono sempre stato un appassionato di Pasolini! Non sapevo che abitasse qui…

Lui mi guardò un po’ incredulo, poi fece per andarsene via.

– Senta, poi com’è andata in azienda?

– Dovrebbe saperlo bene…due anni di mobilità, e poi a casa!

– Mi dispiace, ma alla fine noi ci atteniamo a dei parametri…

– Non c’è bisogno che mi reciti la solita pappardella…siete fortunati con la nostra generazione. Noi non abbiamo fatto in tempo a disilluderci, perché illusioni non ce le siamo mai fatte.

– Lei non ha famiglia?

– Mia madre è morta qualche mese fa. Mio padre non so chi sia. Adesso scusi, ma devo andare.

Lo presi per un braccio. Lui si girò stupito.

– Se le chiedessi di nuovo cosa pensa del nostro lavoro, mi risponderebbe ancora che la fa sentire a disagio?

– Gliel’ho detto. Non ho fatto in tempo a diventare un disilluso. E in quest’epoca, la distanza tra due pensieri opposti viene ampiamente colmata da una busta paga. Una scelta ideologica spesso dipende dal numero degli zeri…

Il figlio di Anna mi fece un cenno con la mano, e aprì il portone. Appena tornato a Milano, recuperai il suo CV e lo affidai alla direzione del personale per convocarlo per un colloquio d’assunzione.