Gli uomini mi guardano ancora

Il primo movimento di Claudia, al risveglio, era di gettare la mano sul lato sinistro del letto, alla ricerca di Piero. Immancabilmente, non trovava altro che le lenzuola, perché l’uomo era uscito di casa un’ora prima. L’aroma del suo dopobarba investiva ancora il cuscino, e la donna amava immergervi il viso, per qualche istante, prima di alzarsi. Piero sapeva essere passionale e incontenibile, e Claudia soleva ringraziare le pareti spesse e gli alti soffitti, che le impedivano di preoccuparsi di svegliare i suoi due bambini, o i vicini, durante la notte.

Alle sette in punto, quindi, la giornata di Claudia iniziava frenetica. Dopo aver svegliato i figli e aver preparato la colazione, iniziava una staffetta ben oliata tra il bagno e le camere, e riuscivano, in una quarantina di minuti, a trovarsi tutti e tre davanti alla porta d’ingresso, pronti ad uscire. Al resto avrebbe pensato sua madre, che passava durante la mattinata per dare una rassettata alla casa. Claudia titubava sempre, davanti all’uscio, perché non sapeva cosa, o meglio chi, l’attendeva oltre. Viveva, quasi fisicamente, lo scarto che c’è tra il privato e il pubblico.

Abitavano al primo piano di una di quelle palazzine d’ante-guerra che facevano da corollario a Piazza dei Re di Roma, in pieno Appio S. Giovanni. Facciata in tinta, di un colore rosato tenue, da poco ristrutturata, dotata di rarissimi balconi dalle esigue dimensioni. Signorile, la descriverebbero gli annunci immobiliari, i gradini in marmo nell’atrio e la guardiola in legno riservata al custode non farebbero che confermarne l’appellativo.

“Buongiorno, signora Claudia.”

“Ah…buongiorno, Fiorella.”

Ecco, doveva proprio incontrare la portiera, appena aperta la porta. Rimasta vedova da qualche anno, Fiorella si occupava dello stabile, in particolare della pulizia delle scale e di piccole commissioni per i condomini. Tra una chiacchiera ed un convenevole, finiva per sapere tutto di tutti, e aveva lo sguardo furbo di chi afferma qualcosa per intenderne un’altra. Con indosso un bel tailleur ed una collana di perle, Claudia si sentiva comunque una piccola bambina di fronte ad un’insegnante dal viso inflessibile e severo, pronta a farle confessare tutte le sue marachelle. Chissà se Piero, seppur mattiniero, la incontrava. Di certo Fiorella doveva alzarsi all’alba, come tutte le persone anziane la cui esistenza è surrogata dalle faccende, e non dalle relazioni.

Pur vivendo in una zona centrale e ben collegata, Claudia era costretta ad usare la macchina per accompagnare i bambini a scuola. A Re di Roma, patria del tiramisù, della pizza napoletana in franchising e del gelato artigianale, trovare un parcheggio era pura utopia, e pagare un affitto mensile per un posto auto in garage una mera necessità che aveva ben poco del lusso. Dopo aver scaricato i figli davanti al cancello delle elementari, la donna poteva dirigersi in ufficio.

Bisognava mettersi l’anima in pace, quando s’imboccava via Acaia, in direzione Piramide: meno di quindici minuti, alle otto e trenta della mattina, non erano sufficienti per superare Piazza Galeria e il sottopassaggio della Cristoforo Colombo. Sette anni prima, Claudia aveva vinto il concorso per l’insegnamento nelle scuole superiori: era sempre stato il suo sogno, insegnare italiano, greco e latino al liceo, ripercorrere le stesse orme di suo padre. Purtroppo, con le nomine per le cattedre bloccate, il sogno era rimasto tale. A Claudia non era andata male, visto che era riuscita a trovare un posto fisso negli uffici amministrativi dell’Università. Niente che ravvivasse il fuoco sacro, ma l’aiutava a mantenere un buon tenore di vita, anche perché la casa era di sua proprietà, donata dai genitori che si erano poi trasferiti in un palazzo vicino, in un immobile più piccolo.

Arrivata sull’Ostiense, Claudia trovava parcheggio lungo i vialetti che costeggiavano la Basilica di S.Paolo, per poi entrare in Facoltà. Le faceva sempre un certo effetto, perché era come riverberare all’infinito i ricordi di quand’era una semplice studentessa. Adesso era una donna di quarant’anni che si difendeva dalla pungente umidità capitolina con un cappotto impermeabile, ma che ai lati del corridoio non poteva fare a meno di sentirsi addosso qualche sguardo maschile. Gli uomini la guardavano ancora, che si trattasse di qualche studente, dottorando o anche dei colleghi, tutti sposati e bravi padri di famiglia, ma che non lesinavano l’accortezza in più che si riserva a chi ti affascina pur essendo irraggiungibile. Claudia aveva comunque un ottimo rapporto con colleghi e colleghe, tutti sapevano del suo matrimonio, sebbene non le piacesse essere al centro dell’attenzione e delle chiacchiere.

Quella sera, prima di rincasare, Claudia vide da lontano Giovanni, suo marito, che aspettava davanti al portone del palazzo. Ogni tanto accadeva ancora. Fortunatamente erano le sette di sera, e Fiorella doveva essere a cena. Qualche vicino rientrava a sua volta, e Giovanni lo salutava garbatamente.

“Papà, sei a casa?”

“Sì, Claudia…ti stiamo aspettando con i bambini…è successo qualcosa?”

“La solita storia, papà…”

“Ah, quando avremo pace, dico io…ti ha vista? Vuoi che scenda e ci parli?”

“No, aspettiamo qualche minuto…”

Le avrebbe chiesto come stava. Le avrebbe proposto di ascoltarlo, di ascoltare quel che aveva da dirle. Le avrebbe giurato che stava cambiando, che era cambiato e che voleva provare a ricostruire la loro famiglia. Aveva sbagliato, compreso lo sbaglio e intendeva rimediare. Per loro due e per i loro bambini.

Dopo una mezz’ora di attesa, Giovanni se n’era andato via. A cena i bambini le avevano raccontato la loro giornata a scuola, il pranzo con la nonna, i compiti e gli allenamenti alla scuola-calcio. La sera si era conclusa con l’ennesimo film della Walt Disney in DVD, di cui conoscevano tutti e tre la trama a memoria. Nel frattempo le era giunto l’SMS di Piero, che stava mangiando un trancio di pizza all’angolo. Alle dieci e trenta, i bambini erano nei loro letti, già sonnecchianti.

Claudia prese il cellulare: “Puoi salire”, scrisse. Poi andò al citofono per aprire il portone e lasciare la porta blindata socchiusa. I passi leggeri di Piero non avrebbero svegliato Fiorella, nel suo appartamentino al piano terra, dove si riposava seduta su una poltrona davanti ad un dibattito politico di cui ignorava le ragioni.

Quelli che abitano a Trastevere

Quelli che abitano a Trastevere sembrano essere gli appartenenti ad una setta: si sa che esistono, ma non si sa chi sono. Anche l’atteggiamento di chi, seppur romano, non è incluso in questo selezionato gruppo, si divide tra mitizzazione e invidia di classe.

Per un ragazzo cresciuto nella nuova periferia capitolina, quella che è nata negli ultimi quindici anni tra i confini virtuali del GRA e i paesi dell’hinterland, andare a Trastevere per locali è come fare una gita in un’altra città, dopo essersi lasciati alle spalle i quartieri-fantasma dai viali eternamente incompleti.

A Trastevere non ci sono spazi da completare, o lampioni da accendere, o posti da riempire. Tutto è ristretto e avvolgente, quando ti giri in quei vicoli che sembrano disegnati su una litografia di Escher. E nelle sere della movida, il venerdì o il sabato, qualsiasi ragazzo non può fare a meno di alzare lo sguardo, verso l’ultimo piano. Nel cuore di Trastevere l’ultimo piano è il terzo, non esistono palazzoni a coprire il cielo.

Le persiane sempre aperte, gli interni sempre illuminati. Così appaiono le finestre, nel percorso tra via della Paglia e piazza Trilussa. Sembrano quasi fornire un supporto all’illuminazione stradale, ma nessuno si affaccia mai da quelle finestre. I vetri restano chiusi, dalla strada si riescono a sbirciare alcuni quadri sulle pareti, parti del mobilio, nulla di più. La luce richiama alla presenza, ma l’assenza ricade pesante sui curiosi che inanellano le stradine alla ricerca di un drink, un cornetto o di un trancio della pizza campione del mondo. Certe volte si ha l’impressione di osservare un presepe più che un quartiere, e l’effetto-meraviglia è assicurato.

Anche Gaspare, l’edicolante di Piazza Mastai, che a Trastevere ci era nato, viveva questa sorta di disagio verso la piega che aveva preso la vita, da quelle parti. Da quindici anni si era trasferito nei pressi di viale Guglielmo Marconi, a Piazzale della Radio, ma l’attività di vendita dei giornali lo portava a costante contatto con persone di ogni tipo che continuavano a vivere nel quartiere natio.

Tra i suoi clienti più affezionati, Gaspare non poteva non ricordare Rodolfo Lucherini, che abitava in via Manara e che tutte le mattine passava in edicola a ritirare la rassegna che il giornalaio gli aveva messo da parte. Negli anni i due avevano costruito un bel rapporto che li aveva portati, col tempo, a condividere momenti anche più intimi come un caffè al bar, oppure due chiacchiere su quel che stava avvenendo nel mondo. Cosa potevano avere in comune la prima firma di un quotidiano nazionale ed un semplice edicolante? Lucherini era in realtà di origini umili, e nei discorsi costruiti sul passatismo e sui tempi che furono trovava sempre una sponda in Gaspare. Presi in mezzo alla folla che si accalcava dentro Castroni, quanti trasteverini avrebbero riconosciuto? Adesso, poi, Castroni non c’era neanche più, a Trastevere…

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Se l’assenza genera curiosità, e la curiosità costruisce la leggenda, sono gli echi mediatici a rendere ben più reali e odiati gli abitanti di Trastevere. Invisibili agli occhi, essi si riuniscono in comitati di quartiere che protestano contro i costanti rumori, i problemi di viabilità, l’impossibilità di parcheggiare. Non sembrano consci di non aver acquistato o affittato una casa in un quartiere normale, oppure vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Il sentimento di antipatia tocca delle vette quando si chiama in causa la tassa più odiata dagli italiani, l’IMU. In quel di Trastevere molti degli appartamenti sono ancora accatastati come A/4, edilizia popolare, con rendite bassissime nonostante il mercato certifichi come si tratti, in realtà, di residenze di lusso.

Effetti della gentrificazione, la più nota tra le tante che si sono susseguite nei decenni a Roma. Dov’erano finiti i veri e vecchi trasteverini, quelli come Gaspare? Erano scomparsi, i romani di sette generazioni. Se la curiosità avesse spinto le persone fin sotto i citofoni dei palazzi, molti si sarebbero accorti di come quegli immobili fossero in larga parte intestati a società, enti o istituzioni, che li utilizzavano come sedi di rappresentanza, o come punti di appoggio per dirigenti trasfertisti. Dalle parti della movida è così, tutto sa un po’ di finta romanità, al pari dei menu turistici nei ristorantini tipici.

A Gaspare la movida non era mai piaciuta. Un certo sano pudore gli aveva però impedito di sputarci sopra, perché era stato grazie ad essa, e alla bolla immobiliare, che era riuscito a vendere quel piccolo bilocale dietro piazza Sonnino, appartenuto per quattro generazioni alla sua famiglia, per finire col comprarsi un cento metri quadri terrazzato. Era stato tra i primi a cedere all’avanzata dei radical-chic su Trastevere, a cavallo tra i due millenni. Lo scorso anno Rodolfo era andato in pensione, e aveva lasciato il posto in redazione al figlio Riccardo. Rodolfo e la moglie si erano trasferiti nella loro villa a Grottaferrata, lasciando l’appartamento di via Manara a Riccardo e alla compagna Alessandra, un’attivista per i diritti civili che fino a qualche mese prima scriveva gratis sui blog di settore, ma che con l’aiuto del suocero era riuscita ad entrare nell’ufficio stampa della FAO.

Quando vuole riassaporare un po’ di gusto trasteverino, Gaspare si reca dalle parti di San Cosimato, ai piedi del Gianicolo, tra il mercato rionale e l’ospedale Regina Margherita. Lì il folklore artefatto a scopo turistico sfuma un po’ verso la semplicità popolare. I ricordi degli anziani reduci, quelli legati all’epoca in cui Trastevere era “periferia”, non bastano però a suggellare l’incantesimo. Gli anni sono passati, le quotazioni anche, e Trastevere ha somatizzato da tempo il passaggio dal pecorino romano al Camembert della Normandia.

Provano a confondersi nella folla, i radical-chic, e il più delle volte ci riescono. Uno come Riccardo, per esempio, Gaspare l’aveva visto crescere: da bambino veniva spesso col padre in edicola per comprare le figurine dei calciatori. Adesso passa di rado davanti al suo chiosco, con un cenno di saluto, ma non si ferma mai per comprare i giornali. Preferisce fare la rassegna online, su Internet, e poi in redazione ha a disposizione tutti i giornali che gli servono. Ovviamente, li aveva anche suo padre. Gaspare trovava subito gli articoli di Rodolfo, appena apriva i pacchi con le ultime edizioni, perché erano sempre in prima pagina. Per trovare i pezzi di Riccardo deve andare oltre la trentesima pagina, nella cronaca locale.

Ai radical-chic piace sfoggiare quel falso understatement di chi si merita di abitare in quei posti perché ne apprezza realmente la natura. Organizzano eventi sull’agricoltura biologica, dibattiti sulla nouvelle vague o concerti di jazz fusion alla Festa de’ Noantri. Finché non te li ritrovi alla guida di un SUV mentre provano a farsi strada nel Vicolo del Cinque, magari per scaricare in gran fretta i bagagli, al rientro dal loro weekend in Toscana, gli sguardi tra il trafelato e lo stizzito, che malcelano frasi come “Questo quartiere è diventato impossibile”, “Meglio abitare fuori” o giù di lì. Ma non li nota nessuno, i radical-chic, perché i passanti gettano sempre gli occhi sulle finestre al terzo piano, cercando di sbirciare quelli che abitano a Trastevere.