Il Nuovo Luneur

Questo reportage è stato pubblicato originariamente (2017) sulla defunta rivista online The Towner.

Nel frattempo ho avuto una figlia, e l’ho portata al Luneur Park…

C’è fame di speranza, nella Capitale. La verità è che questa ricorrente narrativa del degrado di Roma, l’invivibile e decadente Grande Bellezza, ha un po’ stancato. Siamo invasi dagli scrittori affermati che sputano articoli sui grandi quotidiani raccontando dei ristoranti che non battono gli scontrini e tengono i tavoli abusivi sui marciapiedi, subiamo il confronto continuo sostenuto dai sindaci delle città virtuose, della serie “ti piace vincere facile”, non se ne può più.

I problemi ci sono, ma sentirseli ripetere senza soluzione di continuità sotterra l’animo sotto una coltre di tristezza. Mentre si aspettano segnali di vita dalla giunta neo-eletta, mentre si lotta quotidianamente con il traffico, la monnezza e la turnistica creativa dei mezzi pubblici, ecco arrivare delle novità in controtendenza con il mood catastrofista, direttamente dal quartiere più efficiente e avanguardista di tutti, l’EUR, nell’ultimo ventennio ridotto a un agglomerato di cantieri sospesi nel tempo come scenografie di un film già girato e archiviato.

Hanno finito il Centro Congressi, la “Nuvola” di Fuksas. Finalmente, un esempio negativo in meno da additare, anche se ci sono voluti la (grande) bellezza di diciotto anni. Scorro sul web gli articoli sulla presentazione, i soliti commenti, le consuete polemiche, mi faccio un giro sulla cronaca locale, poi l’occhio cade su uno di quei redazionali in spalla destra, quelle mezze marchette con cui ogni giornale deve, soprattutto di questi tempi, campare. Fermi tutti: hanno riaperto il Luneur! Che notizia, il vero cortocircuito tra passato e presente di una città che si riprende la sua identità.

Pezzi di storia.

Il Luneur è il più antico luna park italiano, e per chi come me è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta è stato uno dei punti di riferimento dell’adolescenza. A Roma, quando facevi sega a scuola avevi svariate scelte, ma due erano le più frequenti: il Brunswick Bowling se eri di Roma Nord, il Luneur per tutti gli altri. Dato il mio quadrante d’appartenenza (Portuense/Monteverde), era normale che con gli amici ci si ritrovasse lì, a perdere tempo pur di sfangare qualche interrogazione o compito in classe. Sono sorpreso, quasi sconvolto per il tempismo, mi sembra il periodo migliore per rilanciare un prodotto retrò, siamo in piena moda Stranger Things. Devo andare a rivederlo, cerco su Google e mi accorgo che ora hanno un sito web ufficiale. Giusto, penso io, bene il vintage ma ancora meglio saperlo comunicare con gli strumenti odierni, no?

Il sito web del Luneur è destabilizzante, pieno di colori e disegni animati; non ho tempo per prendermela con dei grafici millenial che non hanno vissuto gli anni d’oro di questo parco cittadino, cerco soltanto le informazioni di cui ho bisogno. Scopro che ora l’ingresso è a pagamento, ma non mi scandalizzo: due euro e cinquanta centesimi sono un prezzo onesto per contingentare l’entrata e impedire ai balordi di entrare. Decido di andarci di sabato pomeriggio, un grande classico, porto con me Francesca che non ci è mai entrata e inizio a prepararmi il racconto di tutte le curiosità e le leggende dietro le singole attrazioni.

Quando arriviamo davanti all’ingresso, la vecchia ruota panoramica ci occhieggia in senso letterale, visto che hanno deciso di pitturarla di tanti colori (abbandonando il monotinta bianco) e hanno aggiunto due grossi occhi da gufo sul fulcro motore. C’è una lunga fila per il biglietto, ed è composta esclusivamente da famiglie con bambini. Ma io sono troppo preso dall’emozione di rivedere il cancello principale aperto, quello su via delle Tre Fontane, quasi non faccio caso che al posto di una delle due sale-giochi hanno aperto un negozio di addobbi e decori. Sono basito. Come puoi sfruttare l’ondata retrò senza una sala-giochi?

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa.

Una ragazza travestita da clown si avvicina alla fila e ci chiede se sappiamo come funziona. Io vorrei rispondere di sì, ma la ruota panoramica con gli occhi da gufo e il negozio di addobbi mi hanno spiazzato e vengo bruciato da Francesca che subito chiede informazioni. La ragazza ci racconta che con il prezzo del biglietto ci verrà dato un braccialetto colorato, poi vedendoci isolati dalle altre comitive famigliari ci chiede se abbiamo bambini al seguito. Noi confermiamo di essere soli, lei ci risponde con un sorriso che cela un “che ci siete venuti a fare?” e ci liquida con un “allora vi basta solo il braccialetto, tanto non potete fare nulla”.

L’inizio dell’incubo è di lì a un passo, e si palesa quando superiamo la siepe con i tornelli. È nel momento in cui fiancheggiamo un videowall che trasmette una puntata di Peppa Pig che diventa definitivamente chiaro che quello non è più il Luneur, bensì il Luneur Park, un parco giochi per bambini da zero a dodici anni. I segni della mutazione sono sparsi dappertutto come i chioschi dei tiri a bersaglio, che danno tutti gli stessi premi: i peluche dei personaggi dei film d’animazione.

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa. La delusione è tanta, ma provo a capire. Il mondo va avanti, in fondo sono anch’io tra quelli che critica la nostalgia per il passato, il vivere guardandosi alle spalle, l’artificioso tentativo di fermare il tempo quando tutte le condizioni attorno sono mutate. Quello che mi sconvolge è rivedere gli stessi luoghi con destinazioni d’uso così distanti. I vialetti lastricati sono identici, le basse balaustre di ferro che proteggono le aiuole sono le stesse, dappertutto vi sono tracce del vecchio Luneur, infissi, scenografie e materiali, tutti nascosti dietro le sterpaglie come un passato di cui vergognarsi e da cui prendere le distanze.

Mentre passeggiamo, Francesca scatta foto e io vago sconsolato. Poi la folgorazione: in lontananza vedo una civetta gigantesca e una specie di astronave a forma di fungo. La Magic House! E il Rotor! Forse era tutto uno scherzo, volevano farci credere di aver gettato tutta la storia del Luneur in un magazzino, e invece le attrazioni di una volta sono ancora lì. Affretto il passo, e tutto torna a sembrarmi come allora. Il Rotor era fenomenale e formativo: entravi in questa stanza cilindrica chiusa che iniziava a ruotare a una velocità tale da schiacciarti addosso alla parete. Era la forza centrifuga! Si arrivava al punto in cui il pavimento si staccava e tu rimanevi comunque inchiodato con i piedi penzoloni, fino al momento della decelerazione, quando scivolavi più o meno delicatamente al suolo.

Il Luneur era pieno di attrazioni così, distanti anni luce dal politically correct, immerse in un luogo al confine tra il kitsch e il trash, un punto di ritrovo della coattitudine romana, un posto di quelli che prima si disdegnavano e ora si riscoprono, non a caso più volte eletto a location dei film commedia senza arte né parte che venivano prodotti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, quelli con Renato Pozzetto e Adriano Celentano della cui esistenza non ti capacitavi. Il Luneur era per tutti, perché c’erano anche giostre pensate per i bambini, come il mostro Nessie che non faceva altro che girare attorno al laghetto, ma celava un lato inquietante e “pericoloso” derivante dall’impressione d’insicurezza che molte delle attrazioni si portavano dietro, condito con un’affinità estetica a qualsiasi thriller statunitense di Sydney Pollack e Robert Redford.

La summa stilistica del Luneur la trovavi nell’attrazione Himalaya, le montagne russe, a cui teoricamente si poteva accedere soltanto dopo aver superato i quattordici anni. In realtà i gestori chiudevano un occhio (forse entrambi). Le montagne russe del Luneur erano già sorpassate negli anni Ottanta, quando altri parchi giochi moderni erano spuntati come funghi soprattutto nel Nord Italia, ma mantenevano il fascino del pericolo. Nessun coaster moderno, seppur iperveloce e sfidante ogni legge di gravità, riesce a suscitare il brivido che si provava a salire lentamente in cima con quella macchinetta a quattro posti salvaguardati solo da un’esile barra metallica, per poi scendere in picchiata all’improvviso, facendo il leggendario “saltello” con cui provavi l’agghiacciante senso di vuoto come se si stesse per uscire dai binari. La differenza tra l’avere soltanto lo stomaco sottosopra e avere anche paura era tutta nel (fondato?) dubbio che i gestori non rispettassero tutte le norme di sicurezza e manutenzione.

Torno in me quando mi accorgo che né il Rotor, né la Magic House sono in funzione. Li hanno lasciati lì come decorazione, o per stimolare noi che li abbiamo vissuti. Fa strano, vederli lì. C’è anche la Horror House, più in fondo, con i seggiolini ricoperti dalle lenzuola bianche pronti alla partenza, che non partiranno mai. Non sembrano vecchi, appaiono fuori luogo, ed è una sensazione strana, visto che per decenni quello è stato il loro posto. È strana come quando capisci che quel che è valso prima ora non vale più. Francesca mi porta via dal Rotor, ci allontaniamo a braccetto e davanti a noi gira vorticosamente una di quelle giostre chiamate volgarmente “calcinculo”, dove bisogna allungare il braccio per prendere il pupazzo appeso e vincere il giro successivo. Storicamente uno stimolatore di rivalse tra comitive, con gente presa alle spalle e lanciata nel vuoto. Come tutto il resto, anche questa giostra è in versione “mini” ed edulcorata, e per di più gli hanno dato il nome puccioso di “Alberone”, dato che è effettivamente decorato come un tronco rotante.

Come rendere innocuo un generatore naturale di sadismi. 

Il Luneur Park è pieno di attrazioni con il suffisso “-one” (c’è anche il Martellone, da non confondere con il mitico Nando della serie TV Boris), ospita centinaia di diverse specie vegetali, è molto sicuro, è bene organizzato, ha tutto al posto giusto, ma mi comunica un grande piattume. Se fossi un bambino non mi divertirei qui, così come non amerei i cartoni animati moderni. Sono anch’io fuori posto, come il Rotor e la Horror House. Il tempo è passato.

Questo spazio pubblico è stato chiuso per molti anni, a causa di controversie legali e occupazioni illegali. Credo sia un bene che non sia più avvinto dal degrado a cui era stato abbandonato, anche se il risultato è così simile a quello di un pazzo furioso curato con una lobotomia, così normalizzato da diventare banale e noioso. I colori non riescono a coprire il grigiore di fondo. Quando vedo la giostra della Barca Matta, un piccolo battello che fa qualche innocua giravolta, non posso non ripensare al Galeone Fantasma che pendolava indomito fino a farti tornare su gli ultimi tre pasti. I bambini ridono. Sono piccoli, per loro la Barca Matta è sufficiente, ancora per un po’. Quando cresceranno, quando vorranno fare sega a scuola non verranno più qui. Non passeranno l’adolescenza a cercare i primi approcci con le ragazze cadendo a quattro zampe sopra la pedana mobile del Tagadà.

Con Francesca ci arrampichiamo verso il lato sud del parco, quello che costeggia il viale e il piazzale dell’Industria. A un certo punto c’imbattiamo in una serie di camioncini di street food, di quelli che trovi alle sagre oppure ai festival organizzati dagli hipster. Mentre la canzone ufficiale mi risuona nelle orecchie (“Dentro la città, fuori dal mondo…al Luneur Park…”) e cerco di capire se il cantante è Giorgio Vanni, quello delle sigle dei cartoni Mediaset, ordiniamo un cartoccio di fritti. Due coppie di coetanei hanno lasciato i figli a girare su di una giostra, e si guardano intorno spaesati. Li fisso per un po’, loro se ne accorgono, ricambiano lo sguardo, ci capiamo al volo. Lunga vita al Luneur!

Un’educazione milanese

“Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su quei ponti finiscono con l’apparire, tenere e meridiane, le figure che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata per me questa città»

Quale miglior definizione di Milano di questo estratto da “Un’educazione milanese”, il primo libro di Alberto Rollo, direttore editoriale di lungo corso, pubblicato dalla salentina Manni? Un ponte per l’Europa, un ponte per il futuro, ma anche un luogo di vita e formazione, soprattutto per quelli della generazione dell’autore, che hanno vissuto appieno la trasformazione da città operaia a metropoli moderna, frenetica e accattivante.

Per chi, come me, non ha mai vissuto a Milano, è difficile resistere alla curiosità e sottrarsi alla narrazione di Rollo, un memoir di formazione sparpagliato nel ventennio 1959-1979, troppo denso di avvenimenti culturali e politici per non incidere nella crescita e nelle svolte personali dell’autore. Figlio di una famiglia proletaria di origini leccesi, in un’epoca in cui l’identità di classe era ancora molto forte, Rollo impernia il libro su tre fondamenta molto solide: il racconto (anche architetturale) della città, il suo rapporto con il padre e l’epopea rivoluzionaria tra il 1967 e il 1975, sintetizzata nell’amicizia con Marco.

Non esiste una, ma mille Milano. Sul finire degli Anni Cinquanta è ancora una città fortemente operaia, il cui territorio è segnato dalla linea ferroviaria, dal ferro delle fabbriche. L’eroe di Alberto è il padre metalmeccanico, lavoratore rigoroso che getta i semi di un’educazione improntata alla moralità. Un operaio lo è per sempre, segnato nell’ideologia seppur raramente espressa in maniera esplicita. Non c’è nessun rapporto con la borghesia. Essere un impiegato, come il cognato, è già considerato un tradimento.

E tradito un po’ si sentirà, il padre, quando Alberto inizierà a frequentare certi ambienti post-sessantottini, all’Università e non solo, in un contesto pronto a rimettere tutto in discussione, dove la commistione di classe tra figli di operai, borghesi e ricchi imprenditori è la norma. E’ una Milano che ribolle cambiamento, che almeno in parte rinnegherà, che sprizza impegno politico e violenza sociale da ogni vicolo. E’ una fase che segna, per Alberto, il distacco dal mondo operaio paterno e l’abbraccio con l’ambito culturale che sarà il pane della sua vita, comunque segnata dalla sua educazione milanese.

Come ogni bravo narratore, come i tanti che ha contribuito a lanciare nel corso degli anni, Alberto Rollo è abile nel mescolare la storia della sua città con quella della sua generazione, non indugiando troppo nell’autoreferenzialità compiaciuta (colpa che ascrivo ad esempio a La scuola cattolica di Albinati), non perdendosi in narrazioni trite e ritrite, come la “Milano da bere”, ma mantenendo quel genuino mix tra estro e rigore che rendono questa sua opera un vero e proprio ponte tra la vera Milano e chi non la conosce.

Il signor Rossi

I vigili urbani sono sempre più rari agli incroci della Capitale, sporadici come i piccioni cacciati via dai gabbiani migrati dal litorale romano perché ammaliati dall’olezzo delle strade, dove gli spazzini latitano solidali con tutti i colleghi comunali. La grande discontinuità è tutta lì: una città con la manutenzione di chi è stato dimenticato da tempo, e nugoli di persone dappertutto. Il viavai sui marciapiedi non lascia tracce nella memoria, chiunque potrebbe essere qualcuno, tutti ci lasciano indifferenti in equal misura.

Ai crocevia riconosci soltanto gli agenti immobiliari, irriducibili nonostante la crisi del mattone, in giacca cravatta e cartellina di pelle d’ordinanza. Un agente immobiliare fissa quasi sempre l’appuntamento ad un incrocio, perché sono punti di maggior visibilità, e Dio solo sa quanto essi ne abbiano bisogno.

Anche se tutti sanno percepire l’essenza di un agente immobiliare, i gesti, i modi, nessuno li osserva in volto, nessuno li rammenta anche dopo pochi minuti che la visita è terminata. Figuriamoci ricordarne il nome, stampato sugli infiniti biglietti da visita in cartoncino che vengono estratti come munizioni dalla tasca interna della giacca, simbolo di un “aggancio” verso il potenziale cliente che nella maggioranza dei casi è vero solo su carta, appunto. Quasi tutti, voltando l’angolo, gettano brochure e biglietto. Nei rari casi in cui interessi l’appartamento, l’agente immobiliare è visto come un intralcio, un’inutile spesa in più, uno che non cura mai degli interessi che non siano i propri, ovvero intascarsi una ricca commissione facendo da chauffeur in giro per la città. Chiunque potrebbe essere un agente immobiliare, nessuno lo è veramente, come se la professione non fosse sostenuta da una reale vocazione di fondo, soltanto da un’esigenza temporanea che sovviene nel momento in cui tutti ci sentiamo come un moderno e incompreso Vitaliano Moscarda. Non è mai sorprendente incontrare un agente immobiliare, nemmeno in posti come Piazza Ricoldo da Montecroce, nel cuore della Garbatella, dove tutti gli edifici hanno vissuto la Guerra, i romani appartengono alla loro città da qualche generazione in più e la gente si saluta per nome, dandosi pacche sulle spalle.

Il nostro agente immobiliare è fermo di fronte all’ingresso di quelle che una volta erano case popolari, due colonne d’ocra sbiadita segnano la distanza di un cancello pedonale invisibile, perché assente. Egli ha un compito ingrato, che contribuisce a renderlo orgoglioso di se stesso, e costituisce un appiglio motivazionale a cui si aggrappa per distinguersi dal resto dei colleghi, come se fosse il primo a capire sul serio la complessiva inutilità del suo mestiere. Non è un normale agente immobiliare, il Nostro, e lo specifica ad ogni incontro con amici di lunga data che non vede da un po’ e a cui racconta cosa fa per vivere, ovvero cosa la vita gli ha fatto. Lui si occupa di case in dismissione, appartamenti di proprietà di un ente che ha deciso di metterli in vendita, peccato che siano ancora occupati, e chi ci vive dentro non vuole ma più spesso non è in grado di acquistarli, e non ha alcuna intenzione di sloggiare. Gli enti si rivolgono quindi al tribunale, ma nel frattempo qualcuno deve pubblicizzare la vendita di un appartamento che nessuno può visitare. Ecco la mansione gravosa, ecco il motivo d’orgoglio del Nostro. Occorre discrezione e tatto, le visite si limitano a una passeggiata nel cortile condominiale, tra le occhiate sospette degli altri inquilini, di solito tutti nella stessa condizione di ospiti indesiderati, e per quanto uno possa essere accorto, sappiamo già che un agente immobiliare lo riconosci dappertutto, dall’abbigliamento e dai gesti affettati. L’agente conclude la visita indicando il piano e le finestre di competenza, mai si avventura per le scale interne, con il rischio d’incontrare gli occupanti che, seppur abusivi, lo farebbero comunque sentire in colpa e imbarazzo. Pensandoci bene, al Nostro non è mai capitato d’imbattersi in una di quelle persone a cui, con il suo lavoro, sta contribuendo a portare via l’appartamento. Sarà stato molto cauto e fortunato, poi si tratta di gente che per ovvi motivi non abbandona mai la casa incustodita, anche quando va a fare la spesa o in giro per qualche commissione lascia sempre un amico o un parente chiuso dentro l’immobile.

Il Nostro non ha mai incontrato neanche il signor Rossi, colui che abita nell’appartamento che l’agenzia per cui lavora sta pubblicizzando. Soltanto una volta, ne è certo, gli è parso di scorgere una figura nei pressi di una delle finestre dell’appartamento, che proprio in quel momento stava indicando ai visitatori di turno. Nulla di più, d’altronde egli non conosce il suo aspetto, il signor Rossi è soltanto il signor Rossi, un nome stampato sopra un decreto ingiuntivo di sfratto e infilato a forza nella targhetta del citofono, scritto a penna per confermare una transitorietà tradita dai fatti, dato che abita lì da almeno trent’anni. L’agente immobiliare non ne conosce la storia, i motivi per cui non ha sfruttato il prezzo agevolato di vendita concesso dall’ente, il Nostro svolge la sua mansione come gli hanno indicato, discrezione e tatto, mostrare la planimetria dell’immobile, decantarne le qualità senza averlo mai visto, senza sapere le reali condizioni in cui versa, dato che non ci entra nessuno da anni, se non il signor Rossi e i suoi, chiunque essi siano. Al nostro agente questo lato misterioso del mestiere piace, può millantare come vuole senza apparire millantatore, non come i colleghi costretti a minimizzare su difetti gravissimi e ben visibili, presenti in immobili venduti a prezzo pieno di mercato. Chi è interessato negli appartamenti in dismissione degli enti è ben più conscio di quel a cui va incontro e ne accetta il rischio, calcolato nel prezzo sensibilmente ribassato.

Eppure capita che i visitatori diano buca, come quel pomeriggio. Il Nostro ha atteso il quarto d’ora accademico, non aveva ulteriori appuntamenti, poi ha iniziato a telefonare al numero di contatto che gli avevano lasciato, senza ottenere risposta se non lo squillo regolare e tipico di quando la linea è libera. Qualcuno che ci avrà ripensato, qualcuno che non vuole più assumersi il rischio, oppure qualcuno che semplicemente reputa inutile una visita che non è niente di più di una passeggiata in un quartiere per cui non ha bisogno di quell’aggregatore d’imbarazzo chiamato agente immobiliare, con il solo potere di renderlo immediatamente inviso al vicinato.

Che fare ora, se non andarsene via? Ma il nostro agente è ligio al dovere, o soltanto molto sfaccendato, e inizia a percorrere il viale del cortile condominiale come se non fosse solo. Qualche passo in più non potrà incidere troppo sulle suole già consunte delle sue scarpe nere e solo in apparenza eleganti. Si arresta nel punto in cui un sentiero lastricato di mattonelle perlopiù spezzate converge verso la palazzina del signor Rossi, la penultima sul lato sinistro. Volge lo sguardo verso il secondo piano, non il più nobile ma neanche il meno pregiato, le persiane sono aperte ma dalle finestre non traspare nulla, né luci né presenze, nulla che non possa essere ricondotto ad una casa abitata nella prossimità del crepuscolo, quando tutti rientrano a riallacciare i fili della propria vita privata dopo esser stati divorati da quella pubblica.

Le gambe del nostro eroe, l’agente immobiliare, sono appesantite da una decina abbondante di appuntamenti, ma lui non vuole tornare in quel posto che è costretto dalle circostanze a chiamare casa. Proprio come il calzolaio dalle scarpe bucate, il nostro amico non è riuscito a far di meglio che affittare un anonimo seminterrato in zona Cinecittà, l’unico compromesso per non dividere l’appartamento con qualche altro sconosciuto fuorisede. E’ lontano dalle proprie origini, ma non è in grado di dire se gli manchino perché non si trova bene a Roma, o se non gliene importi nulla per non ammettere di aver fallito. Oscilla continuamente tra le due posizioni che esasperano un nulla di fatto comodo per rinviare la resa dei conti a tempo indeterminato.

Si avvicina all’edificio, scorgendo da lontano il portone in legno dipinto di un verde che ritrovi sui vecchi banchi di scuola. E’ totalmente aperto. Nessuno gli ostacola il cammino, né con il corpo, né con una di quelle occhiate che di solito gli riservano e che egli ha imparato, a fatica, a ignorare. Per la prima volta il nostro amico, l’agente immobiliare, osa avvicinarsi, addirittura accenna ad entrare con i muscoli tesi e pronti a farlo rimbalzare fuori al primo segnale di pericolo. Il suo viso, ancor prima che la giacca e la cravatta, è un campanello di allarme automatico agli occhi degli inquilini del palazzo. Non abita lì, non è della Garbatella, non è di Roma, è uno straniero a tutti gli effetti, e ne rispetta il ruolo muovendosi con circospezione mentre sale la rampa di scale a pianta quadrata, inevitabile quanto l’assenza dell’ascensore. Le scrostature del muro penzolano in punti differenti, e formano delle specie di liane che rischiano di cadere da un momento all’altro sulle spalle dei passanti, ma forse sono lì da sempre, e non cederanno mai. Non incontra nessuno, il Nostro, non c’è anima viva nei paraggi, anche alzando il capo fino alla massima estensione possibile, fino alla sommità dell’edificio. Non vede nessuno, avanza cauto ma imperterrito sino al pianerottolo dove vive il signor Rossi, e lì trova una strana faccenda.

La porta non è chiusa, è appena accostata, e da dentro penetra un filo di luce, non aggressivo ma invitante. Vorrebbe bussare, il Nostro, per non abusare dell’impensabile idillio di cui si sta approfittando, ma ha paura di rovinare tutto, entrando in una casa occupata senza alcuna autorizzazione. All’agenzia non sarebbero contenti di lui, sta portando una marea di guai potenziali con questo gesto che potrebbe costargli il posto di lavoro, pagato male, poco gratificante, ma l’unico che possiede. Eppure la situazione è troppo allettante, si tratta di capire, finalmente, una vita dentro a un immobile, oltre le porte e le finestre. E’ la volta buona per andare oltre le anonime carte, per dare un volto e un corpo a una scelta comunque estrema. Non gli interessa sapere cosa farà, o che succederà. Un altro passo ed è dentro.

La foto in copertina è di Francesca Minonne

Il Capodanno del 2000

(Questo brano è tratto dal romanzo “Cronache Urbane”).

Il Capodanno del Duemila sarebbe stato memorabile. Se ne iniziò a parlare fin dall’estate, ci trovavamo in un campeggio sul litorale toscano, confusi tra un tormentone di Alexia, le nottate in spiaggia e i ripetuti tentativi di fare colpo su un gruppetto di ragazze milanesi. Eravamo giovani universitari che avevano già abbandonato l’adolescenza senza rendersene conto, come accade a chi non ha nulla a cui pensare. Erano gli anni Novanta, fucina del disimpegno, mentre il mondo cambiava sotto i nostri piedi. La discoteca come luogo-simbolo di una decade. Tanti ammiccamenti, presunti più che reali, e i patetici tentativi di arginare la fame con i miseri buffet freddi offerti con il biglietto d’ingresso.
Il Capodanno del Duemila non sarebbe stato il solito Capodanno. Quello del Piper, del Kaos o del Goa, dei timpani feriti dalla musica chiassosa e ininterrotta, delle escursioni termiche per accompagnare fuori dal locale gli amici che fumavano, della consueta insoddisfazione finale, quando ti ritrovavi in macchina con le stesse quattro persone con cui eri arrivato, non avevi conosciuto nessuna ragazza e scaricavi le colpe sulla logistica. Nessun divanetto, nessun angolo silenzioso, nulla che potesse facilitare un approccio. Coraggio e faccia tosta: le solite assenti a tradimento.
Il Capodanno del Duemila non sarebbe stato un Capodanno per coppiette. Nessuno di noi era fidanzato, per cui guardavamo con manifesto sarcasmo quelli che, al di fuori della nostra cerchia, prenotavano una stanza d’albergo a Prati, a Monte Mario oppure all’eur, per fare l’amore per la prima volta. Quella notte. Era invidia, in realtà, l’invidia verso chi, assecondando i luoghi comuni, non aveva difficoltà a scegliere. Era la possibilità di non dover scegliere, e di fare quello che la massa si aspettava dalla nostra età.
 
Il Capodanno del Duemila era un appuntamento con la Storia, quella con la S maiuscola, quella che finora non ci aveva neppure sfiorati. Eravamo una generazione di passaggio, di puri e disinteressati spettatori di enormi cambiamenti. La caduta del Muro, la Guerra del Golfo, tutti eventi che sarebbero stati raccontati sui libri, ma che avevano mostrato pochi impatti diretti nelle nostre vite, a parte la possibilità di viaggiare low cost verso Praga, Budapest e Cracovia. Anche il 1992 era passato senza lasciare traccia su di noi, ragazzini disinteressati nel nostro mondo di piccolezze. Il Capodanno del Duemila invece era trasversale, lo avrebbero vissuto tutti gli uomini della nostra epoca, e noi volevamo celebrarlo al massimo, quasi a surclassare con le nostre grida i rumori di fondo generati dai restanti sei miliardi di persone.
 
Il Capodanno del Duemila avrebbe sancito il cambiamento di tante cose, ma non sapevamo ancora quali. La sera del 31 dicembre si tiravano molte somme. C’era chi coglieva l’opportunità per dichiararsi, chi si riprometteva obiettivi più o meno importanti, più o meno irraggiungibili, chi decideva se chiudersi un capitolo alle spalle e iniziare una nuova vita, chi litigava furiosamente e usciva dalla comitiva. Durante la notte di San Silvestro emergeva uno spartiacque designato, una forzatura degli eventi che non era magia, e che quasi sempre nasceva dalla ricorrente delusione.
 
Il Capodanno del Duemila mi faceva un po’ paura. Ero stato un bambino durante gli anni Ottanta imperanti di ottimismo, dove pubblicità di famiglie perfette e di peccaminosi liquori si alternavano senza alcuna distinzione a qualsiasi orario, dove le possibilità erano certezze, e viceversa. Non ho ricordi chiaroscuri di quel tempo, il male somigliava a Gargamella, il cattivo dei Puffi, tutto sembrava condannato, prima o poi, a un happy ending. Negli anni Novanta, assieme al corpo che cambiava, arrivarono anche le prime delusioni e disillusioni. I nonni iniziarono a invecchiare e ammalarsi, gli zii a divorziare. Visti col senno di poi, furono comunque anni felici, ma c’era quella sensazione di un paracadute che s’assottigliava progressivamente, e che presto o tardi non avrebbe più funzionato a dovere. Gli anni Novanta si chiusero nell’ansia e nella preoccupazione, in qualsiasi campo. Era l’autunno del 1999 e migliaia di consulenti stavano per entrare nel mondo dell’informatica per non abbandonarlo più. Millennium bug, l’avevano soprannominato, l’incapacità dei calcolatori di gestire la seconda cifra all’inizio del datario. Le aziende erano andate nel panico, soprattutto le banche, che avevano trascurato per decenni l’evoluzione tecnologica dell’informazione. Persone in grado a malapena di accendere un pc vennero elette a guru e salvatori, finendo strapagati dai clienti che non sapevano che pesci pigliare. Il millennium bug non era che una goccia nell’oceano, qualcosa che interessava gli addetti ai lavori o poco più, ma nascondeva una grande verità. Questo Duemila faceva un po’ paura a tutti. Cosa c’era, quindi, da festeggiare?
 
Il Capodanno del Duemila era la grande occasione di Antonio Brughetti, tarchiato e butterato amante delle moto potenti e del cibo ipercalorico, frequentatore perimetrale di ambienti pariolini, bramoso di abbandonare il ruolo di zerbino delle tipe della Roma bene per divenire uno snob richiesto e difficile alle lusinghe. Antonio aveva le sue fisse, il Kawasaki zxr Ninja era la prima, la seconda era pendere dalle labbra di Claudio, il suo amico più caro, punto di riferimento della nostra comitiva. Claudio Sannino non era pariolino, non era neanche nato a Roma, era piombato in città e nelle nostre vite all’età di quindici anni e non ne era più uscito. Si diceva fosse di origini campane, ma parevano annacquate. Alto, palestrato, dai capelli crespi e il naso importante, aveva quel modo di fare simpatico e sornione che ci convinceva, tutti i sabati sera, ad aspettarlo almeno mezzora sotto casa. Sarebbe disonesto affermare che il solo Antonio fosse ammaliato dal carisma dell’amico. Aveva la forza della persuasione dalla sua, quel modo disinvolto di rispondere o di avere una soluzione a tutto, la verità in tasca.
 
Abitava in via Piccolomini, una strada seminascosta tra l’Aurelia Antica e via Gregorio VII, residenza di direttori di banca, finanzieri e imprenditori ignoti al fisco. Si vedeva la cupola di San Pietro in fondo alla strada, e ogni anno, alla mezzanotte del 31 dicembre, centinaia di ragazzi si incontravano in quel punto per stappare bottiglie ed esplodere petardi, prima di riprendere la loro corsa tra piazze, locali e confusione. Il rito pagano che si mescolava con il panorama sacro, una strada residenziale ed esclusiva che per una notte tornava a essere di tutti.
 
Il Capodanno del Duemila non lo avremmo passato su via Piccolomini. Claudio ce lo giurò solennemente, come se si trattasse di un affronto anche solo immaginarlo. Aveva intessuto contatti con degli amici dei fratelli, gente che organizzava eventi trecentosessantacinque giorni all’anno e che ci avrebbe ben indirizzati. Queste parole Claudio ce le disse verso la fine di ottobre, e a quel punto tutti finimmo d’interessarci alla questione.
 
Come ogni Capodanno, anche questa volta ci affidammo ciecamente alle idee del nostro amico, che tutti i fine settimana si faceva scarrozzare in giro per Roma da Antonio. Avevano un patto, i due. Claudio era il centravanti, addetto a rompere il ghiaccio con le ragazze, quello sicuro di sé e con una buona dose di sfrontatezza. Riusciva ad attaccare bottone con tutte, e dopo un po’ subentrava Antonio. L’intenzione era di sfruttare la leva dell’amico per dire la sua con un’atmosfera già favorevole, ma l’esecuzione era pessima. Antonio era timido e impacciato, non riusciva a pronunciare frasi di senso compiuto, annuiva il capo con mosse casuali. Il patto funzionava, ma solo per Claudio, che rimorchiava con facilità. Le serate si chiudevano con Antonio che recriminava, e Claudio costretto a giustificarsi per l’ennesimo numero di telefono ricevuto.
 
Il Capodanno del Duemila si concretizzò pochi giorni prima della data, quando apprendemmo di essere stati indirizzati verso una festa in una villa di Grottaferrata. Perché arrivare fino ai Castelli? Claudio pontificò a lungo per farci digerire quella soluzione. La villa era in un’ottima posizione, panoramica su Roma, e ci sarebbe stata bella gente, il divertimento era assicurato, ma niente del caos tipico del centro storico. D’altronde, tutte le persone benestanti ormai fuggivano dalla Capitale per andare a vivere lì. Nessuno fiatò, tutti tirammo fuori la nostra banconota da centomila lire, pur avendo saputo che i fratelli di Claudio non sarebbero venuti con noi. Non mi stupì, dopotutto erano dei trentenni e ci consideravano bambini. Antonio si mostrò soddisfatto, avrebbe potuto parlare con persone che vivevano più in periferia di lui, e darsi un tono. Una ragazza di paese, magari benestante, era pur sempre una donna, e l’astinenza non ammetteva discriminazioni.
 
La sera del Capodanno del Duemila, il più importante delle nostre vite, Claudio legittimò l’occasione facendosi trovare puntuale. Eravamo in cinque, tutti rasati, profumati e con le camicie nuove di confezione. Emiliano e Gaetano, i più seriosi, entrambi figli di graduati militari di casa dalle parti del Forte Bravetta, avevano addirittura osato il completo blu. Gaetano, con quel suo fare saccente solo attenuato dallo sguardo buffo e miope, mi squadrò poco convinto.
«Almeno stasera, potevi evitare i jeans.»
«Sono jeans neri.»
«Quindi? Sempre jeans sono.»
«Sono più eleganti.»
 
Con la macchina truccata di Antonio, una Panda che riusciva a sviluppare una potenza di cento cavalli, traversammo a fatica il traffico di Trastevere e dell’Ostiense, poi da Piramide puntammo San Giovanni e all’altezza della Coin girammo a destra verso piazza dei Re di Roma. Eravamo allegri, chiacchieravamo della festa che ci attendeva, passavamo in rassegna le installazioni che i vari comitati di quartiere avevano preparato per festeggiare la mezzanotte, sebbene nessuna ci convincesse appieno. Quello era il Capodanno del Duemila, non un Capodanno qualsiasi. Superati l’Alberone e il caffè Cantù, ci mettemmo un attimo a sfrecciare su via della Cave e ci infilammo sulla Tuscolana. Finalmente la strada era libera, la maggior parte della gente stazionava dalle parti del centro, solo noi andavamo fuori. Passata porta Furba, il quartiere era una sfilata di alti palazzoni tutti uguali. Le traverse si differenziavano soltanto per il nome della fermata della metropolitana. Dopo una lunga sequela di semafori ci lasciammo alle spalle Cinecittà e ci dirigemmo spediti verso i Castelli.
 
A Grottaferrata, in realtà, non arrivammo mai. Non alla villa, perlomeno. Trovammo il traffico bloccato su via dei Salè, la strada più esclusiva che univa il paese al limitrofo comune di Frascati. In fondo alla salita, sirene di autoambulanze e volanti della polizia ci giungevano ovattate dalla distanza. Iniziai a sbuffare, appannando il vetro che rifrangeva le luci dell’inattesa coda, e Antonio spense il motore. Dopo una ventina di minuti notammo un vigile urbano avvicinarsi alla nostra fila, facendosi lentamente largo tra le vetture. Claudio abbassò il finestrino e chiese spiegazioni mostrando il biglietto della festa, ma l’uomo scosse subito il capo.
«Vi consiglio di tornare indietro, ragazzi. Non si fa più la festa, è successo un casino.»
«Come, scusi? Che significa?»
«Quei mascalzoni hanno venduto troppi biglietti, la gente si è innervosita e ha iniziato a distruggere tutto. Si è anche alzato un incendio, e stiamo cercando di liberare la zona, per questo da qui è tutto bloccato.»
L’ufficiale stirò il collo per andare con gli occhi oltre la nostra auto, ma la fila sembrava già interminabile. Ci guardammo raggelati, poi fissammo Claudio, che ritirò il capo fuori dal finestrino.
«Ma se aspettiamo qui per un po’?»
«Forse non hai capito, bello. La proprietà ha denunciato gli organizzatori, e ora la polizia sta sequestrando l’immobile per i rilievi. Circolare!»
Il vigile ci superò, andando a informare qualche altro velleitario che strombazzava il clacson. Non avevo mai visto Claudio così scuro in volto. Antonio s’era innervosito più di tutti, e giocherellava con la leva del cambio.
«Spero che i tuoi amici recupereranno i nostri soldi. Almeno quelli.»
«Calma, stiamo calmi. Di certo non li riavremo stasera. Ora dobbiamo solo pensare a un’alternativa. Ho già un paio d’ideuzze.»
 
Invertimmo il senso della nostra marcia, ma trovammo comunque molto traffico all’altezza dell’incrocio tra l’Appia e la Nettunense. La grande fuga era iniziata da un pezzo, e tutti si stavano dirigendo verso il centro. A Capodanno è così, se ti salta il programma puoi sempre sperare nel concerto gratis. Basta che non sia troppo freddo, al limite ti copri bene.
Eravamo silenziosi e tristi, nessuno badava più a cosa ne sarebbe stato del nostro Capodanno speciale. Come ogni volta in cui ci caricavamo troppo di aspettative, la realtà ci esplodeva tra le mani, non lasciandoci nulla di concreto. Guardavo fuori dal finestrino buio, sperando in una soluzione comoda della serata, come quando puntavamo a entrare nel locale notturno alla moda, e mollavamo la presa sconfitti da una fila mostruosa o da una selezione che puniva l’assenza di donne in comitiva, e riparavamo in qualche pub anonimo e senza attrattive speciali, di quelli che n’era piena Portaportese. Passavamo due o tre ore a bere birra e chiacchierare del nulla, e poi uscivamo dandoci il cambio con le prime bancarelle, installate per il mercatino della domenica. Nel Capodanno del Duemila non azzardai alcuna proposta, come sempre. Le mie iniziative non erano mai individuali ma legate al gruppo, e dal gruppo dovevano provenire.
Il Capodanno del Duemila fu comunque memorabile, in un modo o nell’altro.
 
Le ideuzze di Claudio si concretizzarono nel chiedere asilo ai suoi, che avevano i parenti a cena. La nonna e la zia giocavano a canasta, la madre faceva la spola frenetica tra cucina e salone, e ci rimpinzava di specialità partenopee di ogni tipo. Un nuovo millennio si faceva largo nelle nostre vite, e noi lo accogliemmo a colpi di sette e mezzo sul grande tavolo ovale ricoperto dal panno verde. Antonio borbottò a lungo, poi passò la sera a fissare la cugina diciottenne di Claudio. Riuscì a scambiarci due parole solo quando scendemmo in strada, su via Piccolomini, per brindare e vedere i fuochi con lo sfondo di San Pietro. Le due frasi, non impegnative, furono: «Hai freddo?» e «Bella serata, vero?».
 
La cugina di Claudio, annoiatissima, andò a dormire non appena rientrammo nell’ampio appartamento. Antonio se ne lamentò con l’amico, che si era già dimenticato del fallimento della sua proposta iniziale.
«Non credevo avessi bisogno del mio aiuto. Mia zia mi racconta sempre che Enza ne combina di cotte e di crude giù a Napoli e anche per questo ha preferito portarla a Roma per il Capodanno.»
«Beh, io l’ho fissata per tutta la cena, ma se n’è ben guardata di mandarmi un segnale.»
«Intavolare una discussione, no?»
«Sono più bravo a guardare che a parlare. Se non ti colpiscono i miei occhi verdi, di cosa vogliamo discutere?»
Per qualche settimana, Antonio ritirò fuori la storia della cugina di Claudio poi, per fortuna, la piantò. Per il resto, non riavemmo mai i nostri soldi, e persi anche ventimila lire a poker.
La nonna di Claudio ci ripulì tutti.
 
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Fenomenologia dell’Aurelio

Quanta presunzione deve albergare in noi romani, per pretendere di dare ai quartieri i nomi delle strade consolari, quelle lunghe arterie che collegano la Capitale al resto d’Italia. Se non si tratta di appropriazione indebita, è solo perché questi lunghi itinerari che s’irradiano dal Centro sono stati costruiti da chi abitava qui parecchi secoli fa, e che forse ci ha convinti a compiere un abuso di potere prendendoci il nome.

Nessuno dei quartieri “consolari”, nei fatti, copre per estensione l’intero tratto urbano della strada di riferimento, quello che porta dal Centro ai confini del GRA. Ci sono i casi generici, come Ardeatino, Laurentino o Nomentano, che vengono usati raramente, surclassati da suburbi più “famosi” come Tormarancia, Cecchignola, Montesacro; ci sono quelli dalla toponomastica variabile come il Tiburtino, che una volta era solo San Lorenzo, poi negli Anni Cinquanta ha oltrepassato il Verano e il fiume con il progetto INA-Casa per infine ricongiungersi con Santa Maria del Soccorso e i casermoni del Tiburtino III; ci sono quelli che non hanno alcuna unitarietà, e che anzi caratterizzano fortemente la loro frammentazione, come l’Appio S.Giovanni, l’Appio Latino, l’Appio Claudio, l’Appio Tuscolano.

Quando si parla dell’Aurelio, invece, tutto è assai più definito, circoscritto e riconoscibile. Sebbene la via Aurelia colleghi di fatto San Pietro alla Francia, il quartiere che porta il suo nome è un quadrilatero di strade e caseggiati compreso tra via Baldo degli Ubaldi, via Anastasio II e via Gregorio VII, fino a piazza Pio XI. Badate bene, l’Aurelio sul lato occidentale finisce esattamente a Piazza Irnerio, non crediate che vada oltre, non date retta alle classificazioni ufficiali che molto riguardano l’odonomastica e poco la reale natura dei luoghi. Mi raccomando, su Piazza Irnerio non si contratta, non provate a insistere che il quartiere si spinga anche solo qualche metro più in là, magari sulla Circonvallazione Cornelia, capolinea di autobus, punto di snodo verso Boccea, Torrevecchia e Trionfale, e non accomunatelo alla zona concorsuale nata attorno all’Hotel Ergife, né alle varie sedi TIM (ex-Telecom, ex-Telecom Italia Mobile) sparpagliate tra Via di Val Cannuta, via di Torrerossa e via della Vignaccia, non oserete addirittura arrivare ai bordi del Raccordo, dalle parti del Forum Sport Center, punto di ritrovo di tanti dirigenti delle telecomunicazioni che fanno affari con la scusa del pilates. Là dove la città è già agli sgoccioli, e le carreggiate della consolare sanno già di litoranea.

Neanche sembra una piazza, piazza Irnerio, con quelle strade sghembe che la trapassano formando una specie di hashtag, la piccola isola pedonale che circonda l’edicola e l’insegna di Castroni dall’altro lato della strada. L’Aurelio è una lunga discesa che fiancheggia condomini borghesi tra i quattro e i sei piani d’altezza, palazzine in tinta o in cortina, che sfruttano la posizione dominante per godere di viste mozzafiato sul resto della città. L’Aurelio va inteso come una rapida immersione nel perimetro vaticano, la pura urbanità che trascende nel turismo religioso, è un quartiere-cuscinetto dove chi ci vive può comunque astenersi, se non dal traffico abbondante, quantomeno dai riti derivati dalla Sacra Romana Chiesa. Per questo motivo non considero come parte dell’Aurelio strade come via Angelo Emo o via Candia, avanguardia di Prati, troppo compromesse dalla vicinanza delle mura, dalla calca dei turisti e dallo shopping compulsivo. Per lo stesso motivo mi sento di escludere anche Valle Aurelia, troppo poco urbana e isolata, con quel lastricato rurale, ideale per le scampagnate verso le pinete del Trionfale.

Non sentirete nessuno dire “Vado all’Aurelio”, ci passeranno per recarsi altrove, oppure ci soggiorneranno, senza rendersene conto, credendo di stare in zona San Pietro.

Cronache dalla Roma di Fuori: Ponte di Nona

La Roma di Fuori è un non-luogo. Non esiste nelle mappe, non esiste nelle istituzioni. E’ una cintura irregolare che circonda la Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare, ai confini con i comuni limitrofi: ne fa parte, ma solo sulla carta, a volte neanche quella. Le chiamano “nuove periferie” e sembrano tutte uguali: un centro commerciale e tanti servizi promessi, mai mantenuti. Sono quartieri-dormitorio, meta dei trentenni single o delle giovani coppie che a Roma non possono permettersi di comprare in zone centrali. In questa serie di reportage le visiteremo una ad una.

Puntate precedenti

Non volevo scrivere di Ponte di Nona. Volevo evitarlo, come fanno gli snob quando un tema a loro caro diventa piuttosto popolare e per loro non ha più senso portarlo in giro, renderlo fulcro del loro repertorio. Se ne parlano tutti, io non ne parlo più. Non posso far finta di non sapere che Ponte di Nona è l’Esempio, didascalico, osceno e quasi pornografico, della Roma di Fuori. Tuttavia, proprio perché paradigma delle nuove periferie romane, è stata assai raccontata, in modo a volte distorto, e in questa serie di articoli mi ero prefigurato di far emergere realtà meno note.

Non è facile parlare di Ponte di Nona. C’è troppo pregresso, a cominciare da quella famosa puntata di Report del 2008, intitolata I re di Roma, che forse per la prima volta portava a galla le magagne del “flessibile” piano regolatore capitolino, e delle discutibili convergenze d’interessi tra Comune e costruttori. Ci sono stati un bel po’ di fatti di cronaca e degrado, quelli su cui il pregiudizio fa presa e non la lascia più. Da tempo Ponte di Nona è accomunata, non solo per il numero di Municipio, alle “Torri” (Tor Bella Monaca, Torre Angela…), le periferie difficili di Roma Est.

Là dove c'era l'erba, ora c'è...una (altra) città...
Là dove c’era l’erba, ora c’è…una (altra) città…

Eppure, qualche giorno fa, ho letto alcune notizie che infondevano speranza. A Ponte di Nona hanno inaugurato una stazione ferroviaria che collega la stazione Tiburtina in 23 minuti e, più sporadicamente, persino la Stazione Termini. Hanno inoltre istituito una linea di autobus, la 055, che collega il quartiere alla Metro C. Qualcuno deve essersi reso conto che questo agglomerato urbano strappato alla campagna romana c’è, che non è stato solo un grosso errore e che anche se lo fosse stato, non va dimenticato come se non esistesse.

Decido dunque di andare a Ponte di Nona. Ovvero, di tornare. Perché Ponte di Nona l’ho visto nascere, nella prima metà degli Anni Zero. Ovviamente mi riferisco a quella che viene definita “Nuova Ponte di Nona”, per differenziarla dagli edifici popolari del Villaggio Falcone, multicolorati e spontanei come solo una certa edilizia abusiva di fine Novecento. Al contrario di altri esempi della Roma di Fuori, a Ponte di Nona c’è stato anche un “prima”, seppur riservato agli emarginati della società.

L'inconfondibile nome, l'inconfondibile stile.
L’inconfondibile nome, l’inconfondibile stile.

La mia frequentazione con Ponte di Nona è iniziata una decina d’anni fa. All’epoca il progetto era ancora agli inizi, io non vivevo qui, ma ci venivo tutti i giorni per lavorare. L’ufficio dove stavo non era un vero ufficio, ovvero era accatastato come abitazione, perché a Ponte di Nona non esistono centri direzionali, ci sono solo la zona residenziale e quella commerciale. Come è sempre avvenuto per la Roma di Fuori, i costruttori hanno lucrato sino all’ultimo per aumentare il valore catastale dei propri immobili, svuotando di significato il quartiere, annullandone ogni potenzialità in un eventuale decentramento delle attività cittadine.

La palazzina era gialla tonalità della sabbia, con i balconi lunghi che giravano attorno al palazzo. Lo stile era lo stesso di quelle di Malafede, non a caso. Si trattava del primo nucleo consegnato, quello storico che confluiva su viale Francesco Caltagirone. Affacciandomi dal terrazzo, durante le pause caffè, potevo mirare i lavori attorno al centro commerciale, ancora in corso, e spingere lo sguardo fino a Lunghezza, al suo castello medievale che ospitava, e ospita tuttora, il parco tematico de “Il Fantastico mondo del fantastico”, di cui ricordavo la pubblicità su Teleroma 56 e Super3.

Case "vecchie", case nuove (sullo sfondo).
Case “vecchie”, case nuove (sullo sfondo).

Di cantieri ce n’erano, ma non davano l’idea di quel che poi il quartiere sarebbe divenuto oggi, un agglomerato catastale ipertrofico. Dove ti giri vedi costruzioni, su alcune traverse l’addensamento ricorda da lontano quello della speculazione edilizia di mezzo secolo fa. Ti fa pensare perché immagini che, oltre a quelli che non potevano permettersi altro, a Ponte di Nona ci sono finite pure giovani coppie fuggite da certi scenari capitolini più interni e deprimenti. Ci sono troppe case rispetto al necessario, è evidente. Alle palazzine color sabbia se ne sono aggiunte molte altre, bianche, marroncine, con i pannelli solari per l’acqua calda schierati sul tetto. Tutto il quadrante è stato ridisegnato: via Ponte di Nona, che collegava la Prenestina e la Collatina, ora viene bypassata attraverso una delle tante rotatorie e chiusa al traffico, il suo antico compito viene assolto da via Luigi Gastinelli e da altre strade limitrofe, mentre via Giorgio Grappelli è la nuova arteria ad alto scorrimento, che ha l’arduo compito di cucire i lembi del quartiere, costeggiare il centro commerciale Roma Est e condurre verso lo snodo autostradale della A24, quello famigerato dove i residenti sono comunque tenuti a pagare 1,30 euro di pedaggio.

Il cuore di Ponte di Nona si è spostato attorno a via Raoul Chiodelli, una lunga strada a carreggiate separate che racchiude la maggior parte degli esercizi commerciali, tra cui un supermercato discount, la biblioteca comunale, ricavata da uno storico casale rosso e gestita da ex-detenuti, lo snodo che conduce al Colle degli Abeti, dove ci sono i nuovi villini, e i vari ingressi del Parco Leonardo Sinisgalli. Sviluppato in senso longitudinale e parallelo a Chiodelli, il parco denota l’incuria comune a quasi tutte le aree verdi romane, una folta vegetazione e passeggiate rese possibili da una serie di griglie salvaprato che sembrano più adatte a qualche patito del giardinaggio fai-da-te che a un parco aperto al pubblico.

Tanti parcheggi, anche se non tutti vuoti come altrove.
Tanti parcheggi, non tutti vuoti come altrove.

Sono tornato a Ponte di Nona aspettandomi il peggio, invece la flebile speranza di trovare dei cambiamenti migliorativi è cresciuta di passo in passo. Si notano le tracce di una comunità che ormai va nella direzione tracciata dal lodevole lavoro del comitato di quartiere che da sempre si batte per esso. La gente vive Ponte di Nona, il ruolo del centro commerciale è importante ma non così centrale come in altri posti della Roma di Fuori. Il carattere a vocazione popolare è coerente con le quotazioni degli immobili, lo spirito non è quello di essere la nuova Tor Bella Monaca, bensì la nuova Garbatella. Questo è un quartiere che si farà, dove la desolazione è solo una componente minoritaria, dove l’invenduto diviene occupato, certo, ma dove i parcheggi non sono sempre desolati.

Alla fine il primo problema di Ponte di Nona è che, nonostante i tanti chilometri che si percorrono dopo l’uscita dal raccordo, qui si legge ancora la famosa scritta “Comune di Roma”. Si tratta di un’affiliazione che crea più problemi che altro. Innanzitutto quella subdola sudditanza dal Centro, accreditata anche da quelli del Comitato di Quartiere, i quali sul sito precisano che

Nelle ore di punta mattutine, si può raggiungere San Giovanni in 30 minuti di automobile.

Perché questa informazione deve essere così rilevante, oltre che molto discutibile? Una persona che necessita o desidera di andare spesso a San Giovanni non dovrebbe proprio comprare una casa a Ponte di Nona, oppure mettersi l’anima in pace, come chi abita a Firenze e voglia recarsi abitualmente a Bologna.

Se Ponte di Nona non fosse Roma, ma un comune a sé, probabilmente molte cose andrebbero meglio. Meno tasse pagate a chi sovente si dimentica di te per servizi di cui usufruiscono, quando va bene, solo quelli che abitano dentro il GRA, meno connivenza di criminalità, con esodi di interi clan in cerca di visibilità nei giochi di potere, meno case occupate abusivamente per rimostranze contro il Comune che non assegna gli appartamenti a chi ne ha diritto.

Se Ponte di Nona non fosse Roma, la Roma di Fuori, probabilmente non farebbe questa grande fatica a scrollarsi di dosso l’Esempio, e a diventare un quartiere normale.

(foto di Francesca Minonne)

Cronache dalla Roma di Fuori: Parco Leonardo

La Roma di Fuori è un non-luogo. Non esiste nelle mappe, non esiste nelle istituzioni. E’ una cintura irregolare che circonda la Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare, ai confini con i comuni limitrofi: ne fa parte, ma solo sulla carta, a volte neanche quella. Le chiamano “nuove periferie” e sembrano tutte uguali: un centro commerciale e tanti servizi promessi, mai mantenuti. Sono quartieri-dormitorio, meta dei trentenni single o delle giovani coppie che a Roma non possono permettersi di comprare in zone centrali. In questa serie di reportage le visiteremo una ad una.

Puntate precedenti

Bufalotta/Porta di Roma

In astronomia, le Pleiadi sono un gruppo di stelle mutuate dalla mitologia greca che, nell’era classica, i navigatori attendevano prima di mettersi in mare. Pleiadi è anche il nome del primo nucleo residenziale nato sotto l’egida del progetto Parco Leonardo. Una scelta che forse non è così casuale, dato che l’acqua è elemento decisivo nell’intera realizzazione di questo moderno quartiere. Il Tevere è letteralmente a due passi, poche decine di metri e la via Portuense che si snoda rettilinea verso il Lago Traiano e l’Isola Sacra. Qualche decennio fa questa lingua di terreno venne sottoposta a un’opera di completa bonifica per strapparla alle grinfie del fiume. Un intervento riuscito, non fosse che quando scende qualche acquazzone particolarmente forte, l’acqua torna a reclamare proprietà, allagando garage e locali.

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Le Pleiadi.

Gli edifici che costituiscono il complesso delle Pleiadi hanno sette piani ma si sviluppano in lunghezza, seguendo le proiezioni delle strade come se fossero delle enormi lettere stampatello. Moderni e di bell’aspetto, hanno terrazzi ampi e abitabili, racchiusi da enormi fioriere color cemento da cui spuntano rigogliose piante ricadenti. Le vie portano i nomi delle capitali scandinave, ma non sono doppioni di quelle dell’EUR, perché qui è tutto facente parte del comune di Fiumicino. Sullo sfondo, dietro le quinte, si vedono file di capannoni, ci sono i magazzini di un corriere espresso, dell’Alitalia e di qualche autonoleggio. Le Pleiadi iniziano ad avere un po’ di storia: i primi appartamenti vennero consegnati tredici anni fa, nei primi Anni Zero, quando qui attorno non c’era nulla. Ricordo che alcuni conoscenti, coetanei, prenotarono la casa e poi vennero ad abitarci in piena bolla immobiliare.

Un Parco pedonale
Un Parco pedonale

Le cose sono cambiate con il tempo, e lo si nota nella zona commerciale, oltrepassata la caserma dell’aeronautica, dove sono stati costruiti gli altri due nuclei residenziali, Athena e Polis. La desolazione di qualche anno fa sembra dimenticata: oltre all’enorme centro commerciale, infatti, sono stati aperti una serie di esercizi e servizi professionali. Parco Leonardo è ormai una mini-città pressoché autonoma: ci sono tutte le scuole dell’obbligo, la parrocchia, la farmacia. Il progetto sembra essere veramente arrivato a compimento previsto dal manifesto che riporto dal sito ufficiale:

L’idea guida nella concezione di Parco Leonardo è la realizzazione di una “città del futuro” che racchiuda in sé tutte le funzioni, attività e servizi propri di un insediamento autosufficiente seppur in stretta connessione con il territorio…

Un altro passaggio importante:

Dal punto di vista architettonico i “non luoghi” sono tutti quegli spazi della città che hanno la prerogativa di non essere identitari, né relazionali. Spazi in cui le persone si incrociano senza entrare in relazione. Si transita nei “non luoghi” senza viverli, ed etichettandoli come spazi anonimi. Resta di fondamentale importanza intuire quali possano essere le esigenze degli abitanti e la vocazione delle aree, prima di pianificare i futuri sviluppi di una zona urbana o di un contesto territoriale. Nello sviluppare Parco Leonardo tutti questi problemi sono stati posti al centro dell’attenzione e valutati singolarmente, in modo che la loro definitiva risoluzione fosse la premessa per lo sviluppo dell’intervento e un vero e proprio punto di forza dell’insediamento.

Non credo che Parco Leonardo, per quanto autonomo e funzionale possa essere diventato, sia ancora identitario, non ritengo si sia ancora affrancato dall’etichetta di non-luogo. E non mi sto riferendo all’assenza di una vera e propria area verde, a parte il brullo appezzamento di via del Perugino. Girando tra le vie intitolate a grandi artisti dell’età barocca, in un giorno di festa, ti capita di vedere papà con i bambini che giocano a pallone di fianco le vetrine dei negozi. Una città pedonale, racchiusa in appena 160 ettari.

I limiti di Parco Leonardo emergono quando si esce fuori da quel clima d’idealità che condisce cartelloni e annunci pubblicitari. Sarebbe bello (ma lo sarebbe, sul serio?) poter vivere, lavorare e consumare all’interno di un’area ben definita, in una sorta di cortocircuito logistico e capitalista. La realtà è però ben diversa, e ogni volta che ci si deve spostare da Parco Leonardo, ogni volta che si è costretti ad oltrepassare il viale delle Arti che lo circonda, sono dolori. Innanzitutto scordatevi la pur vituperata ATAC, visto che siamo nel Comune di Fiumicino. Potete fare affidamento solo sul treno regionale che collega Aeroporto e Stazione Termini, con tutti i disagi del caso. A livello stradale, le cose non vanno meglio: la via Portuense, comunque a carreggiata unica, se percorsa verso Roma ti obbliga a costeggiare due grandi fallimenti degli Anni Zero, Commercity e la Nuova Fiera di Roma. La soluzione più veloce sarebbe l’autostrada Roma-Fiumicino, lì a due passi, che però negli orari di punta si trasforma in un girone dei dannati, condotti verso quella giostra delle speranze chiamata GRA. Ore di automobile che vanno ad aggiungersi a quelle lavorative, e che non lasciano tempo per nulla di diverso che la cena e il letto. E poi c’è il weekend, dove si viene presi d’assalto dai patiti dello shopping, e la coda la si fa per uscire dal quartiere. E’ la vita moderna, e non sembra affatto ideale.

E’ quando ti devi spostare che capisci quanto Parco Leonardo sia estranea a ogni logica urbanistica, qualcosa di concettualmente simile all’isolamento di Milano 3, qui splendidamente raccontato da Errico Buonanno. Non è Roma, ma non è neanche Fiumicino. E’ la Roma di Fuori.

In Caro Diario di Nanni Moretti c’è una scena che mi piace spesso citare, quella in cui Moretti va in vespa fino a Casal Palocco.

Certe volte mi viene voglia di fare come Moretti, di ricontattare quei miei compagni d’Università che si sono comprati casa a Parco Leonardo. Vorrei chiedere loro: perché avete speso più di 300mila euro per un trilocale da quelle parti? Ma non lo farò, solo perché già so la risposta. La so bene. Era il culmine della bolla immobiliare, 2006-2007, e a Roma le case avevano prezzi inavvicinabili. Molti non resistettero al fascino della casa nuova e mediamente rifinita, cedettero alla visione futura, all’ideale. Quella della mia generazione sono rimasti “strozzati” dalla bolla immobiliare. Ora con trecentomila euro ti compri un buon trilocale anche a Monteverde o a Viale Marconi. A Parco Leonardo costano centomila euro in meno.

(Le foto sono di Francesca Minonne)

Cronache dalla Roma di Fuori: Bufalotta/Porta di Roma

La Roma di Fuori è un non-luogo. Non esiste nelle mappe, non esiste nelle istituzioni. E’ una cintura irregolare che circonda la Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare, ai confini con i comuni limitrofi: ne fa parte, ma solo sulla carta, a volte neanche quella. Le chiamano “nuove periferie” e sembrano tutte uguali: un centro commerciale e tanti servizi promessi, mai mantenuti. Sono quartieri-dormitorio, meta dei trentenni single o delle giovani coppie che a Roma non possono permettersi di comprare in zone centrali. In questa serie di reportage le visiteremo una ad una.

Chissà cos’avrebbe pensato il grande Carmelo Bene, a sapere che gli avrebbero dedicato una via nel Comune di Roma. Una figura così controversa, infine istituzionalizzata. Chissà cos’avrebbe pensato nel vedersi dedicare il viale principale del neo-quartiere Porta di Roma, un vasto appezzamento di terreno che unisce Casal Boccone e Fidene attraversando il Parco delle Sabine e costeggiando, parallelo, il Grande Raccordo Anulare.

Viale Carmelo Bene non è come il nome farebbe pensare, non è una strada di negozi, di passeggio o di belvedere, anche se la linea dell’orizzonte arriva fino ai profili del Colle Salario. E’ un ibrido tra una circonvallazione veloce e una sopraelevata, e accompagna i fuoriusciti dal Centro Commerciale. Il destino delle nuove periferie è di avere una toponomastica legata ai grandi artisti di fine Novecento, eppure niente come Porta di Roma sembra così adatto per una rappresentazione urbana del non-luogo di Bene. Il grande attore lo interpretava come una declinazione del Grande Teatro, ma tant’è. Un teatro l’hanno pure costruito, nelle vicinanze, inaugurato cinque anni fa.

Una prospettiva degli edifici di Porta di Roma, intervallati dal nulla lasciato incolto. Sullo sfondo, il nuovo complesso Parco delle Sabine.
Una prospettiva degli edifici di Porta di Roma, intervallati dal nulla lasciato incolto. Sullo sfondo, il nuovo complesso Parco delle Sabine.

A Porta di Roma, tutto inizia e finisce con il Centro Commerciale. Chiunque graviti da queste parti viene a fare shopping all’IKEA, da Decathlon, magari al cinema, o semplicemente a farsi un giro tra i 220 negozi accatastati su tre piani. Tutto è funzione del Centro Commerciale, in primis l’uscita che gli è stata dedicata sul GRA, che la maggior parte delle persone considera come l’unica esistente e percorribile. Soltanto i residenti sanno che ci si può arrivare anche da via di Settebagni, oppure con un giro largo e poco intuitivo, percorrendo i viadotti dei presidenti, attraverso quella landa di terreni incolti intervallati da qualche gru.

Il Centro Commerciale e il centro direzionale. L'eterno panorama di Porta di Roma.
Il Centro Commerciale e il centro direzionale. L’eterno panorama di Porta di Roma.

Eppure, dei residenti te ne accorgi poco. Ci sono, ma vivono nascosti alle spalle di quella poderosa costruzione modulare ben visibile da qualsiasi punto cardinale. Camminano lungo gli esigui marciapiedi, sono sempre di fretta, da o verso casa, perché non c’è molto da vedere, lì intorno. Tutti vanno a Porta di Roma, nessuno ci si ferma mai. Il senso dell’abbandono stride con il taglio moderno degli edifici eretti attorno al silenzio, ed è certificato dalle numerose cartacce che si accatastano in mezzo alle carreggiate o ai bordi delle strade: soffia spesso molto vento, da queste parti, tra le colline verdi e selvagge e le palazzine infilate in prospettiva, al di sotto di ogni pessimistica previsione dei costruttori. A Porta di Roma ci sono persino le piste ciclabili, chimera romana, ma a meno di dieci anni dall’inaugurazione sembrano già vecchie e malconce, con la pavimentazione sgretolata e tante erbacce che spuntano di qua e di là. Chiunque potrebbe prendersi la libertà di parcheggiare un po’ dove gli pare, negli ampi spiazzi sempre liberi. Questo è un quartiere che da un anno viene lasciato al buio, senza illuminazione pubblica, come se quel che avviene dopo l’orario di chiusura non sia importante, come se tutto quel che conta, lì, è solo il Centro Commerciale.

Via Giorgio Moser, documentarista.
Via Giorgio Moser, documentarista.
Poco passeggio, pochi ciclisti.
Poco passeggio, pochi ciclisti. E di sabato pomeriggio.

Nelle intenzioni progettuali questo avrebbe dovuto essere un grande polo, non solo commerciale, ma un reale punto d’ingresso nella Capitale dal quadrante nord-est, fino a quel momento abbandonato a se stesso e all’eredità dell’abusivismo. Eppure nessuno riesce a togliergli quel senso d’isolamento, d’estraneità al contesto capitolino. Porta di Roma è decisamente meno periferico di altri progetti nati negli anni Zero, è interno al Raccordo e gode di trasporti pubblici meno sparuti, c’è la linea 80 che porta diretti alla fermata Metro di Jonio e a Piazza Venezia, la linea 86 conduce invece a Conca D’Oro. Percorsi lunghi, funestati dagli accodamenti dei pendolari mattutini, ma che sono comunque migliori rispetto a chi non ha proprio alcuna alternativa all’automobile.

Per chi riesce a trovare l’uscita dal Centro Commerciale, una chimera scovarla dopo aver recuperato l’automobile tra mille colori e lettere, dopo un circuito che sembra non finire mai, per chi desidera e ha la feroce intenzione di uscire da quel dedalo di cavalcavia e rotatorie capace solo di riportarti indietro, percorrendo la via di Settebagni si giunge su via della Bufalotta, l’ex-punto nevralgico e nominale del quadrante, una lunga arteria che parte dal Tufello e prosegue, circondata da sempre più sporadici villini, fin dentro la riserva della Marcigliana, da dove ebbe origine la tenuta agricola della famiglia Del Bufalo, che diede il nome all’intera area.

Tutto pronto e rifinito. Mancano solo le persone. E i servizi.
A ridosso della Marcigliana, tutto pronto e rifinito. Mancano solo le persone. E i servizi.

Anche qui, appena dopo la biforcazione con Tor S.Giovanni, oltrepassando una serie omogenea di siepi e cancelli privati, lasciandosi alle spalle anche la sede centrale dei Testimoni di Geova, la Bufalotta dà il via a una serie di nuove costruzioni, un quartiere immerso nel verde e a due passi dal Centro, come reciterebbe qualsiasi annuncio immobiliare degno di questo nome. La realtà ci mostra un crocevia di costruzioni apparentemente più ordinato rispetto a Porta di Roma, più curato nei dettagli, ma non per questo meno incompleto, meno isolato. Anzi, più desolato. L’assenza di un Centro Commerciale lo rende ancor più esposto a un regime da quartiere-dormitorio, le serrande abbassate ai piani-terra dei palazzi (chi ha coraggio di aprire un negozio qui?), la presenza di un solo supermercato, un discount, in tutti i paraggi, le campane della chiesa che suonano messa, chissà per chi. I terrazzi sono ampi e disadorni, la luce primaverile costringe chi vi abita ad abbassare le tende. Soltanto così capisci quali sono gli appartamenti abitati, gli altri hanno appesi gli striscioni con il numero di telefono del mediatore, anche i video-citofoni hanno poche etichette con i cognomi, mentre in giro è pieno di cartelli con la scritta vendesi, e trovi ancora tante gru in giro, per continuare a costruire negli appezzamenti intonsi e recintati dalle lamiere. E tu ti chiedi perché.

L'eterna sospensione della Bufalotta. Cantieri in divenire, ma per chi?
L’eterna sospensione della Bufalotta. Cantieri in divenire, ma per chi?

(foto di Francesca Minonne)

Passo Carrabile

Trovare parcheggio su via della Pisana è un’impresa, un colpo di fortuna. Il tratto urbano, quello che va da via di Bravetta fino al Ponte Pisano, quello che si frappone tra gli avvallamenti della Portuense e dell’Aurelia, quello che funge da sfogo di mille vicoli e villini ex-abusivi che vi si affacciano, è un vero calvario per chi ci abita e non ha la fortuna di avere un posto-auto condominiale.

Tutte le sere Giovanni rientra da lavoro e se ne lamenta. Mezzora per trovare un posto, dieci minuti di camminata per arrivare a casa. Le gambe le ha già affaticate, lui che di mestiere fa il vigile urbano e si divide tra le pedane da governatore del traffico nel Centro storico e lunghe passeggiate a far multe alle auto in doppia fila su via di Boccea, le vetture degli eterni affaccendati scesi un attimo per comprare una cosa.

Tutte le sere Giovanni passa davanti a quella serranda, il garage a pochi metri dal portone di casa. Si ferma un attimo, e sospira della rassegnazione di chi aveva la soluzione a portata di mano. Sarebbero bastati cento euro in più, quando c’era stata l’opportunità. Peccato non averne, tra la quota del mutuo, i soldi per mandare il bambino in piscina e Laura che ha ripreso a lavorare solo saltuariamente. Laura ha un dottorato, ma ora fa le pulizie a ore, è uscita dal giro dell’Università. Quando stai per partorire, è difficile andare tutti i giorni al Dipartimento a occupare la scrivania. Te la portano via, assieme alle firme sugli articoli e ai rimborsi in nero che il professore ti fa avere di straforo, quando i committenti pagano.

Loro tre vivono quasi totalmente sullo stipendio di Giovanni, che è cresciuto poco o niente nei quindici anni passati dal concorso. Non ha fatto carriera, non è nel suo carattere prostrarsi alla ricerca di promozioni, ed è ancora lì a incastrare contravvenzioni sotto i tergicristalli delle auto. Ogni tanto Giovanni viene assegnato proprio alla Pisana, ed eccolo che si aggira in auto con un collega alla ricerca di qualche effrazione da sanzionare, con la speranza che non riguardi qualche conoscente, perché poi a casa dobbiamo tornarci tutti e i rapporti di buon vicinato ce li teniamo belli stretti.

Quando fa il turno, Giovanni passa davanti al garage e lo trova immancabilmente aperto. Davanti c’è un cartonato triangolare poggiato ai piedi della piccola duna che fonde la strada all’interno del locale, tutto piastrellato di bianco. C’è un auto dentro, insaponata. Ci sono due o tre uomini, non riesce a vedere bene, e sono indaffarati con i tappetini e il cruscotto. Tra di loro riconosce anche Ahmed, il titolare di quell’autolavaggio economico. Ahmed avrà la sua età, è leggermente brizzolato, con lo sguardo ruvido e orgoglioso di chi sa di fare un buon lavoro. Ha sempre clienti, Ahmed, perché con dieci euro lava le auto a mano, interno ed esterno. Ahmed è quello che ha offerto cento euro in più per l’affitto di quel garage.

  • Hai visto quel cartello? – Il suo collega Claudio lo riporta nella realtà. Sta indicando il Passo Carrabile che è appeso accanto alla serranda. E’ privo del numero di autorizzazione emesso dal Comune.
  • Sì. Falso come una banconota da tre euro.

Ahmed li accoglie sorridente, come se la visione della divisa limasse le sue spigolature caratteriali. Fiuta a distanza l’odore della rogna, anche se il viso di Giovanni gli appare famigliare.

  • Buongiorno, signori. Come posso esservi utile?
  • Buongiorno. Che ci fa quel cartello di Passo Carrabile appeso qui fuori?
  • Eh, l’ho messo da qualche settimana. Mi parcheggiavano davanti alla serranda e non riuscivo neanche ad aprire l’autolavaggio! Questo è il mio lavoro, capite?
  • Lei non può affiggere un cartello senza autorizzazione, lo sa?
  • Certo, certo! Infatti ho già chiesto tutto! Ho pagato il tecnico per fare i documenti, le planimetrie. Sto telefonando tutti i giorni all’ufficio comunale per sapere quand’è pronta. – Ahmed parla bene l’italiano, l’accento marocchino è sopito dalla lunga permanenza nel suolo italico.
  • Guardi, lei può dire quello che le pare, ma finché non ha un’autorizzazione quel cartello deve sparire.

Claudio ha preso l’iniziativa, Giovanni lo lascia fare. In fondo è stato lui a notare il cartello, ed è nella parte della ragione. Non vuole però entrare troppo nel merito. Anche se non è così, gli sembra di compiere una sottile vendetta nei confronti di chi gli ha scippato quel garage. E lui non è uomo da vendette.

  • Signori, vi chiedo di chiudere un occhio…ne va della mia attività!
  • Preferisce pagare cinquecento di multa? – Ahmed si gira verso i suoi uomini che stanno finendo di asciugare, a colpi di panni di daino, il SUV di un signore che osserva compiaciuto. Sembra più triste che arrabbiato.
  • No, no…

Nei giorni successivi Giovanni lavora dalle parti del Nuovo Salario, e torna sempre tardi a casa. Continua a non trovare parcheggio, ma nota che ora anche davanti alla serranda di Ahmed un’utilitaria staziona costante. Il cartello del Passo Carrabile è effettivamente sparito.

Possibile che un uomo apparentemente orgoglioso si sia arreso così? Proprio lui che non aveva esitato a rilanciare sul canone, non appena aveva saputo che c’era qualcun’altro interessato al garage?

  • Hai notato se oggi l’autolavaggio era aperto? – Laura lo guarda con quell’espressione colma di disincanto che non è cambiata, ora che è una quarantenne un po’ sfiorita e con i sogni alle spalle.
  • Sì, era aperto. Lavorano sempre quelli, chiudono poco prima del tuo rientro.
  • Stasera ho visto un’auto parcheggiata davanti alla serranda.
  • Era una Punto blu?
  • Sì, perché?
  • E’ loro. Credo la parcheggino davanti per impedire che qualcun’altro ostruisca la serranda. L’altro giorno la moglie era al minimarket del bengalese e si stava lamentando della polizia municipale. Certo che alcuni tuoi colleghi sono proprio stronzi, lasciatelo dire…
  • Premesso che in generale posso essere d’accordo con te, perché dici questo?
  • Quelli stanno cercando di lavorare, e invece di fare le multe a chi parcheggia sulle strisce pedonali, i tuoi colleghi vanno a rompere le scatole su delle pignolerie.
  • Mah…evidentemente non erano delle “pignolerie”, come le chiami tu.

O forse sì. Giovanni rinuncia ad argomentare, sa quel che Laura pensa del suo lavoro, nonostante sia ancora la loro principale, quasi unica, fonte di reddito. E’ conscio del messaggio subliminale di quella discussione, che è sempre lo stesso. Lei gli rimprovera di essersi accontentato, aveva una laurea in Economia e Commercio e l’ha usata solo per ottenere più punti in graduatoria. Non l’ha fatta fruttare.

Dopo cena, Giovanni si sdraia sul letto, guarda un programma sul digitale terrestre, una di quelle repliche che danno sempre, perché legate a nessun contesto. Gente che cerca casa con budget enormi, attici al Centro Storico. Hanno tutti il garage, più di uno, anzi.

Laura è un’idealista, sarebbe facile rimproverarle di non aver raccolto nulla dalla sua carriera accademica, di non essersi tutelata, di non aver chiesto favori. Sarebbe facile, e molto crudele. Giovanni non è crudele, preferisce lasciar correre le cose, come la sua vita. Vada come vada. Se fosse crudele potrebbe farsi un giretto all’Ufficio Passi Carrabili, cercare la pratica di Ahmed e farla insabbiare da qualche impiegato conoscente e compiacente. Poi potrebbe mettere di nuovo la pulce all’orecchio di Claudio, fare un altro giro di controllo, trovare qualcos’altro di irregolare. Di sicuro c’è, questi immigrati non fanno mai tutto in regola, chissà se quei lavoranti sono dichiarati, se quell’affissione è registrata. Potrebbero pure farlo chiudere, chissà. E senza i soldi dell’autolavaggio Ahmed sarebbe costretto a disdire l’affitto del garage.

Giovanni sonnecchia fino a quando decide di spegnere la TV. Laura ha messo a letto il bambino e sistemato la cucina, e lo raggiunge in camera. Cadono presto in un sonno senza sogni. Domani è un altro giorno, domani Giovanni dovrà trovare di nuovo parcheggio. Vada come vada.

L’appartamento

Diventare adulti significa perdersi in confortanti e ripetitive abitudini? E’ questo il messaggio che offre lo spunto narrativo per L’appartamento, romanzo breve scritto da Mario Capello e ambientato nella provincia torinese. Il protagonista è Angelo, un trentenne che, come molti della sua generazione, si è trasferito in città per inseguire il sogno di un lavoro creativo.

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