Il signor Rossi

I vigili urbani sono sempre più rari agli incroci della Capitale, sporadici come i piccioni cacciati via dai gabbiani migrati dal litorale romano perché ammaliati dall’olezzo delle strade, dove gli spazzini latitano solidali con tutti i colleghi comunali. La grande discontinuità è tutta lì: una città con la manutenzione di chi è stato dimenticato da tempo, e nugoli di persone dappertutto. Il viavai sui marciapiedi non lascia tracce nella memoria, chiunque potrebbe essere qualcuno, tutti ci lasciano indifferenti in equal misura.

Ai crocevia riconosci soltanto gli agenti immobiliari, irriducibili nonostante la crisi del mattone, in giacca cravatta e cartellina di pelle d’ordinanza. Un agente immobiliare fissa quasi sempre l’appuntamento ad un incrocio, perché sono punti di maggior visibilità, e Dio solo sa quanto essi ne abbiano bisogno.

Anche se tutti sanno percepire l’essenza di un agente immobiliare, i gesti, i modi, nessuno li osserva in volto, nessuno li rammenta anche dopo pochi minuti che la visita è terminata. Figuriamoci ricordarne il nome, stampato sugli infiniti biglietti da visita in cartoncino che vengono estratti come munizioni dalla tasca interna della giacca, simbolo di un “aggancio” verso il potenziale cliente che nella maggioranza dei casi è vero solo su carta, appunto. Quasi tutti, voltando l’angolo, gettano brochure e biglietto. Nei rari casi in cui interessi l’appartamento, l’agente immobiliare è visto come un intralcio, un’inutile spesa in più, uno che non cura mai degli interessi che non siano i propri, ovvero intascarsi una ricca commissione facendo da chauffeur in giro per la città. Chiunque potrebbe essere un agente immobiliare, nessuno lo è veramente, come se la professione non fosse sostenuta da una reale vocazione di fondo, soltanto da un’esigenza temporanea che sovviene nel momento in cui tutti ci sentiamo come un moderno e incompreso Vitaliano Moscarda. Non è mai sorprendente incontrare un agente immobiliare, nemmeno in posti come Piazza Ricoldo da Montecroce, nel cuore della Garbatella, dove tutti gli edifici hanno vissuto la Guerra, i romani appartengono alla loro città da qualche generazione in più e la gente si saluta per nome, dandosi pacche sulle spalle.

Il nostro agente immobiliare è fermo di fronte all’ingresso di quelle che una volta erano case popolari, due colonne d’ocra sbiadita segnano la distanza di un cancello pedonale invisibile, perché assente. Egli ha un compito ingrato, che contribuisce a renderlo orgoglioso di se stesso, e costituisce un appiglio motivazionale a cui si aggrappa per distinguersi dal resto dei colleghi, come se fosse il primo a capire sul serio la complessiva inutilità del suo mestiere. Non è un normale agente immobiliare, il Nostro, e lo specifica ad ogni incontro con amici di lunga data che non vede da un po’ e a cui racconta cosa fa per vivere, ovvero cosa la vita gli ha fatto. Lui si occupa di case in dismissione, appartamenti di proprietà di un ente che ha deciso di metterli in vendita, peccato che siano ancora occupati, e chi ci vive dentro non vuole ma più spesso non è in grado di acquistarli, e non ha alcuna intenzione di sloggiare. Gli enti si rivolgono quindi al tribunale, ma nel frattempo qualcuno deve pubblicizzare la vendita di un appartamento che nessuno può visitare. Ecco la mansione gravosa, ecco il motivo d’orgoglio del Nostro. Occorre discrezione e tatto, le visite si limitano a una passeggiata nel cortile condominiale, tra le occhiate sospette degli altri inquilini, di solito tutti nella stessa condizione di ospiti indesiderati, e per quanto uno possa essere accorto, sappiamo già che un agente immobiliare lo riconosci dappertutto, dall’abbigliamento e dai gesti affettati. L’agente conclude la visita indicando il piano e le finestre di competenza, mai si avventura per le scale interne, con il rischio d’incontrare gli occupanti che, seppur abusivi, lo farebbero comunque sentire in colpa e imbarazzo. Pensandoci bene, al Nostro non è mai capitato d’imbattersi in una di quelle persone a cui, con il suo lavoro, sta contribuendo a portare via l’appartamento. Sarà stato molto cauto e fortunato, poi si tratta di gente che per ovvi motivi non abbandona mai la casa incustodita, anche quando va a fare la spesa o in giro per qualche commissione lascia sempre un amico o un parente chiuso dentro l’immobile.

Il Nostro non ha mai incontrato neanche il signor Rossi, colui che abita nell’appartamento che l’agenzia per cui lavora sta pubblicizzando. Soltanto una volta, ne è certo, gli è parso di scorgere una figura nei pressi di una delle finestre dell’appartamento, che proprio in quel momento stava indicando ai visitatori di turno. Nulla di più, d’altronde egli non conosce il suo aspetto, il signor Rossi è soltanto il signor Rossi, un nome stampato sopra un decreto ingiuntivo di sfratto e infilato a forza nella targhetta del citofono, scritto a penna per confermare una transitorietà tradita dai fatti, dato che abita lì da almeno trent’anni. L’agente immobiliare non ne conosce la storia, i motivi per cui non ha sfruttato il prezzo agevolato di vendita concesso dall’ente, il Nostro svolge la sua mansione come gli hanno indicato, discrezione e tatto, mostrare la planimetria dell’immobile, decantarne le qualità senza averlo mai visto, senza sapere le reali condizioni in cui versa, dato che non ci entra nessuno da anni, se non il signor Rossi e i suoi, chiunque essi siano. Al nostro agente questo lato misterioso del mestiere piace, può millantare come vuole senza apparire millantatore, non come i colleghi costretti a minimizzare su difetti gravissimi e ben visibili, presenti in immobili venduti a prezzo pieno di mercato. Chi è interessato negli appartamenti in dismissione degli enti è ben più conscio di quel a cui va incontro e ne accetta il rischio, calcolato nel prezzo sensibilmente ribassato.

Eppure capita che i visitatori diano buca, come quel pomeriggio. Il Nostro ha atteso il quarto d’ora accademico, non aveva ulteriori appuntamenti, poi ha iniziato a telefonare al numero di contatto che gli avevano lasciato, senza ottenere risposta se non lo squillo regolare e tipico di quando la linea è libera. Qualcuno che ci avrà ripensato, qualcuno che non vuole più assumersi il rischio, oppure qualcuno che semplicemente reputa inutile una visita che non è niente di più di una passeggiata in un quartiere per cui non ha bisogno di quell’aggregatore d’imbarazzo chiamato agente immobiliare, con il solo potere di renderlo immediatamente inviso al vicinato.

Che fare ora, se non andarsene via? Ma il nostro agente è ligio al dovere, o soltanto molto sfaccendato, e inizia a percorrere il viale del cortile condominiale come se non fosse solo. Qualche passo in più non potrà incidere troppo sulle suole già consunte delle sue scarpe nere e solo in apparenza eleganti. Si arresta nel punto in cui un sentiero lastricato di mattonelle perlopiù spezzate converge verso la palazzina del signor Rossi, la penultima sul lato sinistro. Volge lo sguardo verso il secondo piano, non il più nobile ma neanche il meno pregiato, le persiane sono aperte ma dalle finestre non traspare nulla, né luci né presenze, nulla che non possa essere ricondotto ad una casa abitata nella prossimità del crepuscolo, quando tutti rientrano a riallacciare i fili della propria vita privata dopo esser stati divorati da quella pubblica.

Le gambe del nostro eroe, l’agente immobiliare, sono appesantite da una decina abbondante di appuntamenti, ma lui non vuole tornare in quel posto che è costretto dalle circostanze a chiamare casa. Proprio come il calzolaio dalle scarpe bucate, il nostro amico non è riuscito a far di meglio che affittare un anonimo seminterrato in zona Cinecittà, l’unico compromesso per non dividere l’appartamento con qualche altro sconosciuto fuorisede. E’ lontano dalle proprie origini, ma non è in grado di dire se gli manchino perché non si trova bene a Roma, o se non gliene importi nulla per non ammettere di aver fallito. Oscilla continuamente tra le due posizioni che esasperano un nulla di fatto comodo per rinviare la resa dei conti a tempo indeterminato.

Si avvicina all’edificio, scorgendo da lontano il portone in legno dipinto di un verde che ritrovi sui vecchi banchi di scuola. E’ totalmente aperto. Nessuno gli ostacola il cammino, né con il corpo, né con una di quelle occhiate che di solito gli riservano e che egli ha imparato, a fatica, a ignorare. Per la prima volta il nostro amico, l’agente immobiliare, osa avvicinarsi, addirittura accenna ad entrare con i muscoli tesi e pronti a farlo rimbalzare fuori al primo segnale di pericolo. Il suo viso, ancor prima che la giacca e la cravatta, è un campanello di allarme automatico agli occhi degli inquilini del palazzo. Non abita lì, non è della Garbatella, non è di Roma, è uno straniero a tutti gli effetti, e ne rispetta il ruolo muovendosi con circospezione mentre sale la rampa di scale a pianta quadrata, inevitabile quanto l’assenza dell’ascensore. Le scrostature del muro penzolano in punti differenti, e formano delle specie di liane che rischiano di cadere da un momento all’altro sulle spalle dei passanti, ma forse sono lì da sempre, e non cederanno mai. Non incontra nessuno, il Nostro, non c’è anima viva nei paraggi, anche alzando il capo fino alla massima estensione possibile, fino alla sommità dell’edificio. Non vede nessuno, avanza cauto ma imperterrito sino al pianerottolo dove vive il signor Rossi, e lì trova una strana faccenda.

La porta non è chiusa, è appena accostata, e da dentro penetra un filo di luce, non aggressivo ma invitante. Vorrebbe bussare, il Nostro, per non abusare dell’impensabile idillio di cui si sta approfittando, ma ha paura di rovinare tutto, entrando in una casa occupata senza alcuna autorizzazione. All’agenzia non sarebbero contenti di lui, sta portando una marea di guai potenziali con questo gesto che potrebbe costargli il posto di lavoro, pagato male, poco gratificante, ma l’unico che possiede. Eppure la situazione è troppo allettante, si tratta di capire, finalmente, una vita dentro a un immobile, oltre le porte e le finestre. E’ la volta buona per andare oltre le anonime carte, per dare un volto e un corpo a una scelta comunque estrema. Non gli interessa sapere cosa farà, o che succederà. Un altro passo ed è dentro.

La foto in copertina è di Francesca Minonne

La città smarrita nella neve

(Questo brano è tratto da Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città, di Italo Calvino. Potete acquistare il libro a questo link)

Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte. – La neve! – gridò Marcovaldo alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita.

Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano. Andò al lavoro a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig–zag. Le vie e i corsi s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra?

Chissà se sotto quei monticelli bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni, il solito magazzino, e, varcata la soglia, il manovale stupì di ritrovarsi tra quelle mura sempre uguali, come se il cambiamento che aveva annullato il mondo di fuori avesse risparmiato solo la sua ditta. Lì ad aspettarlo, c’era una pala, alta più di lui. Il magazziniere–capo signor Viligelmo, porgendogliela, gli disse: – Davanti alla ditta la spalatura del marciapiede spetta a noi, cioè a te –.

Marcovaldo imbracciò la pala e tornò a uscire. Spalar neve non è un gioco, specie per chi si trova a stomaco leggero, ma Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita. E di gran lena si diede al lavoro, facendo volare gran palate di neve dal marciapiede al centro della via. Anche il disoccupato Sigismondo era pieno di riconoscenza per la neve, perché essendosi arruolato quel mattino tra gli spalatori del Comune, aveva davanti finalmente qualche giorno di lavoro assicurato. Ma questo suo sentimento, anziché a vaghe fantasie come Marcovaldo, lo portava a calcoli ben precisi su quanti metri cubi di neve doveva spostare per sgomberare tanti metri quadrati; mirava insomma a mettersi in buona luce con il caposquadra; e – segreta sua ambizione – a far carriera.

Sigismondo si volta e cosa vede? Il tratto di carreggiata appena sgomberata tornava a ricoprirsi di neve sotto i disordinati colpi di pala d’un tizio che si affannava lì sul marciapiede. Gli prese quasi un accidente. Corse ad affrontarlo, puntandogli la sua pala colma di neve contro il petto. – Ehi, tu! Sei tu che tiri quella neve lì? – Eh? Cosa? – trasalì Marcovaldo, ma ammise: – Ah, forse sì. – Be’, o te la riprendi subito con la tua paletta o te la faccio mangiare fino all’ultimo fiocco. – Ma io devo spalare il marciapiede. – E io la strada. E be’? – Dove la metto? – Sei del Comune? – No. Della ditta Sbav. Sigismondo gli insegnò ad ammucchiare la neve sul bordo e Marcovaldo gli ripulì tutto il suo tratto. Soddisfatti, a pale piantate nella neve, stettero a contemplare l’opera compiuta. – Hai una cicca? – chiese Sigismondo.

Si stavano accendendo mezza sigaretta per uno, quando un’autospazzaneve percorse la via sollevando due grandi onde bianche che ricadevano ai lati. Ogni rumore quel mattino era solo un fruscio: quando i due alzarono lo sguardo, tutto il tratto che avevano pulito era 13 di nuovo ricoperto di neve. –Che cos’è successo? È tornato a nevicare? – e levarono gli occhi al cielo. La macchina, ruotando i suoi spazzoloni, già girava alla svolta. Marcovaldo imparò ad ammucchiare la neve in un muretto compatto. Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo.

Al bordo del marciapiede a un certo punto c’era un mucchio di neve ragguardevole. Marcovaldo già stava per livellarlo all’altezza dei suoi muretti, quando s’accorse che era un’automobile: la lussuosa macchina del presidente del consiglio d’amministrazione commendator Alboino, tutta ricoperta di neve. Visto che la differenza tra un’auto e un mucchio di neve era così poca, Marcovaldo con la pala si mise a modellare la forma d’una macchina. Venne bene: davvero tra le due non si riconosceva più qual era la vera. Per dare gli ultimi tocchi all’opera Marcovaldo si servì di qualche rottame che gli era capitato sotto la pala: un barattolo arrugginito capitava a proposito per modellare la forma d’un fanale; con un pezzo di rubinetto la portiera ebbe la sua maniglia. Ci fu un gran sberrettamento di portieri, uscieri e fattorini, e il presidente commendator Alboino uscì dal portone. Miope ed efficiente, marciò deciso a raggiungere in fretta la sua macchina, afferrò il rubinetto che sporgeva, tirò, abbassò la testa e s’infilò nel mucchio di neve fino al collo.

Marcovaldo aveva già svoltato l’angolo e spalava nel cortile. I ragazzi del cortile avevano fatto un uomo di neve. – Gli manca il naso! – disse uno di loro. – Cosa ci mettiamo? Una carota! – e corsero nelle rispettive cucine a cercare tra gli ortaggi. Marcovaldo contemplava l’uomo di neve. «Ecco, sotto la neve non si distingue cosa è di neve e cosa è soltanto ricoperto. Tranne in un caso: l’uomo, perché si sa che io sono io e non questo qui». Assorto nelle sue meditazioni, non s’accorse che dal tetto due uomini gridavano: – Ehi, monsù, si tolga un po’ di lì! – Erano quelli che fanno scendere la neve dalle tegole. E tutt’a un tratto, un carico di neve di tre quintali gli piombò proprio addosso. I bambini tornarono col loro bottino di carote. – Oh! Hanno fatto un altro uomo di neve! – In mezzo al cortile c’erano due pupazzi identici, vicini. – Mettiamogli il naso a tutti e due! – e affondarono due carote nelle teste dei due uomini di 14 neve.

Marcovaldo, più morto che vivo, sentì, attraverso l’involucro in cui era sepolto e congelato, arrivargli del cibo. E masticò. – Mammamia! La carota è sparita! – I bambini erano molto spaventati. II più coraggioso non si perse d’animo. Aveva un naso di ricambio: un peperone; e lo applicò all’uomo di neve. L’uomo di neve ingoiò anche quello. Allora provarono a mettergli per naso un pezzo di carbone, di quelli a bacchettina. Marcovaldo lo sputò via con tutte le sue forze. – Aiuto! È vivo! È vivo! – I ragazzi scapparono. In un angolo del cortile c’era una grata da cui usciva una nube di calore. Marcovaldo, con pesante passo d’uomo di neve, si andò a mettere lì. La neve gli si sciolse addosso, colò in rivoli sui vestiti: ne ricomparve un Marcovaldo tutto gonfio e intasato dal raffreddore. Prese la pala, soprattutto per scaldarsi, e si mise al lavoro nel cortile. Aveva uno starnuto che s’era fermato in cima al naso, stava lì lì, e non si decideva a saltar fuori.

Marcovaldo spalava, con gli occhi semichiusi, e lo starnuto restava sempre appollaiato in cima al suo naso. Tutt’a un tratto: l’« Aaaaah… » fu quasi un boato, e il: «.. .ciù! » fu più forte che lo scoppio d’una mina. Per lo spostamento d’aria, Marcovaldo fu sbatacchiato contro il muro. Altro che spostamento: era una vera tromba d’aria che lo starnuto aveva provocato. Tutta la neve del cortile si sollevò, vortice come in una tormenta, e fu risucchiata in su, polverizzandosi nel cielo. Quando Marcovaldo riaperse gli occhi dal suo tramortimento, il cortile era completamente sgombro, senza neppure un fiocco di neve. E agli occhi di Marcovaldo si ripresentò il cortile di sempre, i grigi muri, le casse del magazzino, le cose di tutti i giorni spigolose e ostili.

Il Capodanno del 2000

(Questo brano è tratto dal romanzo “Cronache Urbane”).

Il Capodanno del Duemila sarebbe stato memorabile. Se ne iniziò a parlare fin dall’estate, ci trovavamo in un campeggio sul litorale toscano, confusi tra un tormentone di Alexia, le nottate in spiaggia e i ripetuti tentativi di fare colpo su un gruppetto di ragazze milanesi. Eravamo giovani universitari che avevano già abbandonato l’adolescenza senza rendersene conto, come accade a chi non ha nulla a cui pensare. Erano gli anni Novanta, fucina del disimpegno, mentre il mondo cambiava sotto i nostri piedi. La discoteca come luogo-simbolo di una decade. Tanti ammiccamenti, presunti più che reali, e i patetici tentativi di arginare la fame con i miseri buffet freddi offerti con il biglietto d’ingresso.
Il Capodanno del Duemila non sarebbe stato il solito Capodanno. Quello del Piper, del Kaos o del Goa, dei timpani feriti dalla musica chiassosa e ininterrotta, delle escursioni termiche per accompagnare fuori dal locale gli amici che fumavano, della consueta insoddisfazione finale, quando ti ritrovavi in macchina con le stesse quattro persone con cui eri arrivato, non avevi conosciuto nessuna ragazza e scaricavi le colpe sulla logistica. Nessun divanetto, nessun angolo silenzioso, nulla che potesse facilitare un approccio. Coraggio e faccia tosta: le solite assenti a tradimento.
Il Capodanno del Duemila non sarebbe stato un Capodanno per coppiette. Nessuno di noi era fidanzato, per cui guardavamo con manifesto sarcasmo quelli che, al di fuori della nostra cerchia, prenotavano una stanza d’albergo a Prati, a Monte Mario oppure all’eur, per fare l’amore per la prima volta. Quella notte. Era invidia, in realtà, l’invidia verso chi, assecondando i luoghi comuni, non aveva difficoltà a scegliere. Era la possibilità di non dover scegliere, e di fare quello che la massa si aspettava dalla nostra età.
 
Il Capodanno del Duemila era un appuntamento con la Storia, quella con la S maiuscola, quella che finora non ci aveva neppure sfiorati. Eravamo una generazione di passaggio, di puri e disinteressati spettatori di enormi cambiamenti. La caduta del Muro, la Guerra del Golfo, tutti eventi che sarebbero stati raccontati sui libri, ma che avevano mostrato pochi impatti diretti nelle nostre vite, a parte la possibilità di viaggiare low cost verso Praga, Budapest e Cracovia. Anche il 1992 era passato senza lasciare traccia su di noi, ragazzini disinteressati nel nostro mondo di piccolezze. Il Capodanno del Duemila invece era trasversale, lo avrebbero vissuto tutti gli uomini della nostra epoca, e noi volevamo celebrarlo al massimo, quasi a surclassare con le nostre grida i rumori di fondo generati dai restanti sei miliardi di persone.
 
Il Capodanno del Duemila avrebbe sancito il cambiamento di tante cose, ma non sapevamo ancora quali. La sera del 31 dicembre si tiravano molte somme. C’era chi coglieva l’opportunità per dichiararsi, chi si riprometteva obiettivi più o meno importanti, più o meno irraggiungibili, chi decideva se chiudersi un capitolo alle spalle e iniziare una nuova vita, chi litigava furiosamente e usciva dalla comitiva. Durante la notte di San Silvestro emergeva uno spartiacque designato, una forzatura degli eventi che non era magia, e che quasi sempre nasceva dalla ricorrente delusione.
 
Il Capodanno del Duemila mi faceva un po’ paura. Ero stato un bambino durante gli anni Ottanta imperanti di ottimismo, dove pubblicità di famiglie perfette e di peccaminosi liquori si alternavano senza alcuna distinzione a qualsiasi orario, dove le possibilità erano certezze, e viceversa. Non ho ricordi chiaroscuri di quel tempo, il male somigliava a Gargamella, il cattivo dei Puffi, tutto sembrava condannato, prima o poi, a un happy ending. Negli anni Novanta, assieme al corpo che cambiava, arrivarono anche le prime delusioni e disillusioni. I nonni iniziarono a invecchiare e ammalarsi, gli zii a divorziare. Visti col senno di poi, furono comunque anni felici, ma c’era quella sensazione di un paracadute che s’assottigliava progressivamente, e che presto o tardi non avrebbe più funzionato a dovere. Gli anni Novanta si chiusero nell’ansia e nella preoccupazione, in qualsiasi campo. Era l’autunno del 1999 e migliaia di consulenti stavano per entrare nel mondo dell’informatica per non abbandonarlo più. Millennium bug, l’avevano soprannominato, l’incapacità dei calcolatori di gestire la seconda cifra all’inizio del datario. Le aziende erano andate nel panico, soprattutto le banche, che avevano trascurato per decenni l’evoluzione tecnologica dell’informazione. Persone in grado a malapena di accendere un pc vennero elette a guru e salvatori, finendo strapagati dai clienti che non sapevano che pesci pigliare. Il millennium bug non era che una goccia nell’oceano, qualcosa che interessava gli addetti ai lavori o poco più, ma nascondeva una grande verità. Questo Duemila faceva un po’ paura a tutti. Cosa c’era, quindi, da festeggiare?
 
Il Capodanno del Duemila era la grande occasione di Antonio Brughetti, tarchiato e butterato amante delle moto potenti e del cibo ipercalorico, frequentatore perimetrale di ambienti pariolini, bramoso di abbandonare il ruolo di zerbino delle tipe della Roma bene per divenire uno snob richiesto e difficile alle lusinghe. Antonio aveva le sue fisse, il Kawasaki zxr Ninja era la prima, la seconda era pendere dalle labbra di Claudio, il suo amico più caro, punto di riferimento della nostra comitiva. Claudio Sannino non era pariolino, non era neanche nato a Roma, era piombato in città e nelle nostre vite all’età di quindici anni e non ne era più uscito. Si diceva fosse di origini campane, ma parevano annacquate. Alto, palestrato, dai capelli crespi e il naso importante, aveva quel modo di fare simpatico e sornione che ci convinceva, tutti i sabati sera, ad aspettarlo almeno mezzora sotto casa. Sarebbe disonesto affermare che il solo Antonio fosse ammaliato dal carisma dell’amico. Aveva la forza della persuasione dalla sua, quel modo disinvolto di rispondere o di avere una soluzione a tutto, la verità in tasca.
 
Abitava in via Piccolomini, una strada seminascosta tra l’Aurelia Antica e via Gregorio VII, residenza di direttori di banca, finanzieri e imprenditori ignoti al fisco. Si vedeva la cupola di San Pietro in fondo alla strada, e ogni anno, alla mezzanotte del 31 dicembre, centinaia di ragazzi si incontravano in quel punto per stappare bottiglie ed esplodere petardi, prima di riprendere la loro corsa tra piazze, locali e confusione. Il rito pagano che si mescolava con il panorama sacro, una strada residenziale ed esclusiva che per una notte tornava a essere di tutti.
 
Il Capodanno del Duemila non lo avremmo passato su via Piccolomini. Claudio ce lo giurò solennemente, come se si trattasse di un affronto anche solo immaginarlo. Aveva intessuto contatti con degli amici dei fratelli, gente che organizzava eventi trecentosessantacinque giorni all’anno e che ci avrebbe ben indirizzati. Queste parole Claudio ce le disse verso la fine di ottobre, e a quel punto tutti finimmo d’interessarci alla questione.
 
Come ogni Capodanno, anche questa volta ci affidammo ciecamente alle idee del nostro amico, che tutti i fine settimana si faceva scarrozzare in giro per Roma da Antonio. Avevano un patto, i due. Claudio era il centravanti, addetto a rompere il ghiaccio con le ragazze, quello sicuro di sé e con una buona dose di sfrontatezza. Riusciva ad attaccare bottone con tutte, e dopo un po’ subentrava Antonio. L’intenzione era di sfruttare la leva dell’amico per dire la sua con un’atmosfera già favorevole, ma l’esecuzione era pessima. Antonio era timido e impacciato, non riusciva a pronunciare frasi di senso compiuto, annuiva il capo con mosse casuali. Il patto funzionava, ma solo per Claudio, che rimorchiava con facilità. Le serate si chiudevano con Antonio che recriminava, e Claudio costretto a giustificarsi per l’ennesimo numero di telefono ricevuto.
 
Il Capodanno del Duemila si concretizzò pochi giorni prima della data, quando apprendemmo di essere stati indirizzati verso una festa in una villa di Grottaferrata. Perché arrivare fino ai Castelli? Claudio pontificò a lungo per farci digerire quella soluzione. La villa era in un’ottima posizione, panoramica su Roma, e ci sarebbe stata bella gente, il divertimento era assicurato, ma niente del caos tipico del centro storico. D’altronde, tutte le persone benestanti ormai fuggivano dalla Capitale per andare a vivere lì. Nessuno fiatò, tutti tirammo fuori la nostra banconota da centomila lire, pur avendo saputo che i fratelli di Claudio non sarebbero venuti con noi. Non mi stupì, dopotutto erano dei trentenni e ci consideravano bambini. Antonio si mostrò soddisfatto, avrebbe potuto parlare con persone che vivevano più in periferia di lui, e darsi un tono. Una ragazza di paese, magari benestante, era pur sempre una donna, e l’astinenza non ammetteva discriminazioni.
 
La sera del Capodanno del Duemila, il più importante delle nostre vite, Claudio legittimò l’occasione facendosi trovare puntuale. Eravamo in cinque, tutti rasati, profumati e con le camicie nuove di confezione. Emiliano e Gaetano, i più seriosi, entrambi figli di graduati militari di casa dalle parti del Forte Bravetta, avevano addirittura osato il completo blu. Gaetano, con quel suo fare saccente solo attenuato dallo sguardo buffo e miope, mi squadrò poco convinto.
«Almeno stasera, potevi evitare i jeans.»
«Sono jeans neri.»
«Quindi? Sempre jeans sono.»
«Sono più eleganti.»
 
Con la macchina truccata di Antonio, una Panda che riusciva a sviluppare una potenza di cento cavalli, traversammo a fatica il traffico di Trastevere e dell’Ostiense, poi da Piramide puntammo San Giovanni e all’altezza della Coin girammo a destra verso piazza dei Re di Roma. Eravamo allegri, chiacchieravamo della festa che ci attendeva, passavamo in rassegna le installazioni che i vari comitati di quartiere avevano preparato per festeggiare la mezzanotte, sebbene nessuna ci convincesse appieno. Quello era il Capodanno del Duemila, non un Capodanno qualsiasi. Superati l’Alberone e il caffè Cantù, ci mettemmo un attimo a sfrecciare su via della Cave e ci infilammo sulla Tuscolana. Finalmente la strada era libera, la maggior parte della gente stazionava dalle parti del centro, solo noi andavamo fuori. Passata porta Furba, il quartiere era una sfilata di alti palazzoni tutti uguali. Le traverse si differenziavano soltanto per il nome della fermata della metropolitana. Dopo una lunga sequela di semafori ci lasciammo alle spalle Cinecittà e ci dirigemmo spediti verso i Castelli.
 
A Grottaferrata, in realtà, non arrivammo mai. Non alla villa, perlomeno. Trovammo il traffico bloccato su via dei Salè, la strada più esclusiva che univa il paese al limitrofo comune di Frascati. In fondo alla salita, sirene di autoambulanze e volanti della polizia ci giungevano ovattate dalla distanza. Iniziai a sbuffare, appannando il vetro che rifrangeva le luci dell’inattesa coda, e Antonio spense il motore. Dopo una ventina di minuti notammo un vigile urbano avvicinarsi alla nostra fila, facendosi lentamente largo tra le vetture. Claudio abbassò il finestrino e chiese spiegazioni mostrando il biglietto della festa, ma l’uomo scosse subito il capo.
«Vi consiglio di tornare indietro, ragazzi. Non si fa più la festa, è successo un casino.»
«Come, scusi? Che significa?»
«Quei mascalzoni hanno venduto troppi biglietti, la gente si è innervosita e ha iniziato a distruggere tutto. Si è anche alzato un incendio, e stiamo cercando di liberare la zona, per questo da qui è tutto bloccato.»
L’ufficiale stirò il collo per andare con gli occhi oltre la nostra auto, ma la fila sembrava già interminabile. Ci guardammo raggelati, poi fissammo Claudio, che ritirò il capo fuori dal finestrino.
«Ma se aspettiamo qui per un po’?»
«Forse non hai capito, bello. La proprietà ha denunciato gli organizzatori, e ora la polizia sta sequestrando l’immobile per i rilievi. Circolare!»
Il vigile ci superò, andando a informare qualche altro velleitario che strombazzava il clacson. Non avevo mai visto Claudio così scuro in volto. Antonio s’era innervosito più di tutti, e giocherellava con la leva del cambio.
«Spero che i tuoi amici recupereranno i nostri soldi. Almeno quelli.»
«Calma, stiamo calmi. Di certo non li riavremo stasera. Ora dobbiamo solo pensare a un’alternativa. Ho già un paio d’ideuzze.»
 
Invertimmo il senso della nostra marcia, ma trovammo comunque molto traffico all’altezza dell’incrocio tra l’Appia e la Nettunense. La grande fuga era iniziata da un pezzo, e tutti si stavano dirigendo verso il centro. A Capodanno è così, se ti salta il programma puoi sempre sperare nel concerto gratis. Basta che non sia troppo freddo, al limite ti copri bene.
Eravamo silenziosi e tristi, nessuno badava più a cosa ne sarebbe stato del nostro Capodanno speciale. Come ogni volta in cui ci caricavamo troppo di aspettative, la realtà ci esplodeva tra le mani, non lasciandoci nulla di concreto. Guardavo fuori dal finestrino buio, sperando in una soluzione comoda della serata, come quando puntavamo a entrare nel locale notturno alla moda, e mollavamo la presa sconfitti da una fila mostruosa o da una selezione che puniva l’assenza di donne in comitiva, e riparavamo in qualche pub anonimo e senza attrattive speciali, di quelli che n’era piena Portaportese. Passavamo due o tre ore a bere birra e chiacchierare del nulla, e poi uscivamo dandoci il cambio con le prime bancarelle, installate per il mercatino della domenica. Nel Capodanno del Duemila non azzardai alcuna proposta, come sempre. Le mie iniziative non erano mai individuali ma legate al gruppo, e dal gruppo dovevano provenire.
Il Capodanno del Duemila fu comunque memorabile, in un modo o nell’altro.
 
Le ideuzze di Claudio si concretizzarono nel chiedere asilo ai suoi, che avevano i parenti a cena. La nonna e la zia giocavano a canasta, la madre faceva la spola frenetica tra cucina e salone, e ci rimpinzava di specialità partenopee di ogni tipo. Un nuovo millennio si faceva largo nelle nostre vite, e noi lo accogliemmo a colpi di sette e mezzo sul grande tavolo ovale ricoperto dal panno verde. Antonio borbottò a lungo, poi passò la sera a fissare la cugina diciottenne di Claudio. Riuscì a scambiarci due parole solo quando scendemmo in strada, su via Piccolomini, per brindare e vedere i fuochi con lo sfondo di San Pietro. Le due frasi, non impegnative, furono: «Hai freddo?» e «Bella serata, vero?».
 
La cugina di Claudio, annoiatissima, andò a dormire non appena rientrammo nell’ampio appartamento. Antonio se ne lamentò con l’amico, che si era già dimenticato del fallimento della sua proposta iniziale.
«Non credevo avessi bisogno del mio aiuto. Mia zia mi racconta sempre che Enza ne combina di cotte e di crude giù a Napoli e anche per questo ha preferito portarla a Roma per il Capodanno.»
«Beh, io l’ho fissata per tutta la cena, ma se n’è ben guardata di mandarmi un segnale.»
«Intavolare una discussione, no?»
«Sono più bravo a guardare che a parlare. Se non ti colpiscono i miei occhi verdi, di cosa vogliamo discutere?»
Per qualche settimana, Antonio ritirò fuori la storia della cugina di Claudio poi, per fortuna, la piantò. Per il resto, non riavemmo mai i nostri soldi, e persi anche ventimila lire a poker.
La nonna di Claudio ci ripulì tutti.
 
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Fenomenologia dell’Aurelio

Quanta presunzione deve albergare in noi romani, per pretendere di dare ai quartieri i nomi delle strade consolari, quelle lunghe arterie che collegano la Capitale al resto d’Italia. Se non si tratta di appropriazione indebita, è solo perché questi lunghi itinerari che s’irradiano dal Centro sono stati costruiti da chi abitava qui parecchi secoli fa, e che forse ci ha convinti a compiere un abuso di potere prendendoci il nome.

Nessuno dei quartieri “consolari”, nei fatti, copre per estensione l’intero tratto urbano della strada di riferimento, quello che porta dal Centro ai confini del GRA. Ci sono i casi generici, come Ardeatino, Laurentino o Nomentano, che vengono usati raramente, surclassati da suburbi più “famosi” come Tormarancia, Cecchignola, Montesacro; ci sono quelli dalla toponomastica variabile come il Tiburtino, che una volta era solo San Lorenzo, poi negli Anni Cinquanta ha oltrepassato il Verano e il fiume con il progetto INA-Casa per infine ricongiungersi con Santa Maria del Soccorso e i casermoni del Tiburtino III; ci sono quelli che non hanno alcuna unitarietà, e che anzi caratterizzano fortemente la loro frammentazione, come l’Appio S.Giovanni, l’Appio Latino, l’Appio Claudio, l’Appio Tuscolano.

Quando si parla dell’Aurelio, invece, tutto è assai più definito, circoscritto e riconoscibile. Sebbene la via Aurelia colleghi di fatto San Pietro alla Francia, il quartiere che porta il suo nome è un quadrilatero di strade e caseggiati compreso tra via Baldo degli Ubaldi, via Anastasio II e via Gregorio VII, fino a piazza Pio XI. Badate bene, l’Aurelio sul lato occidentale finisce esattamente a Piazza Irnerio, non crediate che vada oltre, non date retta alle classificazioni ufficiali che molto riguardano l’odonomastica e poco la reale natura dei luoghi. Mi raccomando, su Piazza Irnerio non si contratta, non provate a insistere che il quartiere si spinga anche solo qualche metro più in là, magari sulla Circonvallazione Cornelia, capolinea di autobus, punto di snodo verso Boccea, Torrevecchia e Trionfale, e non accomunatelo alla zona concorsuale nata attorno all’Hotel Ergife, né alle varie sedi TIM (ex-Telecom, ex-Telecom Italia Mobile) sparpagliate tra Via di Val Cannuta, via di Torrerossa e via della Vignaccia, non oserete addirittura arrivare ai bordi del Raccordo, dalle parti del Forum Sport Center, punto di ritrovo di tanti dirigenti delle telecomunicazioni che fanno affari con la scusa del pilates. Là dove la città è già agli sgoccioli, e le carreggiate della consolare sanno già di litoranea.

Neanche sembra una piazza, piazza Irnerio, con quelle strade sghembe che la trapassano formando una specie di hashtag, la piccola isola pedonale che circonda l’edicola e l’insegna di Castroni dall’altro lato della strada. L’Aurelio è una lunga discesa che fiancheggia condomini borghesi tra i quattro e i sei piani d’altezza, palazzine in tinta o in cortina, che sfruttano la posizione dominante per godere di viste mozzafiato sul resto della città. L’Aurelio va inteso come una rapida immersione nel perimetro vaticano, la pura urbanità che trascende nel turismo religioso, è un quartiere-cuscinetto dove chi ci vive può comunque astenersi, se non dal traffico abbondante, quantomeno dai riti derivati dalla Sacra Romana Chiesa. Per questo motivo non considero come parte dell’Aurelio strade come via Angelo Emo o via Candia, avanguardia di Prati, troppo compromesse dalla vicinanza delle mura, dalla calca dei turisti e dallo shopping compulsivo. Per lo stesso motivo mi sento di escludere anche Valle Aurelia, troppo poco urbana e isolata, con quel lastricato rurale, ideale per le scampagnate verso le pinete del Trionfale.

Non sentirete nessuno dire “Vado all’Aurelio”, ci passeranno per recarsi altrove, oppure ci soggiorneranno, senza rendersene conto, credendo di stare in zona San Pietro.

Passo Carrabile

Trovare parcheggio su via della Pisana è un’impresa, un colpo di fortuna. Il tratto urbano, quello che va da via di Bravetta fino al Ponte Pisano, quello che si frappone tra gli avvallamenti della Portuense e dell’Aurelia, quello che funge da sfogo di mille vicoli e villini ex-abusivi che vi si affacciano, è un vero calvario per chi ci abita e non ha la fortuna di avere un posto-auto condominiale.

Tutte le sere Giovanni rientra da lavoro e se ne lamenta. Mezzora per trovare un posto, dieci minuti di camminata per arrivare a casa. Le gambe le ha già affaticate, lui che di mestiere fa il vigile urbano e si divide tra le pedane da governatore del traffico nel Centro storico e lunghe passeggiate a far multe alle auto in doppia fila su via di Boccea, le vetture degli eterni affaccendati scesi un attimo per comprare una cosa.

Tutte le sere Giovanni passa davanti a quella serranda, il garage a pochi metri dal portone di casa. Si ferma un attimo, e sospira della rassegnazione di chi aveva la soluzione a portata di mano. Sarebbero bastati cento euro in più, quando c’era stata l’opportunità. Peccato non averne, tra la quota del mutuo, i soldi per mandare il bambino in piscina e Laura che ha ripreso a lavorare solo saltuariamente. Laura ha un dottorato, ma ora fa le pulizie a ore, è uscita dal giro dell’Università. Quando stai per partorire, è difficile andare tutti i giorni al Dipartimento a occupare la scrivania. Te la portano via, assieme alle firme sugli articoli e ai rimborsi in nero che il professore ti fa avere di straforo, quando i committenti pagano.

Loro tre vivono quasi totalmente sullo stipendio di Giovanni, che è cresciuto poco o niente nei quindici anni passati dal concorso. Non ha fatto carriera, non è nel suo carattere prostrarsi alla ricerca di promozioni, ed è ancora lì a incastrare contravvenzioni sotto i tergicristalli delle auto. Ogni tanto Giovanni viene assegnato proprio alla Pisana, ed eccolo che si aggira in auto con un collega alla ricerca di qualche effrazione da sanzionare, con la speranza che non riguardi qualche conoscente, perché poi a casa dobbiamo tornarci tutti e i rapporti di buon vicinato ce li teniamo belli stretti.

Quando fa il turno, Giovanni passa davanti al garage e lo trova immancabilmente aperto. Davanti c’è un cartonato triangolare poggiato ai piedi della piccola duna che fonde la strada all’interno del locale, tutto piastrellato di bianco. C’è un auto dentro, insaponata. Ci sono due o tre uomini, non riesce a vedere bene, e sono indaffarati con i tappetini e il cruscotto. Tra di loro riconosce anche Ahmed, il titolare di quell’autolavaggio economico. Ahmed avrà la sua età, è leggermente brizzolato, con lo sguardo ruvido e orgoglioso di chi sa di fare un buon lavoro. Ha sempre clienti, Ahmed, perché con dieci euro lava le auto a mano, interno ed esterno. Ahmed è quello che ha offerto cento euro in più per l’affitto di quel garage.

  • Hai visto quel cartello? – Il suo collega Claudio lo riporta nella realtà. Sta indicando il Passo Carrabile che è appeso accanto alla serranda. E’ privo del numero di autorizzazione emesso dal Comune.
  • Sì. Falso come una banconota da tre euro.

Ahmed li accoglie sorridente, come se la visione della divisa limasse le sue spigolature caratteriali. Fiuta a distanza l’odore della rogna, anche se il viso di Giovanni gli appare famigliare.

  • Buongiorno, signori. Come posso esservi utile?
  • Buongiorno. Che ci fa quel cartello di Passo Carrabile appeso qui fuori?
  • Eh, l’ho messo da qualche settimana. Mi parcheggiavano davanti alla serranda e non riuscivo neanche ad aprire l’autolavaggio! Questo è il mio lavoro, capite?
  • Lei non può affiggere un cartello senza autorizzazione, lo sa?
  • Certo, certo! Infatti ho già chiesto tutto! Ho pagato il tecnico per fare i documenti, le planimetrie. Sto telefonando tutti i giorni all’ufficio comunale per sapere quand’è pronta. – Ahmed parla bene l’italiano, l’accento marocchino è sopito dalla lunga permanenza nel suolo italico.
  • Guardi, lei può dire quello che le pare, ma finché non ha un’autorizzazione quel cartello deve sparire.

Claudio ha preso l’iniziativa, Giovanni lo lascia fare. In fondo è stato lui a notare il cartello, ed è nella parte della ragione. Non vuole però entrare troppo nel merito. Anche se non è così, gli sembra di compiere una sottile vendetta nei confronti di chi gli ha scippato quel garage. E lui non è uomo da vendette.

  • Signori, vi chiedo di chiudere un occhio…ne va della mia attività!
  • Preferisce pagare cinquecento di multa? – Ahmed si gira verso i suoi uomini che stanno finendo di asciugare, a colpi di panni di daino, il SUV di un signore che osserva compiaciuto. Sembra più triste che arrabbiato.
  • No, no…

Nei giorni successivi Giovanni lavora dalle parti del Nuovo Salario, e torna sempre tardi a casa. Continua a non trovare parcheggio, ma nota che ora anche davanti alla serranda di Ahmed un’utilitaria staziona costante. Il cartello del Passo Carrabile è effettivamente sparito.

Possibile che un uomo apparentemente orgoglioso si sia arreso così? Proprio lui che non aveva esitato a rilanciare sul canone, non appena aveva saputo che c’era qualcun’altro interessato al garage?

  • Hai notato se oggi l’autolavaggio era aperto? – Laura lo guarda con quell’espressione colma di disincanto che non è cambiata, ora che è una quarantenne un po’ sfiorita e con i sogni alle spalle.
  • Sì, era aperto. Lavorano sempre quelli, chiudono poco prima del tuo rientro.
  • Stasera ho visto un’auto parcheggiata davanti alla serranda.
  • Era una Punto blu?
  • Sì, perché?
  • E’ loro. Credo la parcheggino davanti per impedire che qualcun’altro ostruisca la serranda. L’altro giorno la moglie era al minimarket del bengalese e si stava lamentando della polizia municipale. Certo che alcuni tuoi colleghi sono proprio stronzi, lasciatelo dire…
  • Premesso che in generale posso essere d’accordo con te, perché dici questo?
  • Quelli stanno cercando di lavorare, e invece di fare le multe a chi parcheggia sulle strisce pedonali, i tuoi colleghi vanno a rompere le scatole su delle pignolerie.
  • Mah…evidentemente non erano delle “pignolerie”, come le chiami tu.

O forse sì. Giovanni rinuncia ad argomentare, sa quel che Laura pensa del suo lavoro, nonostante sia ancora la loro principale, quasi unica, fonte di reddito. E’ conscio del messaggio subliminale di quella discussione, che è sempre lo stesso. Lei gli rimprovera di essersi accontentato, aveva una laurea in Economia e Commercio e l’ha usata solo per ottenere più punti in graduatoria. Non l’ha fatta fruttare.

Dopo cena, Giovanni si sdraia sul letto, guarda un programma sul digitale terrestre, una di quelle repliche che danno sempre, perché legate a nessun contesto. Gente che cerca casa con budget enormi, attici al Centro Storico. Hanno tutti il garage, più di uno, anzi.

Laura è un’idealista, sarebbe facile rimproverarle di non aver raccolto nulla dalla sua carriera accademica, di non essersi tutelata, di non aver chiesto favori. Sarebbe facile, e molto crudele. Giovanni non è crudele, preferisce lasciar correre le cose, come la sua vita. Vada come vada. Se fosse crudele potrebbe farsi un giretto all’Ufficio Passi Carrabili, cercare la pratica di Ahmed e farla insabbiare da qualche impiegato conoscente e compiacente. Poi potrebbe mettere di nuovo la pulce all’orecchio di Claudio, fare un altro giro di controllo, trovare qualcos’altro di irregolare. Di sicuro c’è, questi immigrati non fanno mai tutto in regola, chissà se quei lavoranti sono dichiarati, se quell’affissione è registrata. Potrebbero pure farlo chiudere, chissà. E senza i soldi dell’autolavaggio Ahmed sarebbe costretto a disdire l’affitto del garage.

Giovanni sonnecchia fino a quando decide di spegnere la TV. Laura ha messo a letto il bambino e sistemato la cucina, e lo raggiunge in camera. Cadono presto in un sonno senza sogni. Domani è un altro giorno, domani Giovanni dovrà trovare di nuovo parcheggio. Vada come vada.

Metronovela romana

Stefano Bartezzaghi, noto saggista ed enigmista, ha di recente pubblicato un nuovo libro, M: una metronovela, un divertente e divertito viaggio nella metropolitana di Milano, un modo per raccontare la città lombarda attraverso vizi e virtù dei suoi abitanti, condendoli con aneddoti personali e le consuete riflessioni linguistiche. All’interno di questo bel romanzo urbano è presente anche un omaggio a Roma, un capitolo dedicato alla linea A della metro capitolina. Questo post si occuperà invece dell’altra principale linea della Capitale, la B.

A Roma la Metropolitana è una rarità, in almeno due sensi del termine.

E’ rara in senso territoriale, perché della miriade di quartieri di cui è composta la città, sono in pochi i fortunati a essere attraversati da una delle tre linee, ad avere le fermate a portata di gamba. Chi ce l’ha, scandisce i propri ritmi sugli orari di apertura e chiusura e sui tanti disservizi che purtroppo la infestano. E’ difficile per un utente della metropolitana abituarsi ai bus sostitutivi, quelli che lottano con gli automobilisti nel traffico. Il passeggero del metrò vive per allontanarsi dalla linea gialla, riesce a distinguere anche le fermate tutte uguali sulla via Tuscolana, ma non sa che con il 671 può arrivare dall’Arco di Travertino all’EUR, senza attraversare mezza città saltando tra due linee.

La Metro a Roma è, ahinoi, rara anche in senso frequenziale. Le banchine si riempiono nell’ora di punta, nei casi migliori passano tre-cinque minuti tra un treno e l’altro, in quelli peggiori si superano i dieci minuti, ma il meglio di sé lo dà negli altri orari, quelli dimenticati dai pendolari e anche dal servizio pubblico, quando puoi arrivare ad attendere anche venti minuti prima di scorgere, in lontananza, i fari del convoglio, che spunta dalla galleria.

Costruire la metro a Roma è sempre stato fonte di problemi e ritardi. Ci pensarono per primi i fascisti ai tempi dell’Esposizione Universale, poi arrivarono le talpe scavatrici raccontate da Fellini, che tanti danno crearono ai palazzi nei dintorni, e ora gli interminabili lavori per la linea C, che entro il 2020 dovrebbe arrivare ai Fori Imperiali, siti archeologici permettendo. Almeno quindici anni di lavori, nulla di meno di quanto già accaduto con le sorelle più “anziane”, come se questa città respingesse, in fondo, l’idea stessa di avere un servizio sotterraneo.

La metro più vecchia della Capitale è la B, quest’anno ha compiuto sessant’anni, e forse non è un caso che sia stata chiamata così, con un ordine alfabetico non rispettato. B come Blu, il colore che la rappresenta, B come serie B, B come Bistrattata. Ha ancora almeno la metà dei vagoni di vecchia generazione, tutti ricoperti dal colore dei writer, è perennemente in ritardo e soffre pure di reumatismi, visto che quando piove, nove volte su dieci, viene chiusa.

Laurentina

Il capolinea sorge nella zona delle software house romane, il cuore delle società di consulenza informatica, tra Vigna Murata, via del Serafico e viale dell’Oceano Atlantico. C’è un grande piazzale sovrastato da un enorme e moderno centro direzionale, ed è ricoperto di banchine per gli autobus che partono verso ogni tratta, ci sono anche quelli della Cotral che portano ai centri abitati pontini.

EUR Fermi

E’ la prima delle due fermate che confondono le idee ai viaggiatori occasionali, gemelle perché si affacciano sulla stessa strada, la lunghissima viale America, divise solo dal doppio ponte che sovrasta il laghetto artificiale. Vicino alle scalette s’installa un mercatino di bancarelle ultra-economiche, un suk, qualcosa che non ti aspetteresti in un quartiere di status symbol come l’EUR. Certe volte ti guardi in giro, alla ricerca di biancheria o di qualche oggetto per la casa a prezzi stracciati. Il palazzone dell’ENI ti guarda dall’alto, e ti compatisce un po’.

EUR Palasport

Chi pensa di scendere qui e trovarsi di fronte il celebre edificio dedicato a sport ed eventi, costruito nel Dopoguerra da Pier Luigi Nervi, resterà deluso. Il PalaEUR, di recente rinominato da un famoso gestore di giochi, dista circa un chilometro dalla fermata, che in realtà è molto più utilizzata dai migliaia di salariati che si disperdono nei vari uffici della zona.

EUR Magliana

Snodo importante, è la prima delle fermate che la linea ha in comune con il “trenino” Roma-Lido, preso d’assalto dai pendolari che vivono a Ostia e Acilia, al cui confronto la Metro B sembra un servizio platinum erogato in qualche città del Nord Europa. L’ingresso della fermata è un po’ nascosto alla strada, si raggiunge scendendo una corta rampa di scale. Quelli che abitano in quartieri privi di Metro come Portuense o Monteverde vengono da queste parti, parcheggiano nello stretto piazzale che si allunga fino a viale Val Fiorita, di fronte al Parco Rosati, infilati tra le navette aziendali che aspettano i dipendenti prima di iniziare il tour delle sedi. Nel tardo pomeriggio arrivano le prostitute, che scendono alla stazione, si cambiano dietro qualche cespuglio dall’altro lato della strada, e iniziano a passeggiare lungo il marciapiede.

Marconi

Fermata universitaria, si trova accanto alla Facoltà di Lettere di Roma Tre. Ragazzi e ragazze con zaini in spalla e libri al braccio dappertutto, e a ogni ora. Volantini agli angoli della banchina, annunci appesi sui muri scoloriti, numeri di telefono scritti su bigliettini strappati.

Basilica S.Paolo

Tra Marconi e San Paolo ci sono una manciata di secondi di distanza, non fai neanche in tempo a contare le vetrine che si affacciano su via Gaspare Gozzi. Si esce su via Giustiniano Imperatore, a due passi dalla Basilica, a due passi dal McDonald’s. E’ il vero portale del quartiere Ostiense, urbanità grigia per umanità colorata.

Garbatella

A metà tra la tradizione e il futuro, con il ponte di Calatrava intitolato a Settimia Spizzichino in bella vista. E’ l’ultima fermata a cielo aperto, ci si arriva guardando il Gazometro in lontananza. All’uscita c’è un breve vialetto lastricato dove gli sfaccendati chiacchierano in libertà. Ogni tanto qualche ragazzo passa con un grosso album sotto l’ascella, è uno degli allievi della scuola di fumetti che sta lì a due passi.

Piramide

Piramide è il capolinea della Roma-Lido, e dell’ormai ex-periferia. Qui passa di tutto, dalla metro ai treni regionali, e possiede il più complesso sistema di uscite, con una lunga galleria pedonale che ti porta fino a quello che una volta si chiamava air terminal, posto per concerti di radio alternative. Ora ci stanno Eataly e Italo. L’uscita principale di questo edificio fascista è su piazzale Ostiense, da dove si vedono la Porta San Paolo e la Piramide Cestia. Per tuffarti in questo crocevia di speranze e impegni devi superare quei tre gradini che ti separano dalla strada, habitat naturale di borseggiatori, ritrovi di comitive di coatti, appuntamenti di amici che si reincontrano a distanza di mesi, o di anni, perché il Caso li fa abitare in due quadranti opposti dalla città.

Circo Massimo

Luogo di eventi e concerti, ma anche di turismo archeologico, divide le sue uscite tra i due lati di viale Aventino, tra chi scende per piacere, e chi scende per scopi governativi internazionali, ed entra nel palazzo della FAO.

Colosseo

Suggestiva, perché quando si esce dai tornelli ci si ritrova l’Anfiteatro Flavio, l’Arco di Costantino e tutti i Fori Imperiali di fronte agli occhi, e ora che c’è una quasi completa pedonalizzazione, sembra quasi di fare un salto indietro di due millenni. Fonte di un incontenibile e continuo traffico di turisti, che svuotano e riempiono i vagoni a ogni ora.

Cavour

E’ la fermata invisibile, compressa tra due delle più importanti, ci salgono e scendono pochissime persone al giorno. E’ quasi nascosta, nel sottoscala di via Cavour, tra la via Urbana e la piazza della Suburra. E’ l’ideale, per una passeggiata tra i vicoli e i locali del Rione Monti. In quelle rare volte in cui esci di qui, ti penti di non farlo più spesso, e di dimenticarti dello stress quotidiano.

Termini

Una volta era il capolinea, ora è metà del viaggio. A Termini scendono tutti e salgono tutti, è raro che qualcuno l’attraversi indifferente. C’è chi passa alla linea A, chi viene dalla linea A, chi è sceso al capolinea dei bus di Piazza dei Cinquecento, c’è chi va e viene dalla ferrovia. Questo ricambio di passeggeri assomiglia a un lavaggio completo del sangue, e genera un caos fisiologico amplificato dal percorso di scambio piuttosto ambiguo, nel mezzo del quale imperversano gli scippatori. Nella ressa ci sono quelli che si confondono, e salgono sul treno che porta a viale Jonio (linea B1) anziché a Rebibbia (linea B). Se ne accorgeranno solo dopo la fermata di Piazza Bologna.

(La foto è di Francesca Minonne).

La bellezza di Francesco Totti

©Claudio Bernardi/Lapresse
Roma, 10 febbraio 2014 – Porta Metronia
Realizzato il primo murales di un progetto dedicato a 4 miti delle giovani generazioni. Il volto di Francesco Totti dipinto sulla facciata della scuola media “Carlo Urbani”, ex “Giovanni Pascoli”, che Totti frequentava da piccolo. L’opera realizzata dall’artista di Street-Art, Lucamaleonte, uno dei più consciuti del suo genere.
nella foto: il murales rappresentante Francesco Totti

Non sono mai riuscita a capire se Lara sia veramente tifosa della Roma, eppure ricordo di averla vista entusiasta, e poi delusa, lungo i tanti laboriosi secondi posti in campionato della Magica negli ultimi tempi. Ricordo di averle sentito dire che sognava di scrivere un libro dal titolo La bellezza di Francesco Totti, una specie di saggio su come la sua faccia avesse dato diritto di cittadinanza a un certo tipo di avvenenza popolare, ma precisava che era un titolo furbo per attirare lettori e che avrebbe parlato anche di altri. Per una romanista vera l’ultima frase sarebbe stata una bestemmia, con me non rischiava nessuna fatwah. Quel proposito, come molti altri suoi, è rimasto a mezzo.

Lara ha vissuto dodici anni a Primavalle, dove ci siamo conosciute. Ci era arrivata da un quartiere borghese e per i primi anni si era sentita in un luogo esotico e misterioso. Nello stradone dove viveva non c’erano marciapiedi e la vista più spettacolare era quella di una rivendita di piscine, enormi vasconi azzurri di cemento messi in piedi contro un muro. Non era nemmeno parte della Primavalle storica, dove almeno c’erano negozi, chiese e compagnia umana, ma un’appendice anni ’50 fatta di palazzine basse là dove un tempo c’erano un profondo fosso e un canneto. In pochi mesi imparò la lingua e le usanze e si sentì come un topo nel cacio. Imparò a salire i due versanti del suo fosso senza vergognarsi delle fortune avverse, a rispondere a tono e ad apprezzare i lampi occasionali di poesia che sgorgavano nel parlare della gente. Tipo quel ragazzotto che una sera sentì dire: “Ao’, ho visto ‘na stella cadente, devo esprime un desiderio, che desiderio?”, e poi rispondersi, con occhi sognanti volti al cielo: “La fica…”

Lara amava la sua casa e sognava di sistemarla bene. Non si sentì per nulla offesa dalle scomposte manifestazioni di gioia del quartiere quando la Roma vinse l’ultimo scudetto, nel 2001. Addirittura era riuscita a dormire beata mentre tutto il circondario sparava mortaretti e carosellava con macchine e motorini al suono di I campioni siamo noi. Il sagrato della chiesa fu dipinto in tono, gradino per gradino, Pietro fu dipinto di giallo e Paolo di rosso, da come Lara ne parlava non sembrava nemmeno vandalismo, ma una forma di approccio affettuoso al sacro, come un bisogno di far partecipare i santi patroni alla gioia generale della loro città. Poi, Paolo era pur sempre uno che era diventato famoso per quello che aveva scritto quando stava ai domiciliari. Lara aspettò anno dopo anno che si replicasse quella trionfante sospensione dell’ordine. La vernice fu tolta, non so se a spese del vicariato o del comune. I grandi murales dipinti qua e là sbiadirono.

Da tempo Lara non vive più a Primavalle e rimpiange quelle chiassate, quelle notti afose in cui si affacciava alla finestra e strillava a quelli del palazzo davanti di abbassare la radio. Ma ancora di più rimpiange quel pisolino beato mentre scoppiavano i mortaretti. Non lo sapeva, ma era rimasta incinta. E io che la conosco so che non è superstiziosa, ma in tutti questi anni deve aver pensato, magari anche quest’anno lo scudetto lo vince la Roma, magari quella coppia di miracoli si ripete un’altra volta. E intanto è invecchiata, come tutti noi, come Francesco Totti che a suo modo resta bello.

Al Museo

Le domeniche dispari del mese, quando Marisa andava al paese a trovare i loro genitori al cimitero, erano i momenti peggiori per Alberto. Mamma e papà riposavano a Genazzano, il loro paese d’origine, e sua sorella coglieva l’occasione per passarci l’intero fine settimana. Avevano entrambi passato i sessantacinque anni, erano in pensione, la differenza tra loro era che Marisa si era sposata in tarda età con Erminio, l’ex-barista di via Taranto presso il quale aveva preso il caffè tutte le mattine, prima di andare a scuola.

Alberto invece era solo, era sempre stato solo. Aveva avuto qualche amore, tra i venti e i trent’anni, qualche “frequentazione amichevole”, qualche donna. Non ci aveva mai pensato, a sposarsi. Clara, la fidanzata che aveva frequentato quando ancora studiava all’Università, era una brava ragazza, simpatica, semplice e di buon cuore. Troppo semplice, troppo di buon cuore, non alla sua altezza. Lui sarebbe diventato un uomo di cultura, un insegnante, un professore di liceo, quando ancora contava qualcosa.

Le aveva scartate altre due, per questo motivo. Ragazze di quartiere, una sarta ed una commessa che lavorava presso un negoziante di tappeti ebreo di via di Ripetta. Carine, gentili, ma che non lo stimolavano intellettualmente. Marisa gliene aveva presentate svariate, aveva sempre avuto molti contatti, lei che si era aperta una tabaccheria su Viale Furio Camillo. Conoscenze popolari, le aveva sempre considerate così Alberto, che dopo aver vinto il concorso per la cattedra in italiano, latino e greco, era stato assegnato al Liceo Ginnasio Augusto.

Nonostante le facezie da snob, severo e inflessibile, Alberto aveva intimamente sofferto quando Marisa aveva smesso di presentargli delle donne. Era diventato ufficialmente uno “scapolone”, ma fino a quando aveva insegnato non gli era poi pesato tanto. Il peggio era iniziato dopo la pensione, a ritrovarsi solo in casa, le mattine senza fare nulla. Aveva ripreso a studiare, a frequentare biblioteche, qualsiasi cosa pur di non restare solo. Nella disperazione, aveva iniziato a farsi sembrare simpatico pure Erminio, e a frequentare casa della sorella sempre più spesso, talvolta autoinvitandosi.

Quelle domeniche, però, erano le peggiori. Non solo Alberto doveva barcamenarsi a cucinare qualcosa, lui che non era mai andato oltre la pasta al burro e l’uovo sodo, ma non sapeva proprio che fare. Leggere un libro? Lo faceva tutti i giorni. Guardare la televisione? Non se ne parlava, soltanto immondizia. Andare a pranzo in qualche ristorante? Che tristezza, da solo.

Alberto si affacciò alla finestra della cucina, che dava all’interno di quei giganteschi condomini tutto finestre dell’Appio Tuscolano, pietra arenaria e panni stesi, sole splendente sui cortili silenti della domenica mattina. Scese a comprare il giornale, Il Messaggero, come sempre. Sulle pagine locali notò la notizia dell’apertura gratuita dei musei civici, prevista proprio per quella domenica. Gli parve una buona idea, quella di andare al museo. Era un ottimo posto dove stare da solo senza dare l’idea di essere solo.

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 La foto è di Francesca Minonne

Senza indugio, andò a prendere la metropolitana alla fermata di Pontelungo. I vagoni, dapprima contenenti gente delle lontane periferie, da Morena all’Anagnina, a partire da S. Giovanni si riempirono di turisti stranieri, persone rubiconde che andavano in giro in sandali e calzoncini durante quei giorni ancor frizzanti tra l’inverno e la primavera.

Scese a Flaminio, e si arrampicò all’interno della villa Borghese. Quanto tempo che non ci andava! La bella stagione iniziava a penetrare tra le radure, e i primi picnic riempivano i prati. Alberto passeggiò con un pizzico di piacere, fiancheggiando il Bioparco e la Villa, e fermandosi davanti alla cosiddetta Aranciera. Era lì che voleva entrare, non alla Galleria Borghese e neanche a Villa Giulia. Gli avevano riferito che all’interno di quell’edificio dal sapore ottocentesco e dagli antichi scopi rurali era ospitata un’interessante collezione…

Arrivato all’ingresso, Alberto notò uno sconfortante deserto di persone. Nonostante l’offerta gratuita, nessuno pareva voler cogliere l’opportunità. La biglietteria aveva un solo addetto presente, un ragazzo con una casacca gialla e un cartellino sul petto. Era alto e dinoccolato, i capelli bruni e portati con una frangia vistosa sulla fronte. Gli sorrise timoroso e gli diede il simbolico biglietto d’ingresso. Ad Alberto fece una strana impressione, gli sembrava di conoscerlo.

Entrato nel museo, faticò a trovare il percorso dell’esposizione. Il motivo era semplice: l’esposizione era assente. Erano rimasti soltanto i cartelli che indicavano la strada da seguire, e le didascalie accanto alle opere. Ma dei reperti, neanche l’ombra. Alberto faticò a capire, era uno scherzo? Fece il giro di tutte le sale, soltanto una conteneva in effetti delle opere, un’orribile collezione di statuine etniche. Ma non era quello il motivo per cui era arrivato sin lì.

In quella stanza c’era anche un custode, un altro ragazzo con la casacca gialla e il cartellino sul petto. Era rasato e aveva lo sguardo perso nel vuoto.

  • Mi scusi, ma la mostra è tutta qui?
  • In che senso?
  • Tutte le sale sono vuote!
  • Ah, ok…Sì, stanno finendo dei lavori per la messa in sicurezza di alcune aree del palazzo. Fino a quando non sistemano, la collezione è stata spostata al MACRO. Ma non credo sia esposta, la tengono in magazzino.
  • E non avvertite?
  • Non so…dovrebbe esserci un cartello all’ingresso…

Alberto si voltò e fece il percorso inverso, con passo deciso e sguardo furente. Teoricamente sarebbe dovuto uscire dal retro, finendo il percorso museale, ma dato che non c’era alcuna esposizione, e alcun custode, poté agevolmente tornare al gabbiotto dove aveva fatto il biglietto.

Non c’era alcun cartello.

Il ragazzo dalla casacca gialla era dentro il gabbiotto. Seduto, stava giocando con il suo smartphone, i piedi poggiati sopra la scrivania. Non sembrava proprio intenzionato ad alzare il capo.

  • Mi scusi, giovanotto…

Occhi spauriti, quelli del giovane, come di chi si è appena svegliato dai propri pensieri, qualsiasi essi fossero.

  • Oddio, c’è qualche problema?
  • Direi di sì…sono entrato e non c’è nulla da vedere! 
  • Non ha visto la…
  • Sì, sì…le bruttissime statuine nella stanza in fondo! Ma tutto il resto??
  • Eh, deve ancora essere allestito…
  • E quando mi avvertite? Magari sarei andato a farmi un giro altrove!
  • Mi scusi…ho dimenticato di mettere il cartello, stamani…

Il ragazzo dalla casacca gialla tornò ad abbassare lo sguardo, come chi le ha provate tutte per ripararsi e non può che attendere speranzoso che la tempesta finisca.

Alberto stava per esplodere. I soliti giovani inaffidabili, non prendono nulla sul serio. Quanti ne aveva conosciuti, nella sua carriera d’insegnante!

Poi ricordò. Quel corpo lungo, quegli occhi cadenti e sconfitti, quel modo indifeso di giustificarsi per non aver studiato.

  • Giusti, ma che ci fai qua?
  • Professò, faccio il servizio civile…lavoro non si trova. Son due anni che ho preso la triennale in storia!

Aveva fatto finta pure di non riconoscerlo, fino alla fine. Aveva sempre avuto timore di lui. Tutti avevano avuto timore di lui. Studenti, colleghi, fidanzate, amici. Tutti a distanza, li aveva tenuti. Ed era rimasto solo.

  • Te lo prendi un gelato con me, Giusti? Tanto non mi sembra tu abbia molto da fare qui…

A sua insaputa

“Dov’eri domenica sera?”

La voce di Anna, al telefono, era tirata, talmente nervosa da uscire stridula. L’aveva accolto così, dopo averlo chiamato. Giorgio era rimasto interdetto. Iniziò a lisciarsi la barba, come quando rifletteva su problemi o impegni impellenti.

“Che intendi, Anna?”

Non poteva risponderle la verità, per almeno due motivi, che aveva dormito a casa di una donna, e soprattutto quella donna non era Anna. Fermi tutti, però. Anna non era neanche la sua, di donna. Era un’amica. Ma neanche, dai, era una del suo paese, nelle Marche, la vedeva si e no due volte l’anno, quando tornava a casa per le feste. Giusto un saluto tra i vicoli quando s’incrociavano. Piccola, minuta e insignificante.

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Mezzi Pubblici

A Roma sono pochi quelli che prendono i mezzi pubblici. Un po’ perché siamo figli del Novecento, quindi dell’automobile; un po’ perché mentre l’automobile ci aspetta sotto casa e ci porta sotto l’ufficio, attraversare la città con i mezzi pubblici è simile ai tragitti su mappa di Indiana Jones: spesso vengono segnalati dei dispersi a Colli Albani che devono arrivare a Labaro, e hanno smarrito il numero dei cambi di autobus che devono fare.

Il romano medio è uno che prenderebbe l’automobile anche per andare a comprare le sigarette sotto casa, tuttavia esistono dei casi per cui si è costretti ad usufruire dei mezzi pubblici:

  1. Non si possiede un’automobile (o uno scooter). Fino a qualche anno fa sarebbe stata una bestemmia, ma la crisi ha contribuito a far crescere gli appiedati. Per venire incontro alle crisi di astinenza, sono stati creati i servizi di car sharing. Vedi un’auto con delle scritte sulla fiancata, la apri, trovi le chiavi nel cruscotto e te la porti via. Questo nuovo servizio ha creato molte crisi depressive nella comunità dei ladri d’auto.
  2. Si va a lavorare al Centro Storico. Come ben sapete, l’ultimo parcheggio libero e con le strisce bianche visto da quelle parti è risalente ai mai dimenticati tempi di Romolo Augustolo, ed è stato ritrovato durante gli scavi per la Metro C. I lavori sono stati frettolosamente interrotti, ed il parcheggio tumulato per impedire a qualche faccendiere radical-chic di parcheggiarci il SUV e lasciare le quattro frecce accese.
  3. Si è dei feticisti dei mezzi pubblici. Esistono persone che passano il loro tempo a evangelizzare il resto della popolazione urbana sui benefici dell’uso di tram e autobus. Pur non essendo aggressivi come i ciclisti capeggiati dall’attuale Sindaco, non perdono mai occasione di osservare come tutti i problemi di traffico della Capitale verrebbero risolti istantaneamente, se tutti lasciassero l’automobile a casa. Di solito si trovano alle fermate, e danno indicazioni più precise dell’InfoATAC su coincidenze e percorsi alternativi. Nessuno, invero, li ha mai visti salire su un autobus.

Per quanto i feticisti si sforzino di dipingere i mezzi pubblici come un paradiso ecologico e anti-stress, viaggiare sugli autobus può raggiungere livelli di difficoltà inaspettati, soprattutto durante le ore di punta. Andremo ora a descrivere un paio delle più frequenti cause di disagio per i passeggeri.

  • Sindrome da autobus fantasma. Colpisce i passeggeri che aspettano per più di mezzora alla fermata. I sintomi più visibili sono: raptus nel controllare ogni trenta secondi l’applicazione per smartphone, che continuerà ad indicare la vettura come “In arrivo”; forme di amnesia della reale destinazione che li spingeranno a prendere il primo mezzo che passa, sebbene vada in direzione opposta; attacchi di miopia estrema che li porteranno a salire in massa sull’autobus in configurazione “scatola di sardine” nonostante subito dietro stia arrivando un’altra vettura della stessa linea, completamente vuota.
  • Panico da pioggia. E’ una forma virale che si propaga all’uscita delle fermate della metropolitana, che a Roma tende a chiudere nei giorni di pioggia per una forma di rispetto nei confronti dei martiri della siccità. L’utente medio della metropolitana è abituato a ragionare SOLTANTO con il percorso e le fermate della propria linea, e viene colto da veri e propri attacchi quando messo di fronte alla necessità di usare dei bus sostitutivi. La massima espressione di questo fenomeno di massa si registra nei pressi della stazione Termini, punto di snodo di entrambe le linee, dove ondate di persone impazzite si accalcano sulle scale per uscire su piazza dei Cinquecento. E’ in studio un progetto del governo americano per usare uno di questi assembramenti per rovesciare qualche dittatura africana.
Metro quasi vuota

(Foto di Francesca Minonne)

Una volta che si è riusciti, con le buone o con le cattive, a salire su un mezzo pubblico, bisogna attenersi a linguaggi e regole non scritte tipiche di qualsiasi gruppo sociale. Un modo per capire come comportarsi è quello di studiare i principali personaggi che frequentano questi ambienti.

  • L’intralciatore. Ha abbracciato uno stile di vita controcorrente, per questo motivo si trova sempre nel punto sbagliato, ovvero in mezzo ai piedi. Di solito staziona insistentemente davanti alle porte centrali, e v’impedisce di scendere, oppure davanti alle porte posteriori, e v’impedisce di salire. E’ la stessa persona che ama usare le porte in senso contrario agli altri, salendo al centro e scendendo da dietro. Nella variante per metropolitana, si trova immancabilmente sul lato delle porte che si aprono. E lui non deve scendere. Mai.
  • L’uomo-isola. Se vi trovate sopra un autobus pieno di persone in piedi, e vedete un posto accanto ad un passeggero restare libero, avete trovato un esemplare di uomo-isola. A distanza sembra come gli altri, ma tutti lo evitano perché emana degli odori poco gradevoli oppure parla da solo urlando e gesticolando; nella variante più rara, ha entrambe le caratteristiche ed è capace di tenere vuota mezza vettura durante l’ora di punta. Forse un giorno scopriremo che ha ragione lui, qualsiasi cosa stia dicendo.
  • La vecchia che insulta. Quando la vedi salire sull’autobus sembra una simpatica nonnina, ma prova a offrirle il posto a sedere: ti coprirà d’insulti, e lo farà con chiunque, per qualsiasi motivo. Se l’autobus va piano per il traffico, se la prende con il Sindaco. Se c’è poco spazio, si fa largo a spintoni, e voi non potete dirle nulla, perché lei vi risponderà “Lo sai quanti anni ho io”? La versione più pericolosa è quella con il carrello della spesa.
  • Quello che telefona. E’ presente su ogni autobus, si vocifera che sia uno stipendiato ATAC che registra la soddisfazione dell’utenza. Fatto sta che potremo ascoltare le sue infinite conversazioni lungo l’intero tragitto. Sta sempre in piedi, attaccato ad uno dei pali, non chiude mai la chiamata, anche quando non sa cosa dire, anche se passano imbarazzanti momenti in cui parla soltanto del più e del meno. La verità è che quello che telefona lo fa soltanto per non pensare di aver preso un autobus.
  • La disgustata. Non si sa perché è lì. Di solito è una donna di mezza età, ben vestita, trucca, pettinata e profumata. Se non indossa i guanti si passa l’amuchina sulle mani, e ha quello sguardo schifato di chi ha appena visto trasformarsi il suo lussuoso SUV in una grande carrozza piena di germi. Nella sua versione più estrema indossa una pelliccia (NON sintetica) e si tiene a distanza da qualsiasi individuo di colore dal mulatto in su.
  • Il giocatore d’azzardo. Gli piace rischiare, per questo sale sull’autobus senza guardare il numero della linea. La prima domanda che fa agli altri passeggeri è “Scusate, ma questo è il 31?”. Se è salito sull’autobus sbagliato, viene colto dal panico e scende alla fermata successiva. Se è salito sull’autobus giusto, tempesta di domande l’autista e le altre persone per farsi confermare la fermata dove deve scendere.
  • Il traslocatore. Ha preso l’autobus per un servizio traslochi, e sale con pezzi di mobilio, scatoloni e cose simili. Di solito si piazza in fondo alla vettura, incastrando il suo carico sopra al vano motore. Fa finta di nulla e non dà fastidio, se non nella versione più prepotente, quella che occupa i posti a sedere.
  • USB (Uomo Senza Biglietto). Diciamo la verità, a Roma non sono in molti quelli che comprano biglietti e abbonamenti. L’Uomo Senza Biglietto, però, interiorizza il senso di colpa e la paura di essere beccato e multato. Lo vedete sempre nei pressi di una delle porte, di solito la centrale perché i controllori salgono da quelle anteriori e posteriori. Non è molesto, tranne nel raro caso in cui salga un controllore. In quel frangente inizierà a guadagnare l’uscita con fretta e modi bruschi, ma mantenendo una velleitaria nonchalance. Esiste una variante più raffinata dell’USB, il cosiddetto USBT (Uomo Senza Biglietto Timbrato). Ha lo stesso biglietto in tasca dai tempi del Duce, e non l’ha mai timbrato. Si piazza vicino all’obliteratrice ed è pronto a spergiurare di essere salito in vettura proprio in quel momento.

Se vi sentite pronti ad affrontare tutto ciò, la vita sui mezzi pubblici può regalarvi grandi soddisfazioni, come la possibilità di leggere una marea di libri mentre state bloccati nel traffico, incontrare l’anima gemella o anche raccogliere centinaia di spunti per brani come questo. Per tutto il resto, c’è l’automobile.