Fuori porta

Sulla mappa di Roma c’è una specie di triangolo con un vertice acuto puntato sull’inferno di Piazzale Numa Pompilio, tra le catacombe e l’EUR, che conserva ancora a nord-ovest una sacca di spazi vuoti, sempre più ridotta e assediata. Io non sono nata lì, ma è il primo posto che ricordo bene. C’erano pecore, campi di grano, casali diroccati. Ignoravamo che gli altri bambini non vivevano in mezzo a a queste cose. Continuavamo nonostante i rimproveri dei grandi a inghiottire polvere succhiando il didietro dei fiori, per il piacere di quella minuscola goccia di nettare. A pensarci bene, questo potrebbe spiegare molte cose.  L’orizzonte veniva eroso dai palazzi anno dopo anno, alimentando fantasie di decadenza inarrestabile del mondo.

Il ristorante esiste da sempre, da quel tipo di sempre che mi posso ricordare. Da quando era piantato saldamente in mezzo alla campagna e ci si andava soprattutto per i pranzi di comunione. Era vicino casa, era un posto grande ma abbastanza triste, sia perché spoglio sia perché a suo modo inevitabile, scontato, per le cerimonie di chi vivesse nel nostro quartiere. Per sfuggire al volgo profano, per la nostra prima comunione mia madre ci portò in un altro ristorante fuori porta, più piccolo, più lontano e più rustico. Tanto rustico che se esploravi tutto il giardino, ancora col veletto in testa e le scarpette bianche troppo grandi per essere carine, trovavi perfino un vecchio water nel retro. Però si mangiava bene.

Oggi il ristorante fuoriporta del mio quartiere è più vicino alla città e un po’ meno triste. La nostra epoca frivola ed esigente lo ha decorato di piccole grottesche lungo le pareti, il cortile esterno è grande e pulito perché un’enorme rete verde trattiene le foglie che cadono dagli alberi e compatta l’ombra d’estate. Pranziamo di fuori, oggi mia madre fa ottanta anni: la sorella, la consuocera, le cognate sono le dame d’onore coetanee, il resto è una gazzarra di nipoti e due figli troppo vecchi per averli fatti e, soprattutto, per badarli come si conviene. Quand’era giovane ci faceva da madre, da padre e da esempio di figlia insofferente. Ancora oggi testimonia l’indomita natura del suo spirito a dispetto dell’età, per esempio quando ci giudica degli incapaci, o ci invita a non rompere le palle. I nipoti li adora tutti.

Nel tavolo accanto a noi hanno già finito, ovunque nei piatti gli avanzi di quando si ordina troppo perché pagano i vecchi. C’è il nipote con qualche problema, con la barba e i capelli lunghi, forse si lava pure poco. L’ho visto appartarsi in macchina per dormire un poco sul sedile davanti, fa tardi la notte, per scrivere o magari per bere in giro.

Ne parlo perché ho l’impressione che le feste ci denudino, come famiglie. Mostrano tutta la nostra stanchezza, perché anche per festeggiare ci vuole energia. Qualcuno a turno deve correre dietro ai bambini per lasciarci parlare con i grandi che non vediamo da una vita, non tutti i discorsi sono allegri come confessare a una zia che l’hai messa a sua insaputa in un romanzo. I giorni ci fanno inghiottire polvere e, a volte, senza nemmeno quell’inezia di dolce che davano i fiori. Ma ieri ho visto un bambino strapparne uno e insegnare a un coetaneo a tirare fuori quella piccola goccia, e oggi tornando a casa un cantiere sequestrato e un avanzo di parco regalano ancora qualcosa di caro alla mia tribù: un poco di orizzonte vuoto.

Davanti al portone

Non sono sempre stato una guardia giurata. A quarant’anni mi sono trovato ad indossare la divisa e il cinturone dopo l’ennesima crisi dell’edilizia che, come manovale, mi ha lasciato a casa senza lavoro. Essere una guardia giurata non è una gran soddisfazione, è persino un po’ noioso. Nessuno si ricorda di te, nessuno parla con te se non per chiederti a che ora apre la banca oppure se lo sportello bancomat è in funzione. Fai sempre le stesse azioni, apri la filiale alla mattina, la chiudi alla sera, passeggi davanti al portone squadrando tutti i passanti, senza guardare realmente nessuno.

Dopo alcuni mesi, la ditta di security per cui lavoro mi ha mandato all’ufficio centrale dell’AMA, in via Capodafrica. A cosa serve una guardia giurata davanti a quello che è, in effetti, uno sportello pubblico? Evidentemente non conoscete l’AMA, l’azienda municipalizzata romana per la raccolta della nettezza urbana. Ogni giorno, da ogni parte della città, centinaia di utenti arrivano allo sportello per le loro pratiche, per richieste informazioni e soprattutto per i protesti. Se dalle parti del Colosseo vedete qualcuno con il capo chino e scuro in volto, vuol dire che sta andando a protestare con l’AMA. Come tutte le proprietà dello Stato, l’AMA non funziona alla perfezione, e quando le cose non vanno bene con l’immondizia, quando i quartieri e la città sono sporchi e trascurati, il malumore della gente sale repentino e li porta qui, davanti al portone, a parlare con me.

“Quanto c’è da aspettare?”

“Almeno un’ora…ci sono già quaranta persone, dentro.”

“Ma non posso entrare e mettermi seduto?”

“No, per ragioni di sicurezza.” E’ sempre una balla quando dico quella frase, ma si preferisce evitare calca all’interno dell’ufficio, soprattutto quando qualcuno da in escandescenze allo sportello e c’e’ bisogno del mio intervento.

Ne passano tanti, davanti al portone, ed è difficile che io riesca a catturare qualche volto e mantenerlo nella memoria. Da chi chiede informazioni per gettare gli elettrodomestici, a chi deve ravvedere la sua posizione pagando le tasse arretrate, fino ai commercianti che ogni mese devono pagare migliaia di euro di tariffa rifiuti.

Nessuno, però, è come il signor Franco. Egli si presenta ogni lunedì mattina, con il suo foglio in mano, dove ha annotato tutte le anomalie e i disservizi che l’azienda ha arrecato al suo condominio, durante la settimana precedente. Il signor Franco abita dalle parti di Colli Aniene, dove si svolge la raccolta differenziata porta a porta, ma non è né l’amministratore, né il portiere dello stabile; è un pensionato, uno degli ultimi ad usufruire del vecchio sistema, che gli ha permesso di ritirarsi prima del compimento dei sessant’anni.

“Voglio parlare con il responsabile!” Esordisce sempre così, come se ci fosse ancora bisogno di conoscere le sue intenzioni.

“Adesso il responsabile è occupato…dovrà aspettare un po’.”

“Aspetterò…non ho alcuna fretta!” Il signor Franco non ha mai fretta, forse perché non ha altro da fare. Di altezza media e corporatura robusta, stempiato e un po’ brizzolato, ha le mani tozze di chi ha svolto lavori di fatica, e il sorriso sincero di chi sa di fare la cosa giusta. Qualche volta, fumando una sigaretta, ho avuto l’impulso di chiedergli perché lo facesse, ma mi sono trattenuto, e non soltanto per discrezione professionale. La solitudine dell’età matura ti porta a prendere a cuore le cause perse più bislacche, quelle per cui nessuno ti ha chiesto nulla, quelle per cui intravedi un obiettivo, qualcosa da raggiungere in una vita dove i rimpianti hanno sorpassato i sogni.

“Signor Franco, il responsabile del servizio clienti la sta aspettando.” Nonostante tutto, il signor Franco viene sempre ricevuto dal dirigente di turno. In fondo sanno che ha ragione a lamentarsi, e che la sua pedanteria potrebbe trasformarsi in un boomerang mediatico ben più ampio, se trascurata. Di solito le audizioni del signor Franco presso l’AMA non durano più di quindici minuti, durante i quali viene lungamente rassicurato. “Faremo più attenzione”, “Cercheremo di non saltare i giorni per la raccolta”, “Stiamo migliorando il servizio”, queste sono le frasi che rispondono alle lamentele del signor Franco, che se le porta a casa soddisfatto. Ogni lunedì, comunque, egli ritorna, perché l’azienda non ha mantenuto le sue promesse. E’ una sorta di eterno ritorno che non stanca nessuno, così pare. Chissà come passerebbe i suoi lunedì, il signor Franco, se i disservizi cessassero definitivamente.

Verso mezzogiorno la calca diminuisce. Tutti sanno che all’una l’ufficio chiude, quindi è inutile presentarsi a quell’ora, quando vengono soltanto smaltite le file createsi. Il signor Franco è dentro da un bel pezzo, più del solito mi pare, come se stavolta la sua questua meriti maggior attenzione e rispetto, come se stavolta qualcuno voglia realmente risolvere i problemi denunziati da un cliente assillante. Sono curioso di scoprire cos’è realmente accaduto, vorrei avere una scusa per poter entrare. Davanti al portone non è più rimasto nessuno, quindi posso girovagare con maggior libertà, persino entrare nelle stanze dove gli impiegati gestiscono le pratiche burocratiche, ingarbugliandole e perpetuandole.

Sale il brusio, mentre attraverso il corridoio principale.

“Si è sentito male???”

“Non lo so, ad un certo punto i toni si sono alzati…poi un tonfo.”

Entro rapido nella stanza del dirigente. Temo per una colluttazione. La stanza è ampia e luminosa, affaccia su un cortile interno ed è arredata con un’ampia scrivania ed un divanetto. Quando entro, il signor Franco è disteso lì, con un dirigente ed un paio di impiegati che si stanno sincerando delle sue condizioni.

“E’ soltanto un mancamento…non sono messo così male!”

“Signor Franco, lei ci fa prendere gli spaventi! Abbiamo chiamato l’ambulanza…è meglio che si faccia fare qualche controllo. Male non le fa, no?”

Il signor Franco ha lo sguardo acceso come sempre, che si nota ancora più del solito con il viso pallido. Quando finalmente si accorge di me, fa un gesto con la mano, come per chiedermi di farmi più vicino. Gli impiegati e il dirigente, data la mia presenza, si sentono più sollevati dall’imbarazzo della situazione, ed escono dalla stanza per andarsi a prendere un caffè.

“Franco, stavolta l’hai fatta grossa…”

“Anche tu, ti ci metti? Non è niente, fidati…”

“Però hai fatto preoccupare tutti…” 

Il signor Franco ammicca, ironico. “Si preoccupano soltanto della facciata, dello scandalo…come quando vengo a lamentarmi del servizio.”

E allora perché continui a venire ogni lunedì, penso. Poi lui mi mostra un foglio.

“Ogni tanto, però, si ottiene qualcosa. Il responsabile si è impegnato a garantire un doppio turno di raccolta per il mio isolato.”

Arriva l’ambulanza. I paramedici aiutano a far salire il signor Franco sulla barella. Egli prende il foglio e se lo stringe al petto, distendendo le gambe.

Tre mesi

“L’impianto idraulico?”

“E’ da rifare.”

“E l’impianto elettrico?”

“Come se non ci fosse. Abbiamo solo un filo che alimenta quella lampadina che vedi in mezzo alla sala.”

Francesca non si scompose. Aveva visto delle situazioni ben più disperate, e ne era sempre uscita con un gran successo di pubblico e critica.

“I soffitti a volta sono molto belli.” Luigi fece spallucce.

“Una volta erano tutti così…non capisco cos’abbiano di speciale.”

“La loro peculiarità è di non essere figli di quest’epoca. L’uomo è un animale strano: fa di tutto per superare il presente, e una volta passato, vuole riportarlo indietro.”

A quelle parole, Luigi s’irrigidì, voltandosi lentamente. Stava togliendo alcune ragnatele da una delle finestre a bocca di lupo che davano su via del Porto Fluviale. Nonostante fosse un uomo maturo, aveva ancora il fisico e i movimenti di chi si tiene costantemente in forma.

“Questo vale anche per le persone?”

“Le persone sono molto orgogliose.”

Uscirono su strada. Un misto di polvere e muffa esalò attraverso il battente in legno. I rumori del traffico li avvolsero senza tregua.

“Quanto ti fermerai a Roma?”

“Tre mesi, il tempo di ristrutturare il locale e lanciarne la gestione.”

“Niente di diverso dal solito, quindi.”

Francesca inclinò il capo, con un vezzo infantile, come se non fosse una donna di cinquant’anni. “Cosa ti aspettavi?”

“Nulla. Non mi aspetto più nulla da un pezzo, ormai.”

Passeggiarono verso il Ponte di Ferro. L’aria era tiepida, rinfrescata dall’umidità del fiume.

“Sono contenta che tu abbia deciso di affittarci il locale. Era da tempo che insistevo con i capi sul fatto di essere presenti anche a Roma.”

“Ai miei non interessava valorizzarlo, io ho idee differenti. Piuttosto, non trovi singolare aver scelto questo quartiere?”

“Non direi. Sono anni che l’Ostiense ha smesso di essere un centro industriale. Ormai è posto da movida, tale e quale a Testaccio. Con altri spazi.”

“Parli sempre di lavoro. Non intendevo quello.”  Erano sul percorso pedonale del ponte, affacciati sul Tevere. Luigi mirava il gazometro, pensieroso. Geometrico, perfetto ed imponente, il gazometro era tanto alto quanto defilato, al punto che già da Ponte Marconi non lo si riusciva a vedere, nascosto tra le anse del Tevere. Nell’area industriale era però un’istituzione, la dominava fiero.

Luigi la salutò dopo qualche minuto, incamminandosi verso il negozio di ferramenta che gestiva dalle parti di Portaportese. Era sempre stato un uomo solido, Luigi. Molto realismo, pochi sogni. E Francesca, vent’anni prima, aveva cercato il sogno.

Il cellulare iniziò a vibrarle dentro la borsa.

“Pronto, Francesca? Sono Angelo, dall’agenzia di viaggi. Le stavo riservando la prenotazione hotel per la sua trasferta romana.”

 “Sì. Può prenotarmi un albergo in zona Ostiense?”

“Certo. Non vuole andare al solito di via del Corso?”

“No, grazie. Preferisco restare vicina al posto dove lavoro.”

A chi voleva mentire? Si era trattenuta davanti a Luigi, ma ora poteva anche fare quel che desiderava, sin da principio.

Francesca riattraversò il Ponte di Ferro e prese la via del commercio, fino in fondo, fino al gazometro. Le sembrava ancor più bello di quanto ricordasse, più affascinante di quando, da bambina, lo associava soltanto al lavoro di suo padre, che era stato operaio per la Romana Gas. Le persone fanno di tutto per superare il presente e, una volta passato, anelano di riviverlo. Avrebbe rifatto la scelta di seguire Steve a New York, vent’anni prima?

Avrebbero dovuto illuminarlo, il gazometro, come avevano fatto per la Notte Bianca, qualche anno prima. Ma Roma non sembrava più città da notti bianche, bensì un agglomerato di agglomerati, con fila sempre più sottili a tenerli insieme. Aveva ragione Luigi, la scelta del suo locale non era stata casuale, né la spinta che aveva dato in azienda per avere il progetto in affido. Era stato un modo per tornare a Roma, per tre mesi.

Si lasciò il gazometro alle spalle, riprendendo via Ostiense. Non aveva programmi per la serata. Sarebbe potuta andare a trovare sua madre, ma aveva tre mesi per farlo. In effetti, aveva tre mesi per fare molte cose, anche per andare sulla tomba del padre, dove non era mai stata. Le persone fanno di tutto per superare il presente e, una volta passato, anelano di riviverlo. Perché era mancata alle sue esequie, recandosi a Parigi per un’inaugurazione?

Suo padre non c’era più, la Romana Gas non c’era più, ma il gazometro era ancora lì. Luigi non era più un ragazzo, ma era ancora lì. Steve invece se n’era andato da un pezzo, alla ricerca di una nuova avventura. Francesca non l’aveva però seguito, quella volta. Non aveva più avuto voglia di sognare. Portava avanti le sue attività, ma non aveva più la grinta e l’entusiasmo di una volta. Adesso aveva tre mesi, per capire.

Senza accorgersene arrivò a Portaportese, davanti al negozio di Luigi. Si affacciò, lentamente, sulla soglia. Luigi stava seguendo un cliente tra gli scaffali, ma la vide subito, senza proferir parola.

“Che ne dici se ce ne andiamo a mangiare in qualche locale a Trastevere? La sera non lavoro.” 

Tutto uguale

La mia famiglia era originaria della provincia di Teramo, ma negli anni tutti i nostri possedimenti abruzzesi erano stati venduti, motivo per cui ogni volta che “andavo a trovare la nonna”, facevo tappa sulla Laurentina. Abitava in uno di quei palazzoni sorti durante gli anni Sessanta, dodici piani di cemento armato sparuti e isolati alle spalle di un riserva incolta e semi-rurale che si allungava quasi fin sotto Trigoria.

La nonna stava al penultimo piano, in un appartamento di quasi cento metri quadri, fin troppo grande per le sue esigenze di anziana vedova. Il balconcino abitabile godeva di quella panoramicità tipica della periferia romana, che ti fa passare dalla magnificenza fascista dell’EUR fino alla residenzialità un po’ squallida di Spinaceto. Andavo spesso a trovare la nonna: abitavamo non troppo lontani da lì, in via delle Sette Chiese dalla parte dell’Ardeatina, e alla mamma faceva comodo lasciarmi per qualche ora, mentre lei sbrigava commissioni varie.

Erano passati tanti anni da allora, ma ricordavo tutto come se fosse ieri. Quando la mamma mi telefonò per informarmi che la nonna era morta, di colpo ripiombai in quella vita, come se una reazione spontanea mi avesse portato a ricrearla per dare a lei una seconda, ancorché effimera, possibilità di esistenza. Quanti pomeriggi avevo trascorso, dopo la scuola e i compiti, nel cortile del condominio, tra i parcheggi e i box auto? Giocavo a pallone con i ragazzi di zona, e ci prendevamo le sgridate degli adulti se abbozzavamo le automobili.

Dopo il funerale, la mamma mi chiese di darle una mano a riordinare la casa. Nell’ultimo periodo, pur avendole assegnato una badante, la nonna si era lasciata un po’ andare e comunque c’erano tante cose da buttare o da dividere tra lei e i miei zii. Presi qualche giorno di ferie dal lavoro, quindi, e ci mettemmo all’opera.

Dei ragazzi con i quali giocavo non era rimasto quasi nessuno, da quelle parti. Si erano tutti trasferiti altrove per mettere su famiglia, lasciando la residenza ai vecchi e agli immigrati. Quello non era un quartiere dove le case erano nuove, né a buon mercato. Di bambini in giro ne vedevo assai pochi, e avevano tutti il colore della pelle differente dal mio. La mattina del secondo giorno, dalla porta dirimpetto, si affacciò sul pianerottolo un uomo che aveva più o meno la mia età. Riconobbi subito Ivano.

“Carlo, sei tu? Quanto tempo…” Mi strinse la mano, fredda e debole.

“Ciao, Ivano. Come stai?”

“Come sempre.” Erano almeno quindici anni che non ci vedevamo. “Condoglianze per tua nonna. Ho saputo…”

“Grazie. Abiti ancora qui, tu?”

“Sì, con mia madre. Perché?” Sembrava infastidito.

“Curiosità. Mi sembra che di quel gruppetto di ragazzi non ci sia più nessuno.”

“Hai ragione. Ora scusami, ma devo andare all’Università.”

Era il solito Ivano, schivo come sempre. Quello che non giocava mai a pallone, ma che le rare volte in cui scendeva si portava i giochi in scatola e il tavolino da picnic con le sedie, e ci coinvolgeva in qualche nuova avventura di Dungeons and Dragons che inventava lì per lì.

La mamma era già in casa, dritta sulla scala, intenta a svuotare un soppalco che la nonna si era fatta realizzare nel corridoio. Nonostante ci fosse una cantina nel seminterrato, aveva preferito avere sempre tutto a portata di mano, pur non utilizzandolo mai.

“Università? Guarda, non so cosa faccia lì, la madre si è sempre lamentata con tua nonna per il suo futuro.”

“In che senso? Non ha un lavoro?”

“Non si sa. Non si sa neanche se si è laureato, infine. Se anche fosse successo, la madre non è stata invitata alla cerimonia.”

“Scusa, ma di cosa vive?”

“Il vitto ce l’ha, abita con la madre. Per il resto, non si sa, a casa non chiede più soldi da un pezzo.”

Mi sembrava una situazione surreale. La mamma mi spiegò che ogni tentativo, da parte dei famigliari, di affrontare il discorso era stato rifiutato con forza, quasi con violenza, da parte di Ivano. Aveva pochissimi amici, non usciva quasi mai. Assomigliava alla vicenda di un qualsiasi adolescente incompreso, ma era la storia di un quasi quarantenne senza prospettive. Così sembrava.

Il terzo giorno la mamma aveva da fare, e andai da solo. Dovevo svuotare alcuni armadi, fare una cernita e poi riempire alcune scatole. Arrivai presto, intorno alle otto. La luce era invitante sul balcone e mi affacciai, alla ricerca di non so cosa. Come per qualsiasi palazzo disperso in mezzo al nulla della periferia, il vento non trovava ostacoli e schiaffeggiava tanto le finestre, quanto il mio viso. Mi concentrai su quella che era stata la finestra della camera di Ivano, e che lo era tuttora. Le imposte si erano appena chiuse, e la serranda si stava abbassando. Presi allora una decisione da romanzo, di quelle che soltanto la curiosità o la voglia di cercare qualcosa d’interessante, anche dove non c’è, fanno prendere.

Ivano era da poco entrato nell’ascensore quando uscii di casa e iniziai a scendere le scale. Erano undici piani, sapevo che lui mi avrebbe comodamente anticipato. Iniziai a seguirlo, e quando lo vidi prendere l’autobus 076 capii anche dove stava andando. Salii quindi in auto, e seguii il mezzo pubblico fino alla fermata della metropolitana, dove Ivano scese. Fui fortunato a parcheggiare sulla parallela di via di Vigna Murata, e a non perdere il contatto visivo. Ivano continuava il suo tragitto a passo lento con il PC a tracolla, il capo chino e la cadenza del condannato.

Riuscii a salire sulla carrozza accanto a quella del mio vecchio compagno di giochi, mi appoggiai al vetro dal quale potevo controllare chi scendeva. Ero ridicolo o no? La curiosità mi stava soggiogando, e non si frenò neanche quando constatai come Ivano stesse scendendo alla fermata Policlinico, tipico di chi va alla Città Universitaria. Era proprio lì che si stava recando, quindi, e lì continuai a seguirlo, tenendomi a qualche centinaio di metri di distanza. Quando entrò nel padiglione della nostra Facoltà, me lo persi su una rampa di scale. Ero indaffarato con lo smartphone, stavo cercando il suo nome sul sito dell’Università, non trovandolo né tra i dottorandi, né tra gli assegnisti.

Era da tanto tempo che non andavo all’Università, da quando mi ero laureato, gli stessi anni in cui avevo perso di vista Ivano. Quando venni assunto in azienda lui aveva appena iniziato la tesi con il mio stesso relatore, il Professor Lambruschini. L’edificio della Facoltà era immutato, con quello stile da Ventennio, i lastroni di marmo, le ampie finestre e un po’ di decadenza per l’usura e l’incuria. Era tutto uguale, a cominciare dal custode all’ingresso, Bruno, simpatico e fannullone, a cui gli anni sembravano non passare mai.

Salii la rampa centrale di scale, e mi trovai al piano riservato alle stanze dei professori. Di Ivano neanche l’ombra, ma il professor Lambruschini aveva lo stesso studio di quando lo andavo a trovare per parlargli dei miei progressi nella tesi. Pensai che ormai doveva aver passato i settanta da un pezzo. Non doveva ancora sembrargli ora di smettere, oppure non voleva ritrovarsi a casa con la moglie. I racconti dei suoi litigi coniugali facevano ormai parte dell’aneddotica dell’Ateneo.

Arrivai poi al piano successivo, quello riservato ai laboratori. Nell’anticamera c’erano le macchinette del caffè. Almeno quelle erano diverse, avevano cambiato distributore. Fu in quel momento che, dal fondo del corridoio, mi apparve Ivano. In fondo era cambiato, pur restando fedele a se stesso. I capelli erano più radi e brizzolati, ma la montatura degli occhiali era rimasta tale e quale. Ero sicuro di aver già visto la felpa verdolina di pile e i pantaloni di velluto marroni. Anche l’orario in cui prendeva il caffè era immutato, le dieci in punto. Salutava distrattamente studenti che avevano quasi la metà dei suoi anni e assistenti che erano invecchiati con lui. Mi riconobbe, ma restò impassibile alla sorpresa di vedermi lì.

“Chi si rivede! Non saranno troppi, due incontri consecutivi?” Gli sorrisi. Mi offrì il caffè, inserendo la moneta prima di me.

“Direi di sì…l’universo potrebbe esplodere!”

“Sei sempre stato il catastrofista del gruppo, Carlo…”

Lui invece era sempre stato il sognatore, in grado di inventare mille situazioni e mondi completamente differenti l’uno dall’altra. Forse era questa la qualità che gli aveva permesso di restare lì, per tutto quel tempo, senza aver voglia di cambiare. Sembrava così a suo agio all’Università, quasi che fosse quella la sua reale casa, e non l’appartamento che divideva con la madre, fonte di polemiche, rimorsi e sensi di colpa.

“Ho visto che Lambruschini è ancora saldamente in sella…”

“Non solo! Ora è anche preside di Facoltà…io collaboro con lui.”

“Collabori?”

“Sì, abbiamo scritto numerosi articoli per riviste internazionali…ovviamente firma lui, io non figuro.” 

Sospirai. “Deve essere duro non veder riconosciuto il proprio lavoro.”

“E’ la gavetta, caro. Funziona così in azienda, e tu ne saprai qualcosa, ma ancor di più all’Università. Si tratta d’investire su se stessi e sul proprio futuro. Prima o poi si riscuote.”

“Prima o poi?”

Ivano sorrise, forse ammiccante. “Lambruschini non è eterno, Carlo. A breve andrà in pensione. E io riscuoterò.”

Ci salutammo, e Ivano riprese il corridoio verso i laboratori. In fondo c’erano due porte, quella a sinistra era riservata a studenti e dottorandi, quella a destra ai professori e ai rispettivi assistenti. Ivano aprì quella a sinistra, e poi sparì dalla mia vista.

L’amica di mia figlia

Piero era nato e cresciuto a Montespaccato, ma non aveva mai particolarmente legato con i coetanei del luogo. Anche adesso che aveva valicato il mezzo secolo di vita, passando per quel bar su via Cornelia, dalle parti di Boccea, incrociava molti ex-compagni di giochi e di scuola, ma non si andava mai oltre un mezzo cenno con la bocca. Nessuno sembrava avergli perdonato di aver avuto successo nella vita, e di non essersene andato da lì.

Piero era un maestro di golf, un professionista che girava i circoli più “in” della Capitale, insegnando la tecnica a chi poteva permetterselo. Guadagnava piuttosto bene, ma per amore della sua famiglia non s’era spostato in quartieri meno popolari. Avevano cambiato casa, questo sì, avendo acquistato un attico terrazzato da dove si arrivava a vedere a San Pietro. Era come se fossero sempre in contatto con il cuore di Roma, pur vivendo in una periferia assai prossima al GRA. La Basilica, poi, gli ricordava di quando aveva conosciuto Gloria, nei primi anni Ottanta. La madre di lei gestiva un’edicola nei pressi di porta Cavalleggeri, e tutte le volte che Piero passava con il motociclo, non poteva che fermarsi a rimirare la figlia che le faceva qualche commissione. Un giorno aveva preso il coraggio a due mani e aveva chiesto alla madre il permesso di telefonare a casa, e da lì era nata la loro storia d’amore e il matrimonio.

Piero aveva accettato volentieri di fermarsi a Montespaccato, anche perché lui il quartiere non lo viveva affatto. Neanche di domenica. La vita di un professionista del golf è anzi ancor più intensa nei weekend, tra tornei, circoli, lezioni ai lavoratori che si rilassano nel fine settimana. Non c’era mai, accentuando forse il distacco dalla comunità.

Quel distacco cessò quando Gloria morì. Oltre al dolore, era ora costretto a occuparsi della casa e di sua figlia Laura, che aveva passato i vent’anni e frequentava l’università. Piero allentò il ritmo, lasciandosi le lezioni del fine settimana e diradando molto gli impegni nei giorni feriali. L’abbraccio con Montespaccato si serrò. I primi due anni frequentò la parrocchia di zona, si diede da fare con il volontariato. Si trattava di un’attività che gli faceva bene al cuore, e che non gli richiedeva di mettere in ballo le sue ferite. Si occupava del bene altrui, e indirettamente ne faceva anche a se stesso.

Dopo il volontariato, tornò a frequentare dei punti di ritrovo più canonici, come il bar all’angolo, quello dove la moglie veniva spesso con le amiche a farsi un caffè, quello dove Laura scendeva per prendere il latte fresco, quello dove per i vecchi che giocavano a carte lui era sempre il “fortunello” che aveva fatto i soldi. Anche adesso, che era vedovo mentre loro, tutti più anziani di lui, avevano ancora la moglie.

“Piero, prendi il solito?”

Maria, la barista, tradiva le origini balcaniche, nei lineamenti così come nei modi di fare spicci e diretti. Era arrivata dalla Romania da ragazzina, e parlava un italiano pressoché perfetto. Era un peccato che non avesse proseguito negli studi, dopo i problemi di inserimento aveva iniziato ad avere un ottimo profitto. Piero se lo ricordava perché era in classe con Laura, alle medie. Erano rimaste amiche, e spesso uscivano il sabato sera per locali.

“Certo…caffè macchiato freddo, al vetro.”

“Oggi non vai al campo?”

“Più tardi…ho lezione nel pomeriggio.”

“Sai, mi piacerebbe imparare il golf. I campi sono così belli…si fa una passeggiata, e ci si rilassa!” Maria guardava in alto, sognante, mentre la macchina del caffè faceva il suo dovere, dietro al bancone. Era diventata una bella ragazza, i capelli bruni e fluenti fino alle spalle, il fisico formoso nei punti giusti, gli occhi espressivi e la bocca sensuale.

“Quando vuoi, t’insegno io. Gratis, s’intende.” Maria sorrise, portando le mani ai fianchi.

“Dai, sei troppo gentile! Poi ci mettiamo d’accordo.” Piero ricambiò il cenno d’intesa, bevendo il caffè in un sorso, senza zucchero. Stavano flirtando? Il dubbio l’aveva, perché erano trent’anni che non praticava. Si sentiva adosso lo sguardo degli altri clienti, più del solito. C’erano Leonardo e Marcello che parlottavano, seduti ad un tavolino. L’avevano sempre preso in giro, quando aveva iniziato a giocare a golf ai tempi delle medie. Lo scherno si era trasformato in invidia, quando lui aveva cominciato a girare in Italia e in Europa per tornei, mentre per loro non c’era stata altra scelta che lavorare come manovali nei cantieri tra Giustiniana e Tomba di Nerone.

“Glielo insegnerei io il golf, a quella…” Leonardo aveva alzato il tiro, oltre che la voce.

“Come, prego?” Piero si era voltato, e lo fissava negli occhi.

“L’ho capito io, perché ti sei scelto quel mestiere…” Cercavano la litigata, e Piero era anche pronto a dargliela.

“Lasciali perdere, non mischiarti con loro. Ci sono abituata, le rumene vengono considerate facili.” Gli aveva messo la mano sul braccio, e Piero aveva sentito come una scossa. Era tanto che non provava sensazioni del genere.

“Sabato esci con Maria?” A cena, Piero aveva interrotto i lunghi monologhi universitari di Laura. Era assai orgoglioso di lei, e dello scrupolo con il quale perseguiva i suoi obiettivi. Era tutta sua madre.

“Penso di sì, perché?”

“No, niente…dove andate di solito?”

“Lo sai già…in qualche pub, discoteca…”

“Andate con i vostri ragazzi?” Domanda strategica. Laura sbuffò, scocciata.

“Che ti è preso stasera? Lo sai che non ce l’ho il ragazzo…e neanche Maria, in questo momento.” Aveva capito qualcosa? Chissà come l’avrebbe presa…

Dopo cena, Piero passò davanti allo specchio lungo che tenevano in corridoio. Lo sport lo aiutava, era ancora asciutto in perfetta forma. Quanto alla testa calva, andava di moda anche tra i ragazzi, non ci si faceva molto caso. La differenza d’età, però, si vedeva tutta, ed esplodeva in maniera palese quando erano uno di fronte all’altra. Poteva essere sua figlia, altroché…eppure era attratto come un ragazzino. Ogni scusa era buona per passare davanti al bar, allo stesso modo in cui ogni scusa era stata sufficiente per allungare il tragitto verso San Pietro, per vedere Gloria. Maria non era Gloria, e soprattutto lui non era più il ragazzetto che sfrecciava tra Centro e Roma Nord.

“Papà, credo sia giusto che tu reinizi a farti una vita. Immagino che con il tuo lavoro sia possibile conoscere qualche signora, no?” Spontanea e tempista, come sempre. Ma quel termine “signora” era fin troppo esplicito, dal punto di vista anagrafico. Il padre preferì non rispondere.

Quel sabato sera, affacciandosi dal terrazzo, Piero vide Laura uscire dal cancello e salutarsi con Maria, che l’attendeva fuori dalla sua utilitaria usata. Entrambe truccate e accessoriate, da lontano sembravano assai più donne che ragazze. Maria lo vide e lo salutò con il braccio, l’uomo ricambiò con la mano.

La settimana successiva, Maria avrebbe iniziato le lezioni di golf.

Intermezzi urbani – Parte Prima

Al bar

“Quanto vorrei lasciare l’auto a casa. Se avessimo un servizio di trasporto pubblico capillare, quanto traffico in meno…”

“Scusa, ma non lavori all’EUR? Ci arrivi con la metro…”

“Ma hai visto cos’è la metro alla mattina? Una calca continua, gente che ti suda addosso, puzza…Se avessimo un servizio pubblico puntuale e frequente, quanti disagi in meno…”

“Già…ora devo andare in ufficio. Ci vediamo domattina…”

“Non vuoi che ti accompagni?”

“No, grazie. Sono cinquecento metri…faccio una passeggiata.” Leggi più

L’ultimo romano

Antonio se n’era andato presto, intorno ai vent’anni, appena concluso il liceo. In Inghilterra a studiare, poi a lavorare, infine a sposarsi e a metter su famiglia.

Anche Giovanni se n’era andato, per sempre, su una maledetta curva del Muro Torto. Amava le motociclette, Giovanni, ma la vita non lo aveva amato abbastanza.

Valeria, invece, era rimasta con loro fino ai trent’anni, quando gli studi in biologia marina l’avevano portata dall’altro capo del globo, in Australia.

Perché i genitori fanno di tutto per fortificare le ali dei propri figli, per poi soffrire, impotenti e insoddisfatti, nel vederli volare soli? Enzo e la moglie Assunta avevano compiuto enormi sacrifici per farli studiare. Come avrebbero potuto pretendere che si occupassero della loro pizzeria?

Tutti quanti se ne erano volati via, e Torpignattara non era più il quartiere di Pasolini, Ninetto Davoli e dei fratelli Citti. Incastonato tra la grigia urbanità di via Casilina e l’atmosfera da primi del Novecento che ancora alimenta il fascino del Quadraro, farebbe parte dell’area del Pigneto, ma nessuno sembra mai ricordarselo, non essendo stato oggetto di una recente e sfrontata speculazione immobiliare, non avendo ZTL, movida e Bar Necci a renderlo un ritrovo di hipster. Anche qui vi sono i villini di due o tre piani, anche qui esistono i vecchi magazzini della Roma papalina, ma nessuno ha ancora avuto l’idea di ricavarci dei loft a caro prezzo. Un tempo terra di confine tra centro e periferia, dove gli acquedotti romani sfociavano nella filarete, era ora divenuto un crocevia di lingue e razze senza alcun confine.

Enzo e Assunta erano nati e cresciuti a Torpignattara, e lì si erano innamorati. Una volta ci si salutava e aiutava, il condominio era una famiglia allargata, e ci si conosceva tutti. Delle famiglie che erano nate assieme alla loro non era rimasto nessuno. Il benessere li aveva portati tutti via da lì, verso abitazioni più lussuose, verso quartieri come S.Giovanni, Monteverde…Paride e Gabriella che avevano fatto fortuna con la ristorazione, erano finiti addirittura all’Aventino.

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La casa bruciata

Dopo alcuni anni di lavoro come consulente precario, Mauro venne assunto a tempo indeterminato. Per l’italiano medio, si tratta del momento in cui si abbandona l’affitto o i genitori per diventare proprietari d’immobile. Per il romano medio la questione si complica: bisogna anche scegliere in che quartiere vivere, in base al reddito, ai vincoli lavorativi e famigliari. I romani difficilmente abbandonano il proprio quadrante. Chi è di Roma Nord, resta nei paraggi di Roma Nord, così quelli di Roma Sud o Roma Est. E quelli di Roma Ovest? Roma Ovest non è mai esistita, è finita a Portaportese e nessuno l’ha mai chiamata così.

Un giorno di marzo, Mauro scelse di andare a vivere a Malafede. Prese la decisione così, di punto in bianco, senza consultare nessuno. D’altronde, cosa gli avrebbero potuto rinfacciare gli amici? Quelli che si erano dovuti comprare la casa, avevano acceso mutui trentennali per andare a finire a Ponte di Nona o a Tor Vergata. Non erano nella posizione per criticarlo. Quanto ai genitori, loro abitavano dalle parti della Cecchignola, in uno di quei palazzoni a dodici piani risalenti agli anni Sessanta, per cui una zona fuori dal GRA ne valeva un’altra.

Dubbi ve ne sono tanti, quando si pensa a Malafede. E’ brutto anche solo il nome, derivato da lontane ere medievali, che lascia presagire sventura o raggiro. Via di Malafede collega l’Ostiense a Castel Porziano, tagliando trasversalmente la Cristoforo Colombo. E’ una lunga strada che attraversa ex-paludi bonificate e pinete, e l’unico quartiere residenziale è di recente costruzione, nato poco dopo il Giubileo per mano di Caltagirone. Quasi nascosto, incastrato tra Acilia e Vitinia, è raggiungibile soltanto attraverso l’omonima via, il che implica, ogni mattina, un’abbondante minutaggio di fila ai semafori d’incrocio.

Perché andare a finire proprio a Malafede? Mauro non aveva moltissimi argomenti a sua difesa, sebbene nessuno lo stesse attaccando, ma citava sempre gli stessi: supermercati e asili nido. A differenza di altri neo-quartieri nati negli ultimi anni, a Malafede si poteva andare a piedi a fare la spesa, e le scuole materne erano nate all’unisono del centro abitato. Quasi un messaggio di speranza per il futuro della cittadinanza, no?

Le case a Malafede, comunque, non costavano poco. Non meno delle omologhe in zone più centrali dell’hinterland capitolino. Mauro doveva fare i conti con il bilancino, rispetto al suo budget: avrebbe dovuto farsi bastare i soldi, al netto del mutuo, anche per comprarsi i mobili. C’è da dire che a Malafede le case le davano rifinite, luminose, dagli spazi ottimizzati e dai terrazzi abitabili. Che in sintesi significa che erano dei bilocali risicatissimi con i soffitti di due metri e settanta, e d’inverno che ci fai con il terrazzo? Ci stendi soltanto i panni. Gli immobili erano dotati anche di box auto di pertinenza, perché i costruttori avevano ottenuto agevolazioni e sgravi fiscali nel costruirli. Comunque, nulla di diverso da altri quartieri extra-GRA.

Occasione, vero affare! Piano alto, salone, angolo cottura, camera, servizio, ampio balcone e box auto.

Il sito d’annunci non stava esagerando. Quella casa costava i due terzi del prezzo di tutte le altre dello stesso taglio, in zona. Mauro si affrettò a prenotare un appuntamento. Era talmente esaltato che convinse anche i suoi ad accompagnarlo nella visita. L’agente immobiliare li aspettava davanti alla palazzina, uguale a tutte le altre, in una delle strade intitolate ad attori e cantanti italiani che caratterizzavano il comprensorio. Davanti all’edificio, sorgeva un asilo nido.

“Hai visto che comoda, la scuola materna davanti a casa?”

“Prima dovresti pensare a trovarti una donna fissa, Mauro…e poi se farete un figlio dovrete cambiare immobile. Qui in tre non c’entrereste più, a meno di mettere il bambino in garage, chiaro!” Sua madre aveva sempre una buona parola su tutto.

L’agente era il tipico entusiasta per contratto, un ventenne che si portava ancora dietro i segni dell’acne adolescenziale, e che pareva essere appena uscito dagli studi. Gli studi da agente immobiliare, quelli per prendere l’abilitazione.

“Mi raccomando, ora non v’impressionate…” Non fecero in tempo a capire a cosa si stesse riferendo. Aperta la porta d’ingresso, vennero tutti travolti da un tanfo acre e soffocante. Odore di fumo. No, troppo forte. Odore di bruciato. I muri, tappezzati dalla carta da parati, erano trasfigurati da enormi aloni che sfumavano dal giallo verso il nero. Sua madre corse verso il balcone, tossendo senza soluzione di continuità. L’agente si era affrettato a spalancare tutte le porte e le finestre.

“Ma cos’è?” L’agente se lo doveva sentir dire spesso.

“Cominciamo a dire cosa non è. Non è il risultato di un incendio. So che faticate a credermi, ma è così. Semplicemente, il proprietario è una persona anziana, un accanito fumatore che bruciava interi pacchetti senza aprire le finestre, e questi sono i segni che ha lasciato all’appartamento.”

La madre di Mauro era allibita. “Ma è morto?”

“No, signora. Sta meglio di lei e di me.” Come credergli?

“La casa però sta malissimo. Non si può immaginare che abbia appena dieci anni.”

L’agente provò a far la sua parte fino in fondo.

“Questa casa non dovete vederla com’è adesso, ma immaginarla come sarà. Con una ripulita torna come nuova, e a quel prezzo non troverete nulla di simile. Se potessi prendere il mutuo me la comprerei io, ve lo giuro!”

Dato che non dovevano vederlo com’era in quel momento, diedero un’occhiata assai sfuggente all’intero appartamento. L’aria era irrespirabile, le dimensioni esigue, pertanto se ne andarono presto.

“Non vorrai mica comprarti quel cerino bruciato?”

Suo padre era di poche, ma ficcanti, parole. Da quando aveva smesso di fumare si era imbolsito, ma sembrava più serafico e meno ansioso.

“Papà, hai visto il prezzo? Anche calcolando una decina di migliaia di euro di spese per ripulirlo, avrei soldi a sufficienza per comprarmi dei bei mobili, non il solito Pax dell’IKEA!”

“Fa come credi, ma io ti ho avvertito…”

Mauro acquistò l’appartamento. La banca concesse il mutuo all’80% del prezzo d’acquisto, il perito non fece storie sullo stato dell’immobile perché il prezzo al metro quadro era assai inferiore alle tabelle dell’Agenzia del Territorio. Aveva quindi una buona cifra in contanti per ripristinare l’appartamento e arredarlo. Con suo padre che si era chiamato fuori sdegnato, Mauro non poté che rivolgersi allo zio Gianni.

“Lascia perdere i tuoi, hai fatto un buon investimento! Fosse per loro, le case dovrebbero essere subito bell’e pronte, chiavi in mano!”

Zio Gianni era l’affarista immobiliare della famiglia. Negli anni Ottanta aveva sfruttato un’eredità inattesa da parte della moglie, investendo su un paio di appartamenti al Portuense che a distanza di qualche anno avevano triplicato il loro valore. Robusto e tracotante nei modi, era il guru delle ristrutturazioni e seguiva in prima persona i lavori.

“Figliolo, con i materiali di oggi, basti tu e un rumeno e ti rifai la casa nuova!”

Il rumeno di fiducia di zio Gianni si chiamava Mircea, ed era venuto in Italia da ragazzino, dopo la caduta del regime di Ceausescu. Era scuro come la pece e dagli occhi schietti. Mircea veniva pagato in nero, e aveva tariffe modiche. Zio Gianni diede a Mauro la lista dei materiali da acquistare, e il neo-proprietario andò in missione assieme a Mircea. La missione doveva essere svolta in uno dei punti-vendita di Leroy Merlin.

Leroy-Merlin è il tipico non-luogo degli anni Zero dove il tempo sembra fermarsi, o almeno così devono pensare i tanti pensionati che vi passeggiano per ore, senza meta e senza scopo. Quando un pensionato esce dal negozio con un singolo acquisto, potete star certi che si tratta di qualcosa comprato per rimorso: il rimorso di aver perso tempo, per nulla. Una sera il padre di Mauro tornò a casa con un raccogli-foglie, e loro non avevano un giardino. “Può sempre tornare utile”. La madre non disse nulla, perché tutte le mogli amano Leroy-Merlin per la capacità con cui toglie i mariti dai piedi per intere giornate.

Dopo una mezzora passata a scegliere pennelli e rulli con Mircea, Mauro si era già stancato. Dovevano rintracciare un commesso per ordinare i bidoni con la tintura, ma un commesso di Leroy Merlin è una specie rara e ricercata, puoi vederli assediati di richieste dietro al loro bancone oppure vagare ciondoloni lungo i corridoi, e provare a placcarli con la tua esigenza. L’importante è bloccare quello giusto, perché ogni commesso di Leroy Merlin conosce soltanto la sua sezione, se gli chiedi altro può guardarti in un modo così spaesato che ti viene voglia di portartelo a casa e dargli un pasto caldo.

“Senta, mi servivano tre badili grandi di tintura. Il colore è giallo pastello, ocra tenue.”

“Che codice?”

“Codice?” Mauro non capiva, ma Mircea prese un librone e glielo aprì davanti.

“Signor Mauro, devi scegliere il campione di colore e poi dare il codice al commesso. Così lui lo mette nella macchina e ti prepara la tintura…”

Un’ottima soluzione per velocizzare il servizio, e per non discriminare i commessi daltonici.

Una brutta sorpresa li accolse quando iniziarono a togliere la carta da parati bruciata. Mircea scuoteva la testa, in piedi sulla scala.

“Ahi ahi ahi…il fumo s’è mangiato tutto!”

“Che intendi?”

Intendeva dire che il fumo non s’era limitato a impregnare la carta, ma era penetrato anche nelle mura. Anche zio Gianni, di solito accomodante, fu irremovibile. Andavano aperte le pareti e ristuccato il tutto. Per un’attività del genere non bastava un rumeno di fiducia, ce ne volevano tre: Gheorghe e Florian vennero ad aggiungersi a Mircea, e a Mauro toccò un’altra gita a Leroy Merlin, reparto edilizia.

Questa volta Mauro ebbe l’onore di parlare con un esperto di settore, praticamente un capo-reparto. I capi-reparto di Leroy Merlin si distinguono per un paio di caratteristiche salienti: indossano la cravatta sulla consueta camicia verdolina, e sono laureati. Il tipo di laurea non è significativo, è l’azienda a formarti per un percorso manageriale ricco di soddisfazioni. Insomma, se sei un laureato in filosofia puoi comunque ambire a dirigere il reparto sanitari, gli anni di pensatoio non saranno stati buttati invano.

“Mi sa dire quali sono i migliori prodotti per lo stucco?”

Il tizio sorrise. “Più spende, migliore è il prodotto.”

“Quindi questa marca che costa meno delle altre è scadente?”

“Nessuna marca venduta da noi è scadente, signore. E’ chiaro che le differenze insorgono in termini di longevità…”

Mauro finì per comprare i prodotti più costosi, e li pagò un occhio della testa. Chissà quanti ne vendevano, di quelli economici, dopo discorsetti del genere. Magari la gente si poneva molte meno domande, e viveva più serena.

“Come lo facciamo, lo stucco?” La sera, Mauro trovava sempre zio Gianni in compagnia dei rumeni, quando faceva una capatina dopo il lavoro. S’interessava come se fosse la sua, ma i soldi li metteva il nipote.

“Che intendi, zio?”

“Adesso va molto di moda lo stucco veneziano…è un procedimento un po’ articolato, ma che esteticamente non conosce eguali, poi con il bel tono di tinta che hai scelto…”

“E’ costoso?”

Zio Gianni minimizzò con lo sguardo. “Eh, un po’…ma già che ci siamo, figliolo…è qualcosa che ti resta.”

Mauro acconsentì, lasciando suo zio e i manovali dietro la porta d’ingresso. In quello stesso momento, dall’appartamento attiguo, era uscito un uomo, suo coetaneo o giù di lì, rasato e dinoccolato. Sapeva che i vicini di casa erano una giovane famigliola di tre persone, con il bambino di appena due anni.

“Sei tu il nuovo proprietario?”

“Sì, piacere Mauro.”

“Piacere un corno! Sono un paio di settimane che arriva una puzza di fumo nauseante dal tuo balcone. Io ci ho un bimbo piccolo, me lo vuoi intossicare?”

Mauro era allibito. “Stiamo semplicemente ripulendo l’appartamento…”

L’altro alzò l’indice verso di lui. “Senti, patti chiari e amicizia lunga. Già il vecchio era bello molesto, e gliene ho dovute cantare quattro per fargli chiudere le finestre quando si metteva a fumare…non voglio ripetere l’esperienza!” E se ne andò, scendendo le scale a due a due. Non proprio il migliore degli approcci, ma Mauro aveva già messo una pietra sopra la vivibilità del quartiere. A Malafede ci si va soltanto a dormire.

Man mano che le settimane passavano, i costi lievitavano. Il pretesto era sempre lo stesso: visto che stiamo rigirando la casa come un calzino, perché non rifarla per bene, ovvero con un allestimento superiore a quello dato dal costruttore? Furono cambiati gli infissi, sia le porte che le finestre, perché una passata di coppale non sarebbe stata sufficiente ad eliminare le parti in legno rovinate. Per lo stesso motivo, decisero di ricoprire il pavimento con dell’ottimo parquet. La sorpresa finale arrivò dal bagno: confuse tra gli aloni di fumo vi erano delle inconfondibili macchie derivanti dalle perdite del sifone. Come avevano fatto a non accorgersene? L’intero impianto venne sostituito e certificato: Florian era anche idraulico, lo si capiva dal villino all’Axa che si era comprato due anni prima.

Con un rumeno ti ripulisci casa, con tre rumeni ti ristrutturi casa, con tre rumeni ed uno zio megalomane ti ripulisci anche le tasche. Alla fine dei lavori, Mauro non aveva più un euro in banca, e dovette attendere un anno per riuscire a comprarsi i mobili, dell’IKEA, per giunta. I suoi non gli fecero pesare la prolungata presenza in casa, certo, ma il padre riprese a fumare, e ad accendersi le sigarette con i fiammiferi.

Quelli usati, spesso, li lasciava sulla scrivania di Mauro.

L’ingorgo

La vita di Teresa iniziò a peggiorare in concomitanza dei lavori per l’allargamento di via Tiburtina. In qualsiasi capitale del mondo occidentale i lavori stradali seguono un iter del genere: si pianifica una data d’inizio e di fine, si prevedono le chiusure, le deviazioni, si approntano i lavori, si rispettano le date e si riconsegna la strada ai cittadini. A Roma i lavori iniziano, e basta. Le transenne per le deviazioni diventano parte integrante dell’arredo urbano, le strisce gialle provvisorie invecchiando si schiariscono fino a sbiancare come se fossero definitive. I romani non si pongono neanche il problema. Sanno che un giorno i lavori non ci saranno più. I disagi, forse.

La vita di Teresa finì di peggiorare in concomitanza dell’arrivo della nuova capo-ufficio, la dottoressa Colombo. Trasferita dalla sede milanese da poche settimane, era una quarantenne single, carrierista e maniaca della puntualità mattutina. La dottoressa considerava fondamentale entrare in ufficio perlomeno alle ore nove, una richiesta fin troppo semplice da espletare, per una lombarda senza famiglia da sempre abituata a timbrare alle otto. Teresa, da madre separata, doveva accompagnare il figlio di otto anni a scuola, e non poteva certo lasciarlo un’ora prima.

Teresa non abitava lontana dal posto di lavoro. La zona residenziale di Marco Simone, a ridosso dell’omonimo campo da golf, distava meno di una decina di chilometri dall’ufficio dalle parti di San Basilio. Da quando erano cominciati i lavori, però, non riusciva a completare quel tratto di strada in meno di tre quarti d’ora. Il punto cruciale era all’incrocio con via di Settecamini e via di Salone, all’altezza dello stabilimento dei biscotti Gentilini, uno storico riferimento per gli abitanti della zona, al pari del trans che vi stazionava davanti, in attesa dei clienti, per tutta la giornata.

“Teresa, ho fissato un incontro con Lamberto, per domattina ore nove. Mi raccomando.” Lamberto era il referente di uno dei loro maggiori clienti, che Teresa seguiva in prima persona, da sempre. Voleva metterla in difficoltà e cogliere l’occasione per toglierle l’incarico? Non glielo avrebbe permesso, sarebbe uscita con larghissimo anticipo, chiedendo ad un’amica di accompagnare il figlio a scuola.

“Teresa, sono mortificata per domani, ma devo andare a prendere un parente alla stazione. Perdonami!”

Mite e tranquilla di natura, Teresa approcciò alla giornata in uno stato d’innaturale agitazione, una tensione pronta ad esplodere ad ogni curva della strada. Come prevedibile, il suo breve tragitto s’arrestò al solito incrocio. Mancavano venti minuti alle nove. A quel ritmo non sarebbe arrivata al lavoro prima delle nove e trenta. Meglio avvertire la dottoressa, e sperare in un ritardo del cliente.

Prese il cellulare, infilò gli auricolari. Non compose il numero, perché un urlo di decine di clacson la bersagliò, alle spalle. L’utilitaria di Teresa era la prima della fila in via di Settecamini, sarebbe toccato a lei immettersi sulla Tiburtina in direzione Roma. Avrebbe comunque dovuto lasciare la precedenza alle autovetture che già si trovavano sulla strada consolare.

Il clacson era in realtà uno solo, quello potente di un pullman regionale incolonnato dietro la sua vettura. La invitava a procedere, a inserirsi sulla strada principale. Teresa si girò verso il cruscotto. C’era un camion della nettezza urbana, e davanti ad esso uno spazio all’interno del quale si sarebbe potuta infilare, lasciando l’incrocio. Era ancora indecisa sul da farsi.

Un’altra sonata di clacson la convinse. Non capiva che beneficio ne avrebbe tratto l’autista del pullman, visto che spazio per lui non ce ne sarebbe ancora stato, ma era in ritardo e aveva tergiversato nel telefonare alla dottoressa. Tremava, per il nervosismo. L’avrebbe redarguita, lo sentiva, e le avrebbe tolto il cliente. Teresa s’infilò sulla Tiburtina proprio mentre il furgone della nettezza urbana stava per avanzare. L’azione della donna lo fece inchiodare, e Teresa si trovò davanti. La sua progressione fu breve, perché il semaforo successivo divenne rosso.

Forse poteva ancora farcela. Otto e quarantatre, recitava l’orologio di bordo. Decise di rischiare e non chiamare, non voleva consegnare la sua resa alla capo-ufficio. Un’ombra le si parò davanti al finestrino, era il conducente del furgone, nella sua divisa rossa, con numerosi piercing ai lobi, un vistoso tatuaggio tribale che gli scendeva lungo il collo, lo sguardo truce ed iracondo. Bussava al vetro e urlava.

“Aho! Mortacci tua! Ti senti soddisfatta? Adesso sì che hai guadagnato tempo!”

Teresa era paralizzata. Il semaforo era diventato verde, e davanti le autovetture stavano lentamente avanzando.

“Ah stronza! Ora scendi e mi dici in faccia perché cazzo non m’hai lasciato la precedenza!”

Dove lo avevano pescato, questo? Teresa pensò a quel che si diceva dei dipendenti pubblici, che non hanno a cuore il proprio lavoro. Magari era solo orgoglio maschile, per certi uomini è inaccettabile farsi tagliare la strada da una donna. Erano le otto e quarantasei, e stavolta il muro di clacson alle loro spalle era inequivocabile.

“Vuoi lasciare in pace la signora, e farci uscire a tutti da quest’ingorgo?” L’autista del pullman era comparso e si era parato davanti alla portiera di Teresa. Sebbene non avesse il linguaggio minaccioso dell’altro, era un uomo corpulento di mezz’età che sembrava sapere il fatto suo.

“No, ha voluto fare la stronza, ora me lo deve dire in faccia!”

“Ma che vai blaterando, non abbiamo tempo da perdere…e poi sai che ti dico? Sono stato io a spingere la signora a passare, lo sai?”

Il netturbino divenne paonazzo e iniziò a puntare il dito indice sul petto dell’autista.

“Ah, davvero? Brutto stronzo pure te, allora!”

Erano le otto e cinquanta. Dal modo in cui stava bloccando l’intera Tiburtina, Teresa capì che al netturbino non stava per niente a cuore il suo lavoro, ma aveva una gran voglia di attaccare briga. Anche lei era paonazza, ma dalla vergogna. Persino il trans, dall’altro lato della strada, la fissava dall’alto verso il basso, con quell’aria che sembrava dire “Guarda questa che ha combinato, mi sta rovinando la piazza!”.

Un trillo acuto spiccò nel muro di suoni che le stavano piombando addosso. Era il cellulare. Era la dottoressa.

“Teresa, tutto a posto? Ancora non la vedevo arrivare, mi sono preoccupata…”

“Dottoressa, mi scusi, tarderò per qualche minuto. C’è un ingorgo pazzesco sulla Tiburtina…”

“Va bene, non ti preoccupare. Lamberto mi ha telefonato ed è in ritardissimo. Ci vediamo dopo…e prudenza.”

Erano le otto e cinquantatre. Teresa si era tranquillizzata, era tornata se stessa. La discussione animata proseguiva. Qualche altro automobilista era sceso dalla propria vettura e si stava avvicinando per capire.

“Signora, è meglio che lei vada, qui non so mica come finisce!”

L’avvertimento dell’autista fu inutile. Teresa ingranò la marcia e partì. Si lasciò il capannello di persone e automobili alle spalle. Aveva almeno un chilometro di Tiburtina sgombra, avanti a sé. Era una vita che non la vedeva così, neanche la domenica. Superò lo svincolo per il GRA senza colpo ferire.

Alle otto e cinquantotto Teresa timbrò il cartellino.

Un agente immobiliare per amico

Era stata tutta colpa di Facebook. E di Antonella, quindi, ma questo non si poteva dire: i rapporti negli ultimi tempi erano diventati già piuttosto tesi senza il bisogno di mettere altra carne al fuoco. Il pensiero, però, faticava a toglierselo dalla testa, e lo rimandava fatalmente ad un anno prima, quando la fidanzata l’aveva convinto a iscriversi al famigerato social network.

“Ci sono tutti, è divertente!”, “E’ più facile mantenere i contatti e non perdersi di vista!”. Martino aveva tenuto duro per anni, ma alla fine era capitolato. Non c’era forse un motivo, se non vedeva più certe persone da tanti anni? Pur cercando di tenersi il più possibile lontano da Facebook, limitandosi a cliccare “Mi Piace” sugli aggiornamenti di Antonella, bastarono pochi giorni che Martino venne contattato da tutti i suoi ex-compagni di liceo. L’algoritmo glieli aveva suggeriti appena iscritto: chissà come faceva a saperlo, visto che non aveva neanche inserito il nome della sua vecchia scuola, il famoso Liceo Giulio Cesare nel cuore del Quartiere Trieste, quello frequentato e cantato da Antonello Venditti.

Cominciò Gigi, quello che chiamavano “Er Banana” per un naso che occupava metà del suo viso; poi venne Andrea, detto “Er Cicoria” per la passione che aveva nel coltivare e fumare certe piantine di origine orientale. A quel punto, gli era sembrato sgradevole far finta di niente, e aveva iniziato ad accettarli tutti. Soltanto Luca, il suo ex-compagno di banco, non si era fatto vivo, ma di lui aveva perso le tracce il giorno della pubblicazione dei risultati della maturità, pur avendo saputo che non si era trasferito fuori Roma.

La gestione di Facebook, in poco tempo, iniziò a sfuggirgli di mano. Come si sa, quando le vecchie comitive si ritrovano, il passo successivo è scontato, ovvero l’organizzazione di una serata-amarcord.

“Anto, io non ci vado…non ho mantenuto i rapporti con nessuno!”

“Perché rifiutare? E’ una bella occasione per ricordare i vecchi tempi.”

“E chi vuole ricordarli? Ero solo un sbarbatello sfigato che pensava a studiare e non veniva mai invitato alle feste.”

“E se venissi anch’io? In fondo li conosco tutti…” Antonella non era stata una sua compagna di scuola, ma era comunque di zona e aveva furoreggiato, negli anni Novanta, tutti i sabati pomeriggi a ballare al Piper. Dalle parti di Piazza Mincio tutti i coetanei la conoscevano, era stata la ragazza più popolare, passando da un flirt all’altro. Ai tempi dell’università aveva però deciso di mettere la testa a posto, quasi in una sorta di tacito accordo per il futuro con il padre ingegnere e dirigente di Finmeccanica, ed era stato proprio in quegli anni che si era innamorata e fidanzata con Martino.

Alla fine, ovviamente, andarono. La cena era stata organizzata in una di quelle pizzerie napoletane tutte uguali che si trovano in zona Tuscolana, all’altezza di via delle Cave. Antonella aveva scelto personalmente il locale: lei che avrebbe dovuto essere soltanto un’accompagnatrice, si era insediata all’istante nel comitato organizzatore. Era stato colpito dall’entusiasmo della sua fidanzata verso l’evento. Antonella era ancora una splendida donna nel fiore dei suoi trent’anni, ma ultimamente aveva pensato più alla sua carriera che ad altro: probabile che avesse covato quel desiderio di tornare, almeno per una sera, ai vecchi tempi.

Chissà se e quanto le mancavano, i vecchi tempi…Martino la ricordava così distante, all’epoca, come le ragazze in generale. Facevano parte di un mondo che non gli apparteneva: si conoscevano di vista, e poco più. Quel periodo gli pareva così remoto, ora che stavano traguardando i dieci anni di fidanzamento.

“Luca! Temevamo non venissi più!”

Luca era arrivato in giacca e cravatta, ben rasato e profumato. E in pesante ritardo. Un particolare che lo faceva sembrare lo stesso degli anni Novanta, quando scorrazzava pomeriggio e sera con lo scooter lungo viale Liegi. A differenza di Martino, nessuna stempiatura o accenno di pancetta.

“Scusate, ho avuto impegni di lavoro…Anto, non avrei mai potuto mancare questa serata!”

Si era seduto di fronte a loro due, in fondo alla tavolata, ma aveva rivolto dei cenni soltanto ad Antonella, ora ravvivata. Da quando era iniziata la serata, non aveva proferito parola, quasi non sembrava una delle persone che più avevano insistito per questa cena. Aveva solo pensato a come far sedere le persone a seconda dei rapporti. Martino mangiucchiava una zeppola, e li osservava incuriosito. Luca la chiamava “Anto”, come se non si vedessero dal giorno prima. La facile e rapida confidenzialità era una sua caratteristica, da sempre.

“Come ti vanno le cose, Anto?”

“Diciamo bene…si lavora molto. Papà mi fa sgobbare parecchio.” Nessun cenno al loro fidanzamento.

“Dai, non ti ci vedo nei panni della carrierista a tutti i costi…la Anto che ricordo sapeva godersi la vita. Ci credi che l’ultima volta che ci siamo visti è stato durante quella gita al Circeo?” Un sorriso tirato nacque sul volto di Antonella.

“Già, è passato così tanto tempo…Che lavoro fai?”

“Sono agente immobiliare, ho un ufficio a San Lorenzo.”

Loquace, simpatico, persuasivo e facilmente ondivago, Luca era sempre stato il prototipo dell’agente immobiliare. Martino glielo riconosceva, e vide nella sua ricomparsa un’opportunità sopita, quella di comprare finalmente casa e andare a convivere con Antonella. Era giunto il momento d’intervenire nella conversazione.

“Ma pensa, un agente immobiliare…che coincidenza, vero Anto?”

Antonella era avvampata in volto, tuttavia Martino non se ne curò molto. Tutti gli altri sapevano della loro lunga e duratura relazione, tanto da definirli “gli eterni fidanzatini”. Luca, finalmente, si era girato verso il suo ex-compagno di banco. Dopo averlo lungamente ignorato, adesso lo vedeva. Succedeva così anche a scuola, durante la ricreazione, quando Luca lo pressava sulla lezione di storia, filosofia o letteratura che avrebbe dovuto studiare. Non aveva mai amato la scuola, non aveva mai avuto interesse per le materie, per Luca erano esistiti i soli obiettivi della sufficienza e della promozione. Martino non gli aveva mai fatto pesare la sua natura, e l’aveva sempre aiutato volentieri.

Adesso era Antonella quella a tacere, imbarazzata, con lo sguardo che fissava il piatto. Luca era invece rimasto impassibile, e con disinvoltura era passato dalle domande personali alle questioni più strettamente legate alla sua professione.

“In che zona state cercando? Acquisto o affitto?”

“Vorremmo comprarla, Luca…ma nella nostra zona stanno tutte sopra al mezzo milione…non abbiamo tutti quei soldi.”

Antonella non commentava, taceva. Sarebbe spettato a lei versare i soldi per l’anticipo. I genitori di Martino erano impiegati statali che non si erano mai fatti mancare nulla nella vita. Lo stipendio del ragazzo era più che discreto, ma non poteva chiedere cifre esorbitanti di mutuo. Dopo aver completato qualche sopralluogo, da qualche mese si erano arenati. Lei non sembrava affatto convinta.

“Niente seminterrati, vero?” Il sorriso sprezzante di Luca aveva colto nel segno, captando l’esigenza di Martino di compiere quell’importante passo, e i dubbi di Antonella nello spostarsi dai Parioli.

“Luca, si tratta di una missione impossibile…finiremo con l’andare in affitto, lo sento…”

“In affitto proprio no!”, Antonella aveva reagito stizzita, “non sono altro che soldi buttati!”

“Anto, perché non pensi di cambiare zona?”

“Sono cresciuta nel Quartiere Trieste, mi trovo bene…perché dovrei cambiare? Qui ho le amiche, la palestra, i miei genitori, i miei negozi preferiti…”

“Perché non te lo puoi permettere e pur facendo uno sforzo finiresti col prenderti una casa piccola, vecchia, malmessa…senza spazi esterni o luminosità!” Era Luca, invece, ad essersi illuminato. Aveva l’atteggiamento di chi vuole redimere una vecchia amica che sta per prendere una colossale cantonata. L’alleanza di Luca parve sin da subito utilissima a Martino. Avere un parere terzo, per di più da un amico professionista del settore, poteva rivelarsi decisivo.

“Diciamola tutta: ormai ai Parioli come in tutto il Centro ci abitano solo i vecchi…vecchi quanto le palazzine! Ti fanno pagare la zona come se esistesse solo quella, ma non è così! Voi siete giovani, ragazzi, potete spostarvi e trovare una situazione moderna e nel verde! Martino, dove lavori?”

“Al tecnopolo tiburtino…anche Antonella.” Luca sbarrò gli occhi.

“E allora mi spiegate chi ve lo fa fare di continuare a vivere nel Quartiere Trieste? Fatevi consigliare da me, che ne ho viste tante. Ho la risposta che fa per voi, per le vostre esigenze di coppia e di professionisti. La risposta si chiama Bufalotta.”

I postumi della serata non furono una sbronza o un’indigestione da fritti, ma una serie di depliant illustrativi che Luca consegnò loro, recuperandoli dal portabagagli della sua automobile. Quella scena ricordò a Martino le numerose volte in cui Luca aveva coinvolto i compagni di classe in qualche serata, portando i volantini della discoteca. Martino non aveva mai partecipato a quegli eventi: passava tutto il suo tempo a studiare oppure davanti al PC, tanto che alcune volte in cui sarebbe stato interessato, gli altri si erano dimenticati di invitarlo.

“Non posso credere che andremo a vedere delle case alla Bufalotta!” Antonella ripeté questa frase per l’intera settimana a venire. Si chetò soltanto quando Martino la fece parlare al telefono con Luca.

Il sabato successivo, quindi, si ritrovarono tutti e tre nel cantiere del centro residenziale che, sulla carta, li aveva più interessati. Era situato dalle parti dove via della Bufalotta confluisce su via della Marcigliana, a ridosso della riserva naturale.

“Martino, vuoi portarmi ad abitare in mezzo alle pecore?” commentò acida Antonella.

“Cara, ma c’è il centro commerciale Porta di Roma a due passi! Il più grande d’Europa!” Martino fu talmente grato a Luca per quella pronta risposta, da sorvolare sul vezzeggiativo fin troppo intimo utilizzato dal loro amico. Fino a prova contraria, il fidanzato di Antonella era lui.

Il cantiere, al momento, era costituito da una piccola casupola prefabbricata bianca, l’ufficio vendite. Null’altro. Li accolse il costruttore in persona, un uomo di circa sessant’anni con la pancia in bella evidenza, i capelli radi e tinti di nero. Si scambiò un affettuoso abbraccio con Luca, e poi li fece accomodare. Sulla bacheca alle sue spalle aveva delle foto mondane che lo ritraevano in compagnia di noti palazzinari della Capitale.

“E’ vero, signori, il cantiere non è ancora partito. Questo perché noi essendo una società seria non ci permettiamo di costruire fino a quando non abbiamo ricevuto un numero sufficiente di prenotazioni. La quota è assai prossima, e se vorrete farci l’onore di partecipare al progetto, i tempi saranno maturi per la partenza. A quel punto, andrà calcolato un anno per la consegna dei villini.”

Il costruttore parlava con quella cadenza tipica del romano di Testaccio che prova ad essere “fino” ed elegante, riuscendo nell’intento opposto. Martino, però, non ci stava facendo per niente caso. Era troppo preso dall’utilizzo funzionale degli spazi, dalla domotica, dai pannelli solari…si stava appassionando a quel progetto quasi come l’avesse disegnato lui. Antonella, invece, aveva passato quasi tutto il tempo a chiacchierare con Luca, disinteressandosi dei disegni, delle tempistiche, delle scadenze per i pagamenti, di tutto. All’uscita Luca li accompagnò alla macchina.

“Allora, ragazzi…che ne pensate?”

Martino non volle lasciare nulla d’intentato. “Bel progetto, bel disegno, bei materiali…non resta che vederlo dal vivo!”

“Amico, fidati, i lavori stanno per iniziare…e una vostra prenotazione potrebbe essere la spinta finale.”

Antonella sembrava assorta. “Con quell’ampio salone potrei pure permettermi quella credenzina in decapè che ho visto alla Maison du Monde…”

“Certo, cara…ma ti dirò di più: le prenotazioni giunte sinora sono tutte di giovani coppie. Potrete fare amicizia, organizzare barbecue nei giardini, tutt’altro stile di vita rispetto ad un freddo condominio!”

Antonella fissò Martino, storse la bocca, accennò un sorriso forzato. Si girò verso Luca, che allargò le braccia come per dire “Cosa vuoi di più dalla vita!”, con un sorriso forse ironico, e poi citò il noto immobiliarista Roberto Carlino per convincerla definitivamente che sì, era quello il momento giusto per acquistare casa, e che la risalita del mattone era un evento ineluttabile.

Il padre di Antonella fu felicissimo di pagare l’anticipo, d’altronde Martino gli era sempre stato molto simpatico ed era contento che la figlia iniziasse a sistemarsi. Gli accordi erano che il fidanzato avrebbe acceso il mutuo per pagare la metà della casa.

L’amico Luca, l’ex-compagno di banco, si disse orgoglioso di aver trovato una soluzione per Martino e Antonella. Al momento della prenotazione, però, pretese la sua provvigione del 4%, pari a dodicimila euro. Tutto mentre non c’era ancora un singolo mattone posato su quel terreno. Martino gli era riconoscente per aver convinto Antonella, ma questa mossa non gli parve comunque elegante.

“Ragazzi, io ho le mie spese, devo far quadrare i conti, e comunque la mia parte di intermediatore l’ho svolta…”

“Ma non c’è stato neanche il compromesso!”

“Non ho detto certo che sparirò, Martino. Per voi ci sarò sempre.”

Martino non lo vide più. Passarono un paio di mesi, durante i quali convinse più volte Antonella ad andare in giro per mobilifici per farsi le prime idee su come arredare la loro futura casa. Lei sembrava scocciata, e scostante. Strano, rifletteva Martino, di solito le donne sono in prima fila a guardare vetrine. Il ragazzo convenne che poteva essere perché vedeva ancora lontana la fine dei lavori. Ogni tanto, rientrando da lavoro, dal GRA prendeva l’uscita 10bis per Bufalotta e andava a dare un’occhiata al cantiere. Effettivamente, dopo il tanto sospirato inizio, le cose procedevano ben a rilento.

Fu in quel periodo che gli capitò di risentire “Er Banana” al telefono.

“Ho saputo che Luca vi ha fatto prenotare un villino alla Bufalotta…tanti auguri! Spero vada tutto bene per voi!”, l’ironia si tagliava a fette.

“Che intendi?”

“Intendo che Luca non è mai stato un tipo affidabile. Anche ai tempi del liceo era in mezzo all’organizzazione di molti eventi, ma spesso prendevano una brutta piega. Ti ricordi quel che accadde al Capodanno del 2000?”

“No, che accadde?”

“Ah, tu non c’eri. Dovevamo andare in una villa a Grottaferrata, ma quando arrivammo c’erano già le transenne della polizia. Erano stati venduti più biglietti di quante persone potesse contenere la villa e la gente, trovandosi un buffet micragnoso, aveva iniziato a protestare e vandalizzare tutto. Passammo la nottata sull’Anagnina e Luca non riuscì neanche a farci rimborsare i soldi.”

Quella telefonata fu fatalmente premonitrice. Dopo che erano passati un altro paio di mesi d’inattività del cantiere, il costruttore bussò alla loro porta, chiedendo un surplus di soldi in nero per portare avanti i lavori. Ovviamente il prezzo ufficiale del villino non sarebbe cambiato, consentendogli di pagare meno tasse. Martino, memore della telefonata con “Er Banana”, iniziò a preoccuparsi seriamente, ma il padre di Antonella non batté ciglio e staccò nuovamente l’assegno. Quanto ad Antonella, fece spallucce: in quel periodo lavorava molto e finivano per vedersi soltanto il weekend per qualche pranzo o cena a casa dei rispettivi genitori.

Martino telefonò a Luca che prese le distanze dalla vicenda e dal costruttore che egli stesso aveva presentato loro. Lui non c’entrava nulla con la questione dei lavori, ma per esperienza li rassicurò che “fanno tutti così” e che “non c’era di che preoccuparsi”.

Fu allora che, dopo aver rimosso tutto per anni, iniziò a ricordare veramente i tempi del liceo. A dispetto della prolungata vicinanza, Luca e Martino non erano mai stati realmente amici. Anzi, se fosse stato per Martino, probabilmente non sarebbero neanche mai stati compagni di banco, ma Luca aveva sempre insistito, per evidente convenienza. Studiava poco, Luca, il suo tempo lo passava principalmente ad organizzare l’autogestione, a suonare la chitarra in una band, a corteggiare le belle ragazze. Chissà se c’era stato qualcosa anche con Antonella?

Altro tempo passò, senza novità. I lavori erano ancora fermi, si vedevano a malapena le fondamenta. Martino non lesinava delle visite presso la filiale di Luca, per parlarci di persona: non lo trovava mai, c’era sempre la segretaria che non sapeva, o non voleva, dargli risposte sul rientro dell’agente. Voleva dargli la chance di recuperare, di dimostrare che non era la solita persona che, una volta raggiunto il suo scopo, si disfaceva degli altri.

I sogni con Luca morivano all’alba, e fu così anche per il villino alla Bufalotta. Accadde quando lessero, sulle pagine della cronaca di Roma de “Il Messaggero”, di come il costruttore avesse in pratica dichiarato bancarotta. Avevano dato i soldi ad un’azienda in fallimento, e la casa dei sogni in mezzo al verde, la casa di classe energetica A+ pronta per i loro innumerevoli barbecue, non sarebbe mai esistita.

Ci furono momenti pesanti, con Antonella. Sebbene il padre fosse tranquillo per quel che era accaduto, lei soleva ricordargli tutte le sue responsabilità, di quanto avesse insistito per comprare casa, anche se lei non si sentiva affatto pronta e non era convinta della zona. Quando Martino provava a tirare in ballo le colpe di Luca, Antonella diveniva una furia. Luca aveva solo svolto il suo lavoro.

Su una cosa Luca aveva però avuto ragione: Martino conobbe molte altre giovani coppie. Le incontrò dall’avvocato, per far partire la causa per recuperare i soldi dati al costruttore. Lo accompagnava il padre di Antonella, non lei. Erano ormai settimane che non si vedevano, lei gli aveva comunicato tramite i genitori di aver bisogno di un periodo di pausa.

Sì, era stata tutta colpa di Facebook. Martino decise quindi di cancellare il suo account. Peccato che la pizza dell’anno prima aveva lasciato dei contatti alternativi aperti. “Er Banana” lo chiamò sul cellulare per invitarlo ad una nuova serata.

“Sai che ti dico? Mi farebbe bene una cena di svago! Quasi quasi lo dico anche ad Antonella…”

“No, lei ha già accettato. Mi ha chiamato ieri sera, ha prenotato anche per Luca.”