Le case di Pasolini

La stanza si stava oscurando, presto avremmo dovuto accendere la luce. Il dì lavorativo canonico era agli sgoccioli, e dovevamo colloquiare ancora sei persone. Ferretti sbuffava, infastidito.

– Non possiamo proseguire domani? Sono quasi le sei!

Gli risposi che no, non potevamo. Domani avremmo dovuto lavorare alla relazione da presentare al cliente, il cuore della nostra consulenza, e non potevamo prenderla alla leggera. Avevamo bisogno di una giornata intera per dare le indicazioni richieste.

Ferretti si alzò scocciato e andò a chiamare il prossimo. Io stavo già esaminando il CV e la sua storia nell’azienda, il settore d’assegnazione e le mansioni svolte dall’assunzione. Avvertii la novella presenza in stanza quando l’esaminato si sedette davanti a me, ed alzai gli occhi. Gli strinsi la mano ma non mi uscì nulla dalla bocca.

“Quel volto. La foto. La lettera. La lettera di Anna.”

Aveva trentasette anni, ed era stato tra gli ultimi assunti in azienda, dopo una decina d’anni tra stage, precariato e interinale, poco prima della grande crisi. Lo squadrai per una manciata di secondi, prima di iniziare. Era prestante e con un bel completo grigio, ma dava l’impressione di vestire assai diversamente, nella vita privata.

– Allora, lei cosa ne pensa di quel che stiamo facendo?

– Penso che mi sentirei molto a disagio, nello svolgerlo.

Non tradiva nervosismo, nonostante tutto, e disponeva i lineamenti marcati in un ghigno ironico. O forse, era soltanto teso.

“E’ lui. E’ PROPRIO lui. Gli somiglia TROPPO.”

Gli porsi un altro paio di domande di routine, a cui rispose con decisione. Ferretti aveva tradito l’impazienza di chiudere la giornata lavorativa alzandosi in piedi e andando vicino alla finestra. Scostò la tenda, fissando il panorama dell’EUR, dal dodicesimo piano. Forse cercava con lo sguardo il miglior bar di viale Europa, per andarsi a fare un aperitivo.

Io non mi feci mettere fretta, e continuai il colloquio.

– Lei si sente già arrivato, professionalmente?

– Cosa intende?

– E’ sicuramente precoce, rispetto alla sua generazione.

– Perché lavoro?

– Perché lavora, e ha un contratto a tempo indeterminato alla sua età.

– Un contratto a tempo indeterminato non significa nulla, se non c’è più il lavoro. E la situazione in cui ci troviamo lo conferma.

Mi sentii un po’ in imbarazzo per la domanda. Me l’ero cercata. Ferretti scuoteva il capo, con il naso ancora attaccato alla vetrata.

– Tornando alla questione, come potrei? Questa non è più un’epoca in cui si fa lo stesso lavoro, per la stessa azienda, per quarant’anni, fino alla pensione. Non esiste più il posto fisso…e non esisteranno più neanche le pensioni, tra un po’. Voi sarete tra gli ultimi a prenderla, credo.

Ci fissò, a me e a Ferretti, con un sorrisino che avrei definito sprezzante. Non avevo ancora sessant’anni, ma mi sentii molto più vecchio in quel momento.

– Quindi lei è conscio che in ogni crisi si nasconda anche un’opportunità…

– Sono conscio che il lavoro non sia più lo stesso del secolo scorso, che applicare modelli buoni per il mondo produttivo industriale al settore terziario sia stata una follia a cui credevano solo i sindacati, credo che la tecnologia ci fornisca molti strumenti ma allo stesso tempo riduca le mansioni umane necessarie, credo che per motivi di ordine sociale vengano create delle posizioni inutili, e che per questo motivo il mondo impiegatizio si stia riempiendo di “passacarte”. Credo anche che la presenza di ruoli del genere faciliti molto il lavoro di gente come voi.

“Ha proprio un bel carattere. Il carattere di Anna. Tutto lei.”

Finiti i colloqui, mi sentivo molto stanco e provato, lasciai Ferretti al suo aperitivo e tornai nell’appartamento che l’azienda mi aveva fornito come foresteria per la trasferta. Si trovava lì vicino, in via Eufrate, dietro la chiesa dei S.S. Giovanni e Paolo che dominava l’EUR dall’alto della sua scalinata. Era in un gruppo di villini che si godevano il discutibile panorama della Magliana e dell’autostrada Roma-Fiumicino. Una via silenziosa e isolata, dove non passava nessuno tranne i residenti.

Pasolini-EUR-Eufrate

Avevo saputo che nel villino dove avevo l’appartamento, una volta ci abitava Pasolini con la madre. Mi fece uno strano effetto, quella notizia. Pasolini il poeta della borgata, il narratore degli esclusi, era finito qui in alto, in un quartiere snob-borghese, lontano dal cuore pulsante della città e delle persone. Come si cambia, pensai. Da giovani si vuole cambiare lo stato delle cose, da maturi si vuole mantenerlo. E ci si scontra, tra generazioni. E ci si scontra, con il nostro passato.

“Devo ritrovare quella lettera. E la foto.”

Passai una notte agitata, non so se per quel colloquio del giorno prima, o per quel che mi attendeva. La mattina dopo, m’incontrai con Ferretti da Palombini per un caffè, e iniziammo a buttare giù le impressioni che avevamo ricavato. Il mio collega era piuttosto carico.

– Io mi sono fatto un’idea, ne devono mandare in mobilità almeno trenta per far quadrare i conti e continuare con il regime di solidarietà del resto del personale.

– Trenta…sono tanti.

– Ho visto di peggio, da altre parti. E comunque ci sono un paio di reparti che sono sovradimensionati, possono andare avanti con metà dell’attuale organico.

– Ti sei fatto anche qualche idea sui nomi?

– Beh, per quello sai come funziona. Anzianità di servizio, famiglia a carico, infine l’effettiva produttività e necessità del profilo professionale. Ci sono pur sempre i sindacati a trattare, e loro difendono innanzitutto se stessi e gli iscritti. Non dovrei dirlo proprio a te, poi…

“Non sono più sindacalista. E non posso difenderlo.”

Consegnammo la relazione al cliente, e tornai a Milano. Passai il weekend in famiglia, ritrovando un po’ della serenità che si perde sempre, svolgendo quel tipo di lavoro. Ogni settimana contribuivo a gettare nel panico e nella disperazione molte famiglie.

Domenica pomeriggio, mentre mia moglie stirava e i ragazzi erano usciti con gli amici, mi dedicai a riordinare lo studio. C’erano tante cartacce sparse in giro, spesso le mettevo via senza neanche leggerle. La lettera, però, l’avevo letta, anche se avevo preferito far finta di niente.

Ciao Giorgio,

Ho trovato il tuo attuale indirizzo grazie a Internet. Che prodigioso strumento! Se fosse esistito prima, forse molte relazioni non sarebbero terminate nella stessa maniera. O non sarebbero finite affatto…il nostro rapporto mi ha lasciato molto, anche più di quel che tu non creda. Ho vissuto una bella vita, Giorgio…parlo al passato perché sono malata e non so quanto vivrò ancora. Non voglio nulla da te. So che ti sei costruito una bella famiglia a Milano. Spero che tu sia felice, ma credo sia giusto che tu venga a conoscenza della verità. Quando mi lasciasti, ero incinta. Di un figlio tuo. Quel figlio ora è un uomo, e porta il mio cognome. Sei l’unico a saperlo, non ho mai rivelato la tua identità a nessuno. Ti allego una sua foto. Se vorrai, saprai rintracciarlo.

Un abbraccio,

Anna

Pasolini-Monteverde-Fonteiana

Venivo spesso in trasferta a Roma, e alla prima occasione mi ritagliai un paio d’ore, durante un pomeriggio, per andare all’indirizzo che avevo trovato sulle Pagine Bianche. Anna si era comprata una casa a Monteverde, a via Fonteiana, una lunga discesa che collegava il versante vecchio a quello nuovo del quartiere. La palazzina dove abitava era del dopoguerra, a tinta chiara, quattro piani e balconcini piccoli. Trovai il suo cognome sul citofono, ma rimasi lì fermo finché qualcuno non aprì il portone per uscire. M’infilai nell’atrio. C’era una targa in alto, che recitava:

“Com’era nuovo, al sole, Monteverde Vecchio!”

Era un verso di Pasolini. Ricordavo che abitava da queste parti, negli anni Cinquanta, prima della sua inarrestabile e polemica scalata culturale nel Paese. La porta dell’ascensore si aprì, ed il figlio di Anna uscì nell’atrio.

– Lei cosa ci fa qui?

– Buonasera! Ero venuto a vedere la targa…sa, sono sempre stato un appassionato di Pasolini! Non sapevo che abitasse qui…

Lui mi guardò un po’ incredulo, poi fece per andarsene via.

– Senta, poi com’è andata in azienda?

– Dovrebbe saperlo bene…due anni di mobilità, e poi a casa!

– Mi dispiace, ma alla fine noi ci atteniamo a dei parametri…

– Non c’è bisogno che mi reciti la solita pappardella…siete fortunati con la nostra generazione. Noi non abbiamo fatto in tempo a disilluderci, perché illusioni non ce le siamo mai fatte.

– Lei non ha famiglia?

– Mia madre è morta qualche mese fa. Mio padre non so chi sia. Adesso scusi, ma devo andare.

Lo presi per un braccio. Lui si girò stupito.

– Se le chiedessi di nuovo cosa pensa del nostro lavoro, mi risponderebbe ancora che la fa sentire a disagio?

– Gliel’ho detto. Non ho fatto in tempo a diventare un disilluso. E in quest’epoca, la distanza tra due pensieri opposti viene ampiamente colmata da una busta paga. Una scelta ideologica spesso dipende dal numero degli zeri…

Il figlio di Anna mi fece un cenno con la mano, e aprì il portone. Appena tornato a Milano, recuperai il suo CV e lo affidai alla direzione del personale per convocarlo per un colloquio d’assunzione.

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