Domenica al Centro (Commerciale)

– Ragazzi, è arrivato vostro padre! Siete pronti??

Angela gridava, gridava sempre. Eppure il trilocale in cui viveva con i nostri figli non superava i sessanta metri quadrati. Le sue urla avevano accompagnato il crepuscolo del nostro matrimonio, e mi mettevano tuttora i brividi. La vedevo una volta ogni quindici giorni, non ero più abituato. – Ti offrirei un caffè, ma sto preparando il pranzo…

– Non preoccuparti, andiamo via subito.

Il pranzo lo stava preparando per due persone, lei e Salvatore, il tizio con cui si frequentava da un po’. Anche se in quel momento era assente, notavo molte tracce della sua costante permanenza nell’appartamento che avevamo acquistato con grandi sacrifici: la Playstation collegata al televisore della sala, ad esempio, oppure la sacca da golf poggiata sul balcone della cucina, affianco alla caldaia.

– Non distrae i bambini dai compiti, quella console sempre a disposizione?

– Ma no…li teniamo sempre sott’occhio, quando studiano! 

Li “teniamo”, aveva detto. Pagavo l’alloggio anche per l’amichetto di Angela, ed ogni volta che passavo a prendere i bambini, lei faceva di tutto per farmi sentire un ospite. Un ospite indesiderato. Ci pensarono i bambini, a tirarmi fuori dall’imbarazzo. Nonostante tutto quel che era successo, loro mi volevano bene, e non vedevano l’ora di passare la domenica con me. Christian aveva nove anni, Federico sei. Ci sentivamo quasi sempre al telefono, e non mi avevano mai fatto pesare il fatto di essere, volente o nolente, una presenza poco assidua nelle loro vite.

Era proprio bella la zona dove vivevano, e dove una volta abitavo anch’io. Via Angelo Emo, alle porte di Prati e del Vaticano, in una palazzina in cortina con affaccio riparato dall’incessante traffico di chi si divide tra ufficio, shopping e visite spirituali. Io ero tornato a stare dai miei, a Montesacro. Non potevo permettermi nulla di meglio, tra il mutuo della casa e gli alimenti per i bambini.

– Papà, dove andiamo oggi?

– Andiamo al Parco.

– Ancora? Ma ci siamo già stati un sacco di volte!

– Non vi siete divertiti?

– Sì…ma gli altri nostri amichetti oggi vanno allo zoo. Perché non ci andiamo anche noi?

– Lo zoo è lontano…

Presto Christian sarebbe diventato abbastanza grande per capire che lo zoo di villa Borghese non era più lontano del Parco dove li portavo io. Non si trattava di un’area verde, bensì di Parco Leonardo, il centro commerciale sulla Roma-Fiumicino. Un posto dove non ti facevano pagare l’ingresso, a differenza dello zoo.

Attraversai Villa Pamphili e Monteverde Nuovo con una rapidità che soltanto il traffico domenicale concedeva. Una volta immesso sull’autostrada che collegava l’area urbana all’aeroporto, l’andatura divenne ancor più spedita. Ricordavo questo percorso sin da quand’ero ragazzo e andavo a mangiare il pesce con gli amici. Era assai più desolato ma meno desolante di adesso. Nuovi quartieri erano spuntati qua e là, a ridosso del GRA. Villini a schiera color ocra, vialetti intonsi, di un nero lucido come l’asfalto fresco. Avevano nomi affascinanti come quelli di un casolare della campagna senese, e una verginità che richiamava alla finzione di un set cinematografico.

Parco Leonardo si stagliava, con la scritta ben in evidenza, dopo una rotatoria che collegava la via Portuense all’uscita dall’autostrada. A differenza del sabato pomeriggio, la domenica a pranzo ti potevi permettere di parcheggiare a cielo aperto, nei pressi del vialetto. Non c’era soluzione di continuità tra le parte abitativa e quella commerciale. Potevi scendere le scale di casa e ritrovarti dentro l’ennesimo negozio di intimo in franchising. I marciapiedi alternavano ricche fioriere a grate metalliche dalle quali potevi vedere le macchine parcheggiate nel sotterraneo. Gli appartamenti erano costruiti secondo i canoni dell’edilizia moderna, con ampi terrazzi dove non vedevi mai nessuno affacciarsi. Non doveva essere invitante, in fondo, affacciarsi davanti all’ingresso di un centro commerciale.

– Papà, ho fame…

– Stiamo andando a mangiare, Federico…oggi cosa preferite?

– Andiamo al Mac!!

– Ancora? Guardate che ci sono altri posti dove mangiare…potremmo prendere un trancio di pizza, ad esempio.

– No, vogliamo il Mac! Mamma non ci porta mai…

parco-leonardo

– Va bene, però che rimanga un segreto tra noi…sia il Mac che il Parco.

Angela disprezzava i centri commerciali e il fast food. Non che io li amassi, ma erano accessibili e condensavano in un solo luogo tutto quello che una famiglia potrebbe scegliere di fare, la domenica. Essendo chiusi, non dipendevano dalle condizioni meteorologiche, e avevano l’aria condizionata. Passeggiando tra le vetrine di Parco Leonardo, avresti potuto trovarti in qualsiasi altra parte della città, in qualsiasi altra parte del mondo. Niente, in quel posto, rendeva riconoscibile Roma, se non la parlata delle persone che lo frequentavano. Era un non-luogo, di quelli che avevano tappezzato l’area metropolitana negli ultimi quindici anni, figli di piani regolatori traditi e di promesse mantenute al palazzinaro di turno.

Dopo il pranzo al Mac, ci recammo in uno dei negozi di elettronica. Lì permettevano ai ragazzini di testare i titoli per le console, quindi potevo evitare di spendere altri soldi in sala-giochi. Christian sembrava molto a suo agio, guidava l’Italia alla vittoria del Mondiale di calcio.

– Sei bravo, figliolo.

– Ho già questo gioco, a casa.

– Davvero?

– Sì, me l’ha regalato Salvatore.

Ci rimasi male, ma non commentai. Mi ero perso Federico, che era uscito dal negozio e si era fermato davanti alla piazzola del piano dove era allestita un’area per i bambini, che vi festeggiavano i compleanni. Federico aveva iniziato a giocare con quello che sembrava proprio essere il festeggiato di turno, un bambino grossoccio che indossava una tuta azzurra e teneva una mano costantemente dentro una busta di patatine fritte.

– Federico, che fai qui…vieni, vieni da Christian che sta giocando ai videogame…

– No papà, sto qui alla festa…

– Ma la festa di chi? Non conosciamo queste persone…

– Sì, lo conosco…lui è Ciro!

Ciro si era avvicinato a Federico, avvinghiato alla sua busta di patatine. Aveva i capelli castano chiari, con gli occhi celesti, la carnagione olivastra e lo sguardo furbo. Sembrava della stessa età di Federico, o giù di lì.

– Lasci pure suo figlio! Ciruzzo mio è contento di farsi nuovi amichetti!

Anche la madre di Ciro era sovrappeso e indossava una tuta che le stava molto larga di maniche, ma non riusciva a camuffare la grossa pancia che la nascondeva ai suoi interlocutori. Volle stringermi la mano, ma non intesi il nome.

– Avete organizzato la festa qui al Centro?

– Sì, sì…veniamo spesso da queste parti, e anche i genitori degli altri bambini sono frequentatori. In questa maniera possono lasciare i figli alla festa, mentre loro vanno a farsi un giro per i negozi. Comodo, no?

Lasciai Federico per tornare ad occuparmi di Christian nel negozio di elettronica. Mi vergognavo un po’, ero il classico genitore che parcheggia i figli durante il weekend, con l’aggravante che io li vedevo soltanto durante il weekend. Desiderai fortemente quel benessere che mi avrebbe permesso di essere uno di quei padri-modello che fanno sport, che condividono e discernono con i figli. Invece mi ero perso per strada, affossato da un divorzio di cui, seppur equamente colpevole, sembravo essere il solo a pagare.

Christian stava dando gran prova di sé, alla console. Si era giunti al punto in cui gli altri ragazzi, ma anche alcuni adulti, si erano messi in fila per sfidarlo. E mio figlio li vinceva tutti. L’orgoglio del padre terminò quando mi accorsi che Angela era entrata nel negozio. Non era sola, c’era un uomo con lei. Doveva essere il famigerato Salvatore. Basso, tarchiato, con indosso una polo troppo attillata per il fisico che aveva, Salvatore si faceva largo tra gli scaffali, commentando alcuni prodotti assieme alla mia ex-moglie.

Per anni, Angela aveva protestato alle mie proposte di andare al centro commerciale. Ricordavo le sue sbuffate, i lunghi e imbarazzanti silenzi, la totale assenza d’entusiasmo. A dir la verità, gli ultimi tre anni del nostro matrimonio erano stati un lungo, imbarazzante silenzio, interrotto soltanto dalle urla di Angela. Non avevamo saputo gestire e curare il nostro rapporto, eravamo stati travolti dai figli e dalla banalità della routine. Avevamo sbagliato, ma pagavo soltanto io. Lei aveva un nuovo compagno, i nostri figli, io avevo i conti da saldare, non avevo più una vita privata e lavoravo soltanto per pagare.

Angela uscì dal negozio di elettronica. Decisi di seguirla. Teneva quella sua camminata svelta, passi frequenti staccati dalle gambe corte, solo parzialmente celate da dei tacchi vertiginosi. Si curava molto, Angela, non ero sorpreso che si fosse trovata qualcuno in poco tempo. Era la classica donna che non riesce a star sola, e che ha bisogno di un uomo che la assecondi. Non badava alle qualità umane, faticavo a ricordare i motivi per cui aveva deciso di stare con me, ricordavo perfettamente il motivo per cui non stavamo più assieme. Non la assecondavo più.

Ci vollero un paio di minuti prima che Angela individuasse, nella bolgia di ragazzini che si rincorrevano lungo le vetrine, nostro figlio Federico. Lo trattenne per un braccio, mentre lui cercava di divincolarsi e urlava, come posseduto dallo stesso spirito della madre.

– E tu che ci fai qui?

– Sono alla festa di Cirooo!!  

Mi avvicinai.

– Ciao, Angela.

– Ciao! Li vedi ogni due settimane, ma non perdi comunque tempo a lasciarli con degli sconosciuti! Bastava dirlo, che non ti andava di tenerli…sarebbero venuti con noi!

– Sì, ho notato la tua recente passione per i centri commerciali. Comunque, non ho lasciato Federico con degli sconosciuti, ma con il suo amico Ciro e la sua famiglia.

– Ma chi è questo Ciro?

– E’ lui. Indicai il bambino, che mi fissava come un ebete e continuava a ingurgitare patatine fritte come se non ci fosse un domani.

– Ciruzzo, stai disturbando i signori?? Jamm bell ja, che c’è la torta con la candeline!

La madre di Ciro si era appropinquata, e ci fece un cenno d’intesa, al quale soltanto io risposi. Angela mi voltò le spalle, prese Federico per la mano, e lo trascinò dentro al negozio d’elettronica, come se non esistessi. La seguii, e dentro al negozio assistetti ad una scena piuttosto fastidiosa. Salvatore stava sfidando Christian alla Playstation, e l’aveva appena battuto per 2-1. Notai la delusione negli occhi di mio figlio. Il bastardo, invece, sogghignava contento come un ragazzino.

– Christian, ti devi allenare ancora un po’, a casa! Angela chiamò a sé anche Christian, ma Salvatore aveva deciso di giocare ancora, e iniziò a sfidare altri passanti, ragazzini e adulti. Vinceva sempre, e sfotteva pure. Sembrava la versione adulta, si fa per dire, dei bulletti da sala giochi che avevo conosciuto durante la mia infanzia. Angela era scocciata, lo notavo dalle fossette che le si formavano intorno alla bocca, rivolte verso il basso. Avrebbe voluto sfogare la sua frustrazione urlando contro di me, ma non glielo permisi. Era il mio turno, infatti. Volevo giocare contro quello sbruffone.

Era una vita che non mi cimentavo con i videogame, ai miei tempi ero stato un campioncino con i vari Kick-Off e Sensible Soccer. Il numero uno della scuola, nientemeno. Non conoscevo i giochi attuali e mi barricai nella mia metà campo, spazzando la palla a caso, non costruendo alcuna azione e riempendolo di falli. Salvatore pigiava freneticamente i tasti del suo controller, ma gli concessi al massimo tre tiri in porta, senza nessun goal. Andammo ai rigori, avevo visto in precedenza la tecnica per tirarli e non ne sbagliai uno. Salvatore prese invece una traversa, come Trezeguet ai mondiali del 2006.

A Christian tornò il sorriso. Qualche giorno dopo, la maestra gli fece scrivere un tema sulla sua domenica. Lui puntualizzò che il papà aveva sconfitto l’amichetto della mamma.

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