L’accollo

– I biscotti sono finiti?
– Si, scusa…erano gli ultimi. – Checco non mi aveva nemmeno guardata in faccia, puntava gli occhi fuori dalla finestra, rimirando un panorama che non esisteva, ingabbiato in un cortile condominiale.
– Senti, ma hai usato di nuovo la mia tazza?
– Perdonami…sai, Chiara non ne ha una, prende soltanto il caffè a colazione.
Checco era in mutande, sdraiato sul divano che avevamo nella cucina comune. Era perfettamente a suo agio, come se fosse stato a casa sua. Ma quella, non era casa sua. Da qualche mese me lo ritrovavo tutte le mattine li. Era il mio accollo, Checco. A Roma si dice così, quando qualcuno estremizza i vincoli di un rapporto, e ti si appiccica addosso togliendoti anche il respiro.
Il bello era che Francesco, Checco per gli amici, non era il mio ragazzo, ma si frequentava con Chiara, una delle mie tre coinquiline. Avevano però un concetto un po differente del termine “frequentarsi”: Checco usciva solo con Chiara, mentre Chiara aveva appuntamenti anche con altri ragazzi.
Non capivo se Checco avesse subodorato qualcosa, fatto sta che tutte le volte che lei latitava, lui restava nei paraggi, e spesso e volentieri la sottoscritta se lo doveva sorbire.
– Stai uscendo?
– Si, vado a fare un po di spesa e poi a lezione.
– Posso accompagnarti? Chiara ancora dorme, e non si alzerà prima di due ore.
– Come vuoi…
M’infilai una maglia e un paio di jeans, presi la borsa con i libri e uscimmo di casa, su via dei Campani. Era una lunga strada che portava verso lo scalo di San Lorenzo, e da cui si poteva osservare la grigia maestosità della Tangenziale. Forse era per tale motivo che l’affitto di quel quadrilocale ci era costato relativamente poco, trecento euro a testa.
Ad ogni modo, in cinque minuti arrivammo nel cuore del quartiere, a largo degli Osci, dove c’era il mercato giornaliero permanente, a due passi dalla zona della movida, quella racchiusa tra via dei Volsci e Villa Mercede. Checco mi seguiva due passi dietro, come un cagnolino, caracollando nei pantaloni attillati color cachi e dandosi un contegno dietro a degli occhiali da sole che nessun’altro, quel giorno, aveva deciso d’indossare.
– Guarda che bei fichi maturi!
– Non è ancora il momento, vengono dal Cile…non vedi quanto costano?
Checco mi fissava con una specie di broncio infantile che sembrava ancor più buffo, dietro quella barbetta da hipster che nelle intenzioni doveva renderlo più misterioso. Non era tipo da offendersi, però. Aveva una vita facile e poco di cui crucciarsi. Quando non stava a casa nostra, Checco abitava con i genitori, entrambi avvocati, vicino Piazza del Popolo. Uno studio ben avviato e di prestigio lo attendeva, quando si sarebbe deciso a terminare, con molta calma, gli studi di giurisprudenza.
Insomma, Checco era di bell’aspetto e benestante, e qualche difetto doveva pur averlo. Era un accollo, e faticai parecchio per non trascinarmelo a lezione. Mentre eravamo al mercato, Chiara s’era svegliata ed era andata a fare shopping, guardandosi bene dall’avvertirlo. Lo trattava proprio come uno fantoccio.
Dopo l’Università, mi ritrovai al Bar Marani per un aperitivo con Giada e Veronica, le altre due ragazze che dividevano l’appartamento con noi. Bevevamo tre spritz nel piccolo portico esterno, come al solito.
– Che fine ha fatto Chiara? Oggi neanche a lezione…
– Chiara non la conta giusta…da quel che ho capito, si sta vedendo da un pezzo con un altro…e lui non ne sa nulla! – Giada puntò platealmente il dito verso Checco, che sedeva da solo in fondo all’angolo, dando noi le spalle. Non credetti a me stessa, ma mi fece pena.
– Poveretto, deve essere proprio cotto per non vedere…perché non lo facciamo sedere con noi?
Veronica mi fulminò con gli occhi.
– Sei pazza, per una volta che non ce l’abbiamo tra i piedi! Anzi, cerchiamo di svignarcela, prima che se ne accorga!
Rientrammo in casa, cenammo leggere con dell’insalata, e poi ci preparammo per andare a ballare. Da quando mi ero trasferita dalla Calabria, all’inizio dell’anno accademico, San Lorenzo mi aveva avvolta con i suoi usi e i suoi luoghi, e non mi lasciava andare più via. Il quartiere dava ospitalità alla mia vita diurna e notturna, e di rado mi recavo altrove, se non a Termini a prendere il treno, per tornare dai miei.
Alcuni giorni passarono, senza mutamenti della mia routine. Iniziai a trattare meno bruscamente Checco, anche quando usava le mie cose per la colazione. Ero decisa, anzi, a fare due chiacchiere con Chiara su questa situazione, soltanto che non riuscivo mai a vederla. I nostri orari non s’incontravano, nel senso che io facevo la vita di una studentessa universitaria, lei…non sapevo. Dopo la colazione, il più delle volte Checco abbandonava il divano, tornava nella camera di Chiara, si rivestiva e andava a fumarsi una sigaretta sul balconcino della cucina. Era veramente piccolo, due metri per uno, e la metà era occupata da una casupola, eredità dei primi decenni del Novecento, quando il gabinetto in casa, a San Lorenzo, non l’aveva nessuno.
Il cortile era silenzioso, la mattina. Dal terzo piano potevamo sentire a malapena i colpi di ramazza che il portiere dava al pavimento.
– Come va con Chiara?
– Al solito. Non t’eri mai interessata del nostro rapporto, sinora…
– Scusa, non volevo impicciarmi. Ti vedo sempre così solo…
Checco sorrise.
– Non sono solo.
– Allora va bene così. Ma sappi che spesso, quando le cose non vanno bene, non bisogna insistere con le persone…bisogna lasciarle andare.
– Mi stai suggerendo qualcosa?
– No. – Invece si.
Checco non ascoltò il mio implicito consiglio, qualsiasi cosa esso fosse, soprattutto alla luce di quel che accadde dopo. Erano passati circa dieci giorni da quella chiacchierata. Mi trovavo nel corridoio dell’Ateneo, tra una lezione e all’altra, quando vidi Giada affannarsi nervosa nella mia direzione. I leggins colorati si muovevano furiosi come i suoi occhi, e i lacci degli anfibi neri guizzavano da tutte le parti, seppur senza farla inciampare.
– Hai capito, quella stronza???
– Chi?
– Quella stronza di Chiara! Chi, sennò? 
– Che ha fatto?
– Vuoi sapere che ha fatto? Se n’è andata di casa! Da due settimane! E’ andata a vivere con il proprietario di quella discoteca dalle parti di Largo Preneste dove siamo state un paio di volte.
Rimasi a bocca aperta.
– Ma come? Come?
– Come? Ha traslocato quando noi eravamo fuori…senza dirci nulla! Mi ha chiamata la padrona di casa per avvertirmi che ha pagato metà mensilità…ora ci toccherà coprirla, prima di trovare un’altra ragazza! Che stronza!
Ero interdetta. Non tanto dal comportamento di Chiara, che non mi era mai sembrata un monumento di affidabilità.
– Scusa Giada…ma Checco? – Lei mi guardò sprezzante.
– Che vuoi che me ne importi di Checco, ora??
– Non hai capito…questi giorni, tutte le mattine, io ho continuato a ritrovarmi Checco in cucina a fare colazione…pure oggi!
– Oddio…
A questo punto fui io a innervosirmi. Presi il cellulare e composi il numero di Chiara.
– Pronto? Ciao, bella! – Non le era mancata la faccia tosta di rispondere come se nulla fosse accaduto. Aveva il solito tono di voce urlato e squillante di quando rispondeva in discoteca a decine di telefonate di amici o presunti tali.
– Chiara, cos’hai combinato?
– Eh, Giada ti ha detto, vero? Scusami, ho fatto un vero casino…non puoi capire come mi sento! Però con Lui, con Lui…sto vivendo un vero sogno! E non ci sto capendo nulla!
– Me ne sono accorta! A Checco lo hai detto?
– Come no! E’ stato il primo a saperlo, ancor prima che traslocassi! Siamo amici da un pezzo, noi! Non devi preoccuparti!
Chiusi la conversazione. Respiravo sempre più a fatica. Con chi avevo diviso molto del mio tempo libero, negli ultimi mesi? Qualcuno che mi era apparso dapprima noioso, poi mi aveva suscitato tenerezza, alla fine anche un po di simpatia…e se invece si trattasse di un tipo pericoloso, uno stalker o un serial killer?
– Giada, devo andare a casa a chiarire questa cosa…potrei trovarlo ancora li.
La mia amica aveva esaurito la carica rabbiosa, e ora sembrava soltanto preoccupata.
– Sei sicura? Non è meglio andare con qualche uomo?
– No, vado. Alle brutte, chiederò al portiere di salire con me.
Era il primo pomeriggio, quando gli anziani vanno a farsi la pennichella e il silenzio sembra attutire le palazzine e i loro abitanti. Un orario insolito per rincasare, ma non chiesi al portiere, che mi guardò incuriosito, di accompagnarmi. Feci la rampa di scale lentamente, cadenzando i passi, fino al nostro pianerottolo. Aprii la porta e imboccai il corridoio, attraversando le nostre camere. Mi fermai davanti a quella di Chiara, che appariva ancor più vuota, con quei soffitti altissimi e il finestrone alto due metri. Vidi una borsa da viaggio accanto al letto. Era di Checco. Notai anche un mazzo di chiavi sulla scrivania. Chissà se le aveva duplicate oppure se l’affidabile Chiara gliele aveva lasciate affinché le restituisse?
Mi diressi poi in cucina, e li trovai Checco. Era vestito, ma stava sempre sdraiato sul divano, a fissare un panorama che non esisteva. Si accorse della mia presenza, e mi osservò stupito.
– Come mai così presto a casa?
– Ho parlato con Chiara…so tutto.
– Capisco.
– Perché l’hai fatto?
– Perché io ti amo.
Si, Checco era proprio il mio accollo.

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