Ufficio Notifiche

Le persone peggiori, che ti fanno salire il sangue al cervello, sono i conoscenti casuali, quelli che nonostante ti abbiano visto non più di un paio di volte, hanno sempre da esporti la loro opinione su qualsiasi argomento ti riguardi. Sono gli stessi che non possono fare a meno di rimarcare che in una città grande e caotica come Roma manchi la cultura dei mezzi pubblici. Sono gli stessi che, casualmente, vivono al centro ed arrivano al lavoro prendendo il tram sotto casa e facendosi massimo cinque fermate. Comodi i mezzi pubblici, vero?

Io odiavo i mezzi pubblici. Nondimeno, non potevo farne a meno, perché la zona dove lavoravo, la Prati dei tribunali, era inaccessibile per le auto, a iniziare dai parcheggi. L’avevo capito dal primo giorno, quando avevo preso una bella multa per averla lasciata sopra le strisce della fermata dell’autobus. La questione-multe era illuminante dell’intero sistema. Osservavo quotidianamente dei colleghi più anziani posteggiare arrampicando la vettura sui marciapiedi di viale delle Milizie, a cavallo delle corsie laterali. Nessuna contravvenzione. Lo facevano anche i soci dello studio dove lavoravo. “E’ l’esperienza”, mi dicevano, quasi a scopo di predica. “L’esperienza t’insegna a fare l’avvocato con minor fatica e maggior efficacia.”

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Quella che i colleghi senior definivano come “esperienza” si traduceva, nei fatti, in un avvocato più giovane, se non addirittura un praticante, che sbrigava le attività più rognose al posto loro. Andava in giro a iscrivere cause a ruolo, a ritirare atti, presenziava anche qualche udienza di piccolo cabotaggio. In sostanza, camminava molto e si faceva tutte le code. Quell’avvocato giovane ero io. Trent’anni, da poco avevo passato le forche caudine dell’Esame di Stato, e collaboravo con un prestigioso studio che si affacciava su Viale Mazzini, e che contava tra le sue fila una decina di professionisti come me. Da piccolo, mio padre mi aveva  suggerito “Diventa avvocato, è un lavoro prestigioso e remunerativo!”, ma forse non aveva ben chiara la situazione del foro romano. A Roma esistono più legali che in tutta la Francia, e l’avvocato medio fatica ad arrivare a fine mese, tra clienti che non pagano e soci anziani che si tengono le cause migliori.

Vivevo ad Ostia, e tutte le mattine mi dovevo alzare presto per prendere il trenino in direzione Piramide. Indossavo il vestito d’ordinanza, ma dentro la borsa mettevo sempre una camicia di ricambio e le scarpe da ginnastica. Avrei sfidato chiunque a non sudare quando la carrozza si riempiva di rumeni, dalle parti di Acilia. Le cose non miglioravano certo quando prendevo la metropolitana per Termini e cambiavo per scendere a Lepanto.

– Ciao bello! Oggi che devi fare? Io sono atteso dal Giudice di Pace, a via Teulada – Andrea era un vecchio amico, avevamo studiato assieme all’Università, ed insieme stavamo muovendo i primi passi nella professione. Ma oggi il mio umore era nero.

– Nulla di buono…mi aspetta l’Ufficio Notifiche…

– No, l’UNEP no…Buona fortuna!

Scesi a Lepanto, salutando Andrea. Emergendo dalle scalette della Metro, mi ritrovai su viale Giulio Cesare, ampia ed alberata, un perfetto mix di caserme militari e tribunali civili. L’Ufficio Notifiche era facilmente riconoscibile perché anche alle sette della mattina, con i cancelli chiusi, poteva contare su un folto capannello di persone, assiepate, sì, ma con un certo ordine.

– Lista, fila fisica oppure avete fatto un mucchio?

– Ma quale mucchio…mica stiamo in udienza!

Un tizio stempiato, con una giacca di velluto e i jeans neri, si era fatto largo dalle retrovie, fin quasi sotto il cancello. Avrà avuto quarant’anni o giù di lì. Era l’ultimo arrivato, e s’era giocato la carta del mucchio, ovvero quel gioco d’azzardo grazie al quale, se riesci a buttare una pratica sopra a tutte le altre, la causa che stai seguendo verrà presa in esame per prima dal giudice di turno. Peccato che quello non era giorno per mucchietti, né tantomeno per le liste, ma si era “deciso” di rispettare una fila fisica. Venne quindi rispedito in fretta da dove era venuto, senza gloria alcuna.

Eccolo, l’avvocato romano medio. Ancor dipinto dalla gente comune come una figura autorevole, come un tipo da “Obiezione, Vostro Onore!”, in realtà è una goffa figura che corre sudata per le stanze del tribunale, con la sola preoccupazione di non essersi perso il numeretto sporcato dallo zucchero a velo del cornetto appena acquistato al bar.

Sì, perché la fila fisica all’Ufficio Notifiche era un mero antipasto. Serviva, in verità, ad assicurarsi il numeretto di carta, l’unica reale certezza che, presto o tardi, più tardi che presto, si sarebbe stati serviti. Era una fila nella fila, quindi, e l’attesa era quasi sempre mitologica, tanto da portare spesso a degli scazzi tra le persone, o a generare delle visioni quasi mistiche. Non erano una visione, invece, gli scorpioni conservati sotto vuoto in piccoli cilindri di vetro, e appoggiati dietro una delle casse. Mi fermavo spesso a fissarli, incuriosito. Nessuno, e sottolineo nessuno, era mai riuscito a dirmi chi li avesse portati lì.

Da quando ero divenuto avvocato, l’attesa era leggermente più breve perché potevo godere di una corsia preferenziale, un atto di cortesia per restituire alla professione un po’ di dignità rispetto alle segretarie e ai numerosi faccendieri che orbitavano attorno a quell’ufficio. Quel giorno, quando chiamarono il primo numero del nostro sportello, ebbi anch’io una visione. Una donna di una bellezza esagerata e appariscente, mora, con i capelli corvini e messi elegantemente in piega, gli occhi color nocciola e provocanti, il rossetto lucido e scarlatto, che indossava un tailleur blu elettrico con una gonna corta, decisamente sopra al ginocchio. Rimasi a bocca aperta, anche gli altri colleghi maschi commentarono compiaciuti, come se la conoscessero già.

– Hai visto Teresa? Ora gira pure dalle parti dell’UNEP!

– Finora l’avevo vista solo a Piazzale Clodio e a Piazza Cavour, in Cassazione…

– Eh, ma lei si sta allargando, ha una marcia in più! Anzi, direi due…

Non m’importava nulla delle sgradevoli e scontate battute degli altri. Volevo conoscerla, un’avvocatessa della mia età, così bella e appariscente…chissà quanti uomini aveva ai suoi piedi! Il pensiero della competizione mi bloccò a due passi da lei, proprio mentre lei aveva sbrigato la sua pratica allo sportello.

– Voleva dirmi qualcosa?

– No…no, mi scusi. A…a che numero siamo arrivati?

– Oh, non saprei. Anzi, visto che io ho finito, perché non prende il mio?

Me lo porse, e vidi che era il numero uno. Non aveva fatto la fila? Non feci in tempo a riflettere visto che, mentre lei spariva lungo il corridoio, le persone dietro a me iniziavano a rumoreggiare. Guardai di fronte a me, l’impiegato del tribunale già stanco dopo cinque minuti di lavoro, circondato dai tipici cartelli che si trovavano appesi all’ufficio notifiche: “LO SO!”, oppure “Calma! Prima di tutto, calma!”. Toccava a me, per la prima volta nella mia vita ero il primo.

Sbrigai il tutto in dieci minuti, alle otto e quaranta ero già fuori. Non credevo ai miei occhi, andai a farmi un giro perché non avevo udienze prima delle undici. Chissà dove lavorava quella Teresa. Non l’avevo mai vista prima, ma sembrava godere di una certa fama. Mi allungai da Castroni, in via Cola di Rienzo, e ritrovai Andrea.

– Niente da fare dal giudice di pace…ovviamente ha ben pensato di non presentarsi! E tu? Hai desistito all’UNEP? In effetti te l’eri presa troppo comoda per combinare qualcosa da quelle parti…

– Non ci crederai, ma ho già fatto tutto!

– Ma no…

– Sì, una collega, una tal Teresa mi ha regalato il suo numero…ed era il numero uno!

– Teresa? Quella Teresa?

Anche Andrea ne aveva sentito parlare. Tutti gli uomini la notavano, ovviamente, ci scambiavano due parole, ma nessuno era mai riuscito ad avvicinarla sul serio, a conoscerla per bene. La curiosità, a questo punto, mi stava divorando, e feci una follia, quando nel pomeriggio mi recai a studio. Andai sul sito dell’ordine degli avvocati di Roma, e mi misi a cercare tutte le colleghe di nome Teresa. Ogni volta che avevo una corrispondenza, mi fiondavo su Facebook per vederne le foto. Persi tutto il pomeriggio, ma non trovai nulla su quella Teresa.

Una settimana dopo, era di nuovo tempo di fare una capatina all’Ufficio Notifiche. Feci clamorosamente tardi, però, e arrivai in via Giulio Cesare soltanto alle nove passate. Entrai nell’ufficio, ma non c’erano più numeri disponibili, sarei stato costretto a rimandare quella scocciatura. Quando me ne stavo per andare, vidi entrare Teresa, bella e curata come l’altra volta. Le sorrisi, e lei ricambiò, infondendomi un po’ di coraggio.

– Buongiorno! Oggi non ha un numero fortunato per me?

– Scusi…Ci conosciamo?

– Sì…la scorsa settimana mi diede un numero per la fila avvocati.

– Oh, non ricordavo…Comunque no, oggi non ho nessun numero…

Mi lasciò basito davanti alla porta aperta. Una delle guardie giurate, stranamente solerte e aitante, le si avvicinò quasi a controllare come stesse e poi la scortò fino allo sportello. Il quadro si fece chiaro, e iniziai a urlare:

– Chi è il prossimo per la fila avvocati??

– So…Sono io!

Era il tizio che amava fare i mucchietti. Teneva avvinghiate le cartelline al petto e alzava il braccio con il numero in mano con la forza della disperazione, come a voler convincere tutti i presenti su quel che affermava. Magari avrebbe voluto che fosse così semplice anche fare l’avvocato.

– E allora perché quella signorina sta iscrivendo una notifica allo sportello?

Tutti si girarono verso Teresa e la guardia giurata, come se li vedessero soltanto ora. Mi avvicinai allo sportello, l’impiegato annoiato ora mi fissava terrorizzato.

– Non è il turno della signorina!

– Ma a lei cosa gliene importa, scusi…non è neanche in fila!

La guardia giurata mi fissava sprezzante e sarcastico, ma non mi feci intimorire dalla pistola nella fondina e dai modi arroganti. L’avvocato romano può tollerare i clienti che pagano regalando quadri autografi oppure imbiancando casa, ma gli si iniettano gli occhi di sangue quando qualcuno fa il furbo in fila. Mi rivolsi all’impiegato, che stava comunque terminando in fretta e furia la pratica di Teresa.

– Ha chiesto il tesserino alla signorina? Lo sa che questa fila è riservata agli avvocati?

L’impiegato non proferì parola, ma indicò il cartello “LO SO!”, alla sua destra.

– La vuole smettere d’importunare? Ecco il tesserino che le interessa tanto! – Teresa lo estrasse dalla borsa, e la guardia giurata me lo mise sotto al naso. Fui abbastanza rapido da afferrarlo prima che quel borioso ritraesse il braccio. Lo aprii e, sorpresa, non c’erano né i dati, né tantomeno la foto di Teresa, bensì di un certo Gaetano, collega brizzolato e ultra-sessantenne.

– E costui chi sarebbe? La signorina finge di essere avvocato per non fare la fila canonica?

Guardai l’impiegato, che era tornato impassibile, e che mi indicò il cartello “Calma! Prima di tutto, calma!”, alla sua sinistra. I colleghi, però, si erano tutti indignati e inferociti. Era riemerso l’orgoglio di chi si era dovuto sorbire anni di studi, praticantato ed un esame di Stato da girone infernale. Teresa finì quel che doveva fare, ma fuggì subito dopo, rossa come un peperone, mentre tutti la insultavano. Anche la guardia giurata era meno baldanzosa del solito, e tornò fuori, al suo posto.

Scoprii qualche tempo dopo che Teresa lavorava per una di quelle agenzie che sbrigano le pratiche per gli avvocati, e che in cambio di altri favori aveva sempre il nome iscritto in cima a tutte le liste dei tribunali. Ne faceva tanti, di “favori”, Teresa, riusciva anche ad avere le soffiate giuste sulle prossime aste immobiliari. Aveva già comprato e venduto una manciata di appartamenti, e ne gestiva un’altra decina in affitto.

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