Al Museo

Le domeniche dispari del mese, quando Marisa andava al paese a trovare i loro genitori al cimitero, erano i momenti peggiori per Alberto. Mamma e papà riposavano a Genazzano, il loro paese d’origine, e sua sorella coglieva l’occasione per passarci l’intero fine settimana. Avevano entrambi passato i sessantacinque anni, erano in pensione, la differenza tra loro era che Marisa si era sposata in tarda età con Erminio, l’ex-barista di via Taranto presso il quale aveva preso il caffè tutte le mattine, prima di andare a scuola.

Alberto invece era solo, era sempre stato solo. Aveva avuto qualche amore, tra i venti e i trent’anni, qualche “frequentazione amichevole”, qualche donna. Non ci aveva mai pensato, a sposarsi. Clara, la fidanzata che aveva frequentato quando ancora studiava all’Università, era una brava ragazza, simpatica, semplice e di buon cuore. Troppo semplice, troppo di buon cuore, non alla sua altezza. Lui sarebbe diventato un uomo di cultura, un insegnante, un professore di liceo, quando ancora contava qualcosa.

Le aveva scartate altre due, per questo motivo. Ragazze di quartiere, una sarta ed una commessa che lavorava presso un negoziante di tappeti ebreo di via di Ripetta. Carine, gentili, ma che non lo stimolavano intellettualmente. Marisa gliene aveva presentate svariate, aveva sempre avuto molti contatti, lei che si era aperta una tabaccheria su Viale Furio Camillo. Conoscenze popolari, le aveva sempre considerate così Alberto, che dopo aver vinto il concorso per la cattedra in italiano, latino e greco, era stato assegnato al Liceo Ginnasio Augusto.

Nonostante le facezie da snob, severo e inflessibile, Alberto aveva intimamente sofferto quando Marisa aveva smesso di presentargli delle donne. Era diventato ufficialmente uno “scapolone”, ma fino a quando aveva insegnato non gli era poi pesato tanto. Il peggio era iniziato dopo la pensione, a ritrovarsi solo in casa, le mattine senza fare nulla. Aveva ripreso a studiare, a frequentare biblioteche, qualsiasi cosa pur di non restare solo. Nella disperazione, aveva iniziato a farsi sembrare simpatico pure Erminio, e a frequentare casa della sorella sempre più spesso, talvolta autoinvitandosi.

Quelle domeniche, però, erano le peggiori. Non solo Alberto doveva barcamenarsi a cucinare qualcosa, lui che non era mai andato oltre la pasta al burro e l’uovo sodo, ma non sapeva proprio che fare. Leggere un libro? Lo faceva tutti i giorni. Guardare la televisione? Non se ne parlava, soltanto immondizia. Andare a pranzo in qualche ristorante? Che tristezza, da solo.

Alberto si affacciò alla finestra della cucina, che dava all’interno di quei giganteschi condomini tutto finestre dell’Appio Tuscolano, pietra arenaria e panni stesi, sole splendente sui cortili silenti della domenica mattina. Scese a comprare il giornale, Il Messaggero, come sempre. Sulle pagine locali notò la notizia dell’apertura gratuita dei musei civici, prevista proprio per quella domenica. Gli parve una buona idea, quella di andare al museo. Era un ottimo posto dove stare da solo senza dare l’idea di essere solo.

museo_BNW La foto è di Francesca Minonne

Senza indugio, andò a prendere la metropolitana alla fermata di Pontelungo. I vagoni, dapprima contenenti gente delle lontane periferie, da Morena all’Anagnina, a partire da S. Giovanni si riempirono di turisti stranieri, persone rubiconde che andavano in giro in sandali e calzoncini durante quei giorni ancor frizzanti tra l’inverno e la primavera.

Scese a Flaminio, e si arrampicò all’interno della villa Borghese. Quanto tempo che non ci andava! La bella stagione iniziava a penetrare tra le radure, e i primi picnic riempivano i prati. Alberto passeggiò con un pizzico di piacere, fiancheggiando il Bioparco e la Villa, e fermandosi davanti alla cosiddetta Aranciera. Era lì che voleva entrare, non alla Galleria Borghese e neanche a Villa Giulia. Gli avevano riferito che all’interno di quell’edificio dal sapore ottocentesco e dagli antichi scopi rurali era ospitata un’interessante collezione…

Arrivato all’ingresso, Alberto notò uno sconfortante deserto di persone. Nonostante l’offerta gratuita, nessuno pareva voler cogliere l’opportunità. La biglietteria aveva un solo addetto presente, un ragazzo con una casacca gialla e un cartellino sul petto. Era alto e dinoccolato, i capelli bruni e portati con una frangia vistosa sulla fronte. Gli sorrise timoroso e gli diede il simbolico biglietto d’ingresso. Ad Alberto fece una strana impressione, gli sembrava di conoscerlo.

Entrato nel museo, faticò a trovare il percorso dell’esposizione. Il motivo era semplice: l’esposizione era assente. Erano rimasti soltanto i cartelli che indicavano la strada da seguire, e le didascalie accanto alle opere. Ma dei reperti, neanche l’ombra. Alberto faticò a capire, era uno scherzo? Fece il giro di tutte le sale, soltanto una conteneva in effetti delle opere, un’orribile collezione di statuine etniche. Ma non era quello il motivo per cui era arrivato sin lì.

In quella stanza c’era anche un custode, un altro ragazzo con la casacca gialla e il cartellino sul petto. Era rasato e aveva lo sguardo perso nel vuoto.

  • Mi scusi, ma la mostra è tutta qui?
  • In che senso?
  • Tutte le sale sono vuote!
  • Ah, ok…Sì, stanno finendo dei lavori per la messa in sicurezza di alcune aree del palazzo. Fino a quando non sistemano, la collezione è stata spostata al MACRO. Ma non credo sia esposta, la tengono in magazzino.
  • E non avvertite?
  • Non so…dovrebbe esserci un cartello all’ingresso…

Alberto si voltò e fece il percorso inverso, con passo deciso e sguardo furente. Teoricamente sarebbe dovuto uscire dal retro, finendo il percorso museale, ma dato che non c’era alcuna esposizione, e alcun custode, poté agevolmente tornare al gabbiotto dove aveva fatto il biglietto.

Non c’era alcun cartello.

Il ragazzo dalla casacca gialla era dentro il gabbiotto. Seduto, stava giocando con il suo smartphone, i piedi poggiati sopra la scrivania. Non sembrava proprio intenzionato ad alzare il capo.

  • Mi scusi, giovanotto…

Occhi spauriti, quelli del giovane, come di chi si è appena svegliato dai propri pensieri, qualsiasi essi fossero.

  • Oddio, c’è qualche problema?
  • Direi di sì…sono entrato e non c’è nulla da vedere! 
  • Non ha visto la…
  • Sì, sì…le bruttissime statuine nella stanza in fondo! Ma tutto il resto??
  • Eh, deve ancora essere allestito…
  • E quando mi avvertite? Magari sarei andato a farmi un giro altrove!
  • Mi scusi…ho dimenticato di mettere il cartello, stamani…

Il ragazzo dalla casacca gialla tornò ad abbassare lo sguardo, come chi le ha provate tutte per ripararsi e non può che attendere speranzoso che la tempesta finisca.

Alberto stava per esplodere. I soliti giovani inaffidabili, non prendono nulla sul serio. Quanti ne aveva conosciuti, nella sua carriera d’insegnante!

Poi ricordò. Quel corpo lungo, quegli occhi cadenti e sconfitti, quel modo indifeso di giustificarsi per non aver studiato.

  • Giusti, ma che ci fai qua?
  • Professò, faccio il servizio civile…lavoro non si trova. Son due anni che ho preso la triennale in storia!

Aveva fatto finta pure di non riconoscerlo, fino alla fine. Aveva sempre avuto timore di lui. Tutti avevano avuto timore di lui. Studenti, colleghi, fidanzate, amici. Tutti a distanza, li aveva tenuti. Ed era rimasto solo.

  • Te lo prendi un gelato con me, Giusti? Tanto non mi sembra tu abbia molto da fare qui…

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