Suburra, la Roma che esiste ma non si vede

I giornali hanno lanciato l’uscita del film Suburra, in questi giorni nelle sale cinematografiche, giocando su una presunta contrapposizione con “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino. Aldilà dei titoli facili (e banali) dei media, l’unico paragone che può reggere tra le due pellicole è che entrambe tinteggiano una Roma invisibile, una città assai lontana da quella degli occhi dell’abitante medio, che proviamo a raccontare tra le pagine di questo blog. E’ raro che i mondi di Sorrentino e Sollima entrino in quello di un pendolare della metro, ad esempio, ma può accadere in una passeggiata sul Lungotevere o in una sparatoria casuale all’interno di un supermercato. Si possono, invece, intrecciare tra di loro, come mostrano i personaggi interpretati da un grandioso Pierfrancesco Favino (il politico corrotto) e da Elio Germano (il PR dalla spina dorsale debole), i soli che avrebbero trovato posto anche nel mondo decadente e disilluso di Jep Gambardella.

Per il resto, il film si allinea stilisticamente alle opere precedenti del regista, “ACAB” e “Romanzo Criminale – La serie”, abbeverandosi nella fotografia sontuosa, ricca e accesa di Paolo Carnera, e tratteggiando dei personaggi estremi ma non irreali. I fatti di cronaca degli ultimi anni, soprattutto in ambito capitolino, ci hanno insegnato che è esistito qualcuno come Il Samurai interpretato da un solido Claudio Amendola, ma anche tutti gli altri sono decisamente verosimili. Non li vediamo, ma li immaginiamo. D’altronde il film, così come Romanzo Criminale, è tratto da un libro co-firmato da Giancarlo De Cataldo, il magistrato-scrittore noto per produrre trame sempre ben documentate e aderenti a realtà giudiziarie che infestano il nostro Paese.

Suburra ci racconta una Roma sotterranea che opera indisturbata alla luce del sole. Assassini efferati avvengono senza difficoltà, la presenza della Legge e dell’Ordine è impalpabile. Anche se l’azione è limitata a zone ben precise (il Centro istituzionale, il Porto di Ostia, la Roma Sud-Est tra Tuscolana e Romanina), anche se il finale ci vuole lasciar intendere che il Male spesso finisce per autodistruggersi, l’impressione che i Cattivi (banditi resi forse fin troppo affascinanti, con richiami cinematografici) possano fare quel che pare loro è corroborata anche dalla cronaca, e ci lascia con un bel po’ di ansia addosso.

Metronovela romana

Stefano Bartezzaghi, noto saggista ed enigmista, ha di recente pubblicato un nuovo libro, M: una metronovela, un divertente e divertito viaggio nella metropolitana di Milano, un modo per raccontare la città lombarda attraverso vizi e virtù dei suoi abitanti, condendoli con aneddoti personali e le consuete riflessioni linguistiche. All’interno di questo bel romanzo urbano è presente anche un omaggio a Roma, un capitolo dedicato alla linea A della metro capitolina. Questo post si occuperà invece dell’altra principale linea della Capitale, la B.

A Roma la Metropolitana è una rarità, in almeno due sensi del termine.

E’ rara in senso territoriale, perché della miriade di quartieri di cui è composta la città, sono in pochi i fortunati a essere attraversati da una delle tre linee, ad avere le fermate a portata di gamba. Chi ce l’ha, scandisce i propri ritmi sugli orari di apertura e chiusura e sui tanti disservizi che purtroppo la infestano. E’ difficile per un utente della metropolitana abituarsi ai bus sostitutivi, quelli che lottano con gli automobilisti nel traffico. Il passeggero del metrò vive per allontanarsi dalla linea gialla, riesce a distinguere anche le fermate tutte uguali sulla via Tuscolana, ma non sa che con il 671 può arrivare dall’Arco di Travertino all’EUR, senza attraversare mezza città saltando tra due linee.

La Metro a Roma è, ahinoi, rara anche in senso frequenziale. Le banchine si riempiono nell’ora di punta, nei casi migliori passano tre-cinque minuti tra un treno e l’altro, in quelli peggiori si superano i dieci minuti, ma il meglio di sé lo dà negli altri orari, quelli dimenticati dai pendolari e anche dal servizio pubblico, quando puoi arrivare ad attendere anche venti minuti prima di scorgere, in lontananza, i fari del convoglio, che spunta dalla galleria.

Costruire la metro a Roma è sempre stato fonte di problemi e ritardi. Ci pensarono per primi i fascisti ai tempi dell’Esposizione Universale, poi arrivarono le talpe scavatrici raccontate da Fellini, che tanti danno crearono ai palazzi nei dintorni, e ora gli interminabili lavori per la linea C, che entro il 2020 dovrebbe arrivare ai Fori Imperiali, siti archeologici permettendo. Almeno quindici anni di lavori, nulla di meno di quanto già accaduto con le sorelle più “anziane”, come se questa città respingesse, in fondo, l’idea stessa di avere un servizio sotterraneo.

La metro più vecchia della Capitale è la B, quest’anno ha compiuto sessant’anni, e forse non è un caso che sia stata chiamata così, con un ordine alfabetico non rispettato. B come Blu, il colore che la rappresenta, B come serie B, B come Bistrattata. Ha ancora almeno la metà dei vagoni di vecchia generazione, tutti ricoperti dal colore dei writer, è perennemente in ritardo e soffre pure di reumatismi, visto che quando piove, nove volte su dieci, viene chiusa.

Laurentina

Il capolinea sorge nella zona delle software house romane, il cuore delle società di consulenza informatica, tra Vigna Murata, via del Serafico e viale dell’Oceano Atlantico. C’è un grande piazzale sovrastato da un enorme e moderno centro direzionale, ed è ricoperto di banchine per gli autobus che partono verso ogni tratta, ci sono anche quelli della Cotral che portano ai centri abitati pontini.

EUR Fermi

E’ la prima delle due fermate che confondono le idee ai viaggiatori occasionali, gemelle perché si affacciano sulla stessa strada, la lunghissima viale America, divise solo dal doppio ponte che sovrasta il laghetto artificiale. Vicino alle scalette s’installa un mercatino di bancarelle ultra-economiche, un suk, qualcosa che non ti aspetteresti in un quartiere di status symbol come l’EUR. Certe volte ti guardi in giro, alla ricerca di biancheria o di qualche oggetto per la casa a prezzi stracciati. Il palazzone dell’ENI ti guarda dall’alto, e ti compatisce un po’.

EUR Palasport

Chi pensa di scendere qui e trovarsi di fronte il celebre edificio dedicato a sport ed eventi, costruito nel Dopoguerra da Pier Luigi Nervi, resterà deluso. Il PalaEUR, di recente rinominato da un famoso gestore di giochi, dista circa un chilometro dalla fermata, che in realtà è molto più utilizzata dai migliaia di salariati che si disperdono nei vari uffici della zona.

EUR Magliana

Snodo importante, è la prima delle fermate che la linea ha in comune con il “trenino” Roma-Lido, preso d’assalto dai pendolari che vivono a Ostia e Acilia, al cui confronto la Metro B sembra un servizio platinum erogato in qualche città del Nord Europa. L’ingresso della fermata è un po’ nascosto alla strada, si raggiunge scendendo una corta rampa di scale. Quelli che abitano in quartieri privi di Metro come Portuense o Monteverde vengono da queste parti, parcheggiano nello stretto piazzale che si allunga fino a viale Val Fiorita, di fronte al Parco Rosati, infilati tra le navette aziendali che aspettano i dipendenti prima di iniziare il tour delle sedi. Nel tardo pomeriggio arrivano le prostitute, che scendono alla stazione, si cambiano dietro qualche cespuglio dall’altro lato della strada, e iniziano a passeggiare lungo il marciapiede.

Marconi

Fermata universitaria, si trova accanto alla Facoltà di Lettere di Roma Tre. Ragazzi e ragazze con zaini in spalla e libri al braccio dappertutto, e a ogni ora. Volantini agli angoli della banchina, annunci appesi sui muri scoloriti, numeri di telefono scritti su bigliettini strappati.

Basilica S.Paolo

Tra Marconi e San Paolo ci sono una manciata di secondi di distanza, non fai neanche in tempo a contare le vetrine che si affacciano su via Gaspare Gozzi. Si esce su via Giustiniano Imperatore, a due passi dalla Basilica, a due passi dal McDonald’s. E’ il vero portale del quartiere Ostiense, urbanità grigia per umanità colorata.

Garbatella

A metà tra la tradizione e il futuro, con il ponte di Calatrava intitolato a Settimia Spizzichino in bella vista. E’ l’ultima fermata a cielo aperto, ci si arriva guardando il Gazometro in lontananza. All’uscita c’è un breve vialetto lastricato dove gli sfaccendati chiacchierano in libertà. Ogni tanto qualche ragazzo passa con un grosso album sotto l’ascella, è uno degli allievi della scuola di fumetti che sta lì a due passi.

Piramide

Piramide è il capolinea della Roma-Lido, e dell’ormai ex-periferia. Qui passa di tutto, dalla metro ai treni regionali, e possiede il più complesso sistema di uscite, con una lunga galleria pedonale che ti porta fino a quello che una volta si chiamava air terminal, posto per concerti di radio alternative. Ora ci stanno Eataly e Italo. L’uscita principale di questo edificio fascista è su piazzale Ostiense, da dove si vedono la Porta San Paolo e la Piramide Cestia. Per tuffarti in questo crocevia di speranze e impegni devi superare quei tre gradini che ti separano dalla strada, habitat naturale di borseggiatori, ritrovi di comitive di coatti, appuntamenti di amici che si reincontrano a distanza di mesi, o di anni, perché il Caso li fa abitare in due quadranti opposti dalla città.

Circo Massimo

Luogo di eventi e concerti, ma anche di turismo archeologico, divide le sue uscite tra i due lati di viale Aventino, tra chi scende per piacere, e chi scende per scopi governativi internazionali, ed entra nel palazzo della FAO.

Colosseo

Suggestiva, perché quando si esce dai tornelli ci si ritrova l’Anfiteatro Flavio, l’Arco di Costantino e tutti i Fori Imperiali di fronte agli occhi, e ora che c’è una quasi completa pedonalizzazione, sembra quasi di fare un salto indietro di due millenni. Fonte di un incontenibile e continuo traffico di turisti, che svuotano e riempiono i vagoni a ogni ora.

Cavour

E’ la fermata invisibile, compressa tra due delle più importanti, ci salgono e scendono pochissime persone al giorno. E’ quasi nascosta, nel sottoscala di via Cavour, tra la via Urbana e la piazza della Suburra. E’ l’ideale, per una passeggiata tra i vicoli e i locali del Rione Monti. In quelle rare volte in cui esci di qui, ti penti di non farlo più spesso, e di dimenticarti dello stress quotidiano.

Termini

Una volta era il capolinea, ora è metà del viaggio. A Termini scendono tutti e salgono tutti, è raro che qualcuno l’attraversi indifferente. C’è chi passa alla linea A, chi viene dalla linea A, chi è sceso al capolinea dei bus di Piazza dei Cinquecento, c’è chi va e viene dalla ferrovia. Questo ricambio di passeggeri assomiglia a un lavaggio completo del sangue, e genera un caos fisiologico amplificato dal percorso di scambio piuttosto ambiguo, nel mezzo del quale imperversano gli scippatori. Nella ressa ci sono quelli che si confondono, e salgono sul treno che porta a viale Jonio (linea B1) anziché a Rebibbia (linea B). Se ne accorgeranno solo dopo la fermata di Piazza Bologna.

(La foto è di Francesca Minonne).

La bellezza di Francesco Totti

©Claudio Bernardi/Lapresse
Roma, 10 febbraio 2014 – Porta Metronia
Realizzato il primo murales di un progetto dedicato a 4 miti delle giovani generazioni. Il volto di Francesco Totti dipinto sulla facciata della scuola media “Carlo Urbani”, ex “Giovanni Pascoli”, che Totti frequentava da piccolo. L’opera realizzata dall’artista di Street-Art, Lucamaleonte, uno dei più consciuti del suo genere.
nella foto: il murales rappresentante Francesco Totti

Non sono mai riuscita a capire se Lara sia veramente tifosa della Roma, eppure ricordo di averla vista entusiasta, e poi delusa, lungo i tanti laboriosi secondi posti in campionato della Magica negli ultimi tempi. Ricordo di averle sentito dire che sognava di scrivere un libro dal titolo La bellezza di Francesco Totti, una specie di saggio su come la sua faccia avesse dato diritto di cittadinanza a un certo tipo di avvenenza popolare, ma precisava che era un titolo furbo per attirare lettori e che avrebbe parlato anche di altri. Per una romanista vera l’ultima frase sarebbe stata una bestemmia, con me non rischiava nessuna fatwah. Quel proposito, come molti altri suoi, è rimasto a mezzo.

Lara ha vissuto dodici anni a Primavalle, dove ci siamo conosciute. Ci era arrivata da un quartiere borghese e per i primi anni si era sentita in un luogo esotico e misterioso. Nello stradone dove viveva non c’erano marciapiedi e la vista più spettacolare era quella di una rivendita di piscine, enormi vasconi azzurri di cemento messi in piedi contro un muro. Non era nemmeno parte della Primavalle storica, dove almeno c’erano negozi, chiese e compagnia umana, ma un’appendice anni ’50 fatta di palazzine basse là dove un tempo c’erano un profondo fosso e un canneto. In pochi mesi imparò la lingua e le usanze e si sentì come un topo nel cacio. Imparò a salire i due versanti del suo fosso senza vergognarsi delle fortune avverse, a rispondere a tono e ad apprezzare i lampi occasionali di poesia che sgorgavano nel parlare della gente. Tipo quel ragazzotto che una sera sentì dire: “Ao’, ho visto ‘na stella cadente, devo esprime un desiderio, che desiderio?”, e poi rispondersi, con occhi sognanti volti al cielo: “La fica…”

Lara amava la sua casa e sognava di sistemarla bene. Non si sentì per nulla offesa dalle scomposte manifestazioni di gioia del quartiere quando la Roma vinse l’ultimo scudetto, nel 2001. Addirittura era riuscita a dormire beata mentre tutto il circondario sparava mortaretti e carosellava con macchine e motorini al suono di I campioni siamo noi. Il sagrato della chiesa fu dipinto in tono, gradino per gradino, Pietro fu dipinto di giallo e Paolo di rosso, da come Lara ne parlava non sembrava nemmeno vandalismo, ma una forma di approccio affettuoso al sacro, come un bisogno di far partecipare i santi patroni alla gioia generale della loro città. Poi, Paolo era pur sempre uno che era diventato famoso per quello che aveva scritto quando stava ai domiciliari. Lara aspettò anno dopo anno che si replicasse quella trionfante sospensione dell’ordine. La vernice fu tolta, non so se a spese del vicariato o del comune. I grandi murales dipinti qua e là sbiadirono.

Da tempo Lara non vive più a Primavalle e rimpiange quelle chiassate, quelle notti afose in cui si affacciava alla finestra e strillava a quelli del palazzo davanti di abbassare la radio. Ma ancora di più rimpiange quel pisolino beato mentre scoppiavano i mortaretti. Non lo sapeva, ma era rimasta incinta. E io che la conosco so che non è superstiziosa, ma in tutti questi anni deve aver pensato, magari anche quest’anno lo scudetto lo vince la Roma, magari quella coppia di miracoli si ripete un’altra volta. E intanto è invecchiata, come tutti noi, come Francesco Totti che a suo modo resta bello.

Al Museo

Le domeniche dispari del mese, quando Marisa andava al paese a trovare i loro genitori al cimitero, erano i momenti peggiori per Alberto. Mamma e papà riposavano a Genazzano, il loro paese d’origine, e sua sorella coglieva l’occasione per passarci l’intero fine settimana. Avevano entrambi passato i sessantacinque anni, erano in pensione, la differenza tra loro era che Marisa si era sposata in tarda età con Erminio, l’ex-barista di via Taranto presso il quale aveva preso il caffè tutte le mattine, prima di andare a scuola.

Alberto invece era solo, era sempre stato solo. Aveva avuto qualche amore, tra i venti e i trent’anni, qualche “frequentazione amichevole”, qualche donna. Non ci aveva mai pensato, a sposarsi. Clara, la fidanzata che aveva frequentato quando ancora studiava all’Università, era una brava ragazza, simpatica, semplice e di buon cuore. Troppo semplice, troppo di buon cuore, non alla sua altezza. Lui sarebbe diventato un uomo di cultura, un insegnante, un professore di liceo, quando ancora contava qualcosa.

Le aveva scartate altre due, per questo motivo. Ragazze di quartiere, una sarta ed una commessa che lavorava presso un negoziante di tappeti ebreo di via di Ripetta. Carine, gentili, ma che non lo stimolavano intellettualmente. Marisa gliene aveva presentate svariate, aveva sempre avuto molti contatti, lei che si era aperta una tabaccheria su Viale Furio Camillo. Conoscenze popolari, le aveva sempre considerate così Alberto, che dopo aver vinto il concorso per la cattedra in italiano, latino e greco, era stato assegnato al Liceo Ginnasio Augusto.

Nonostante le facezie da snob, severo e inflessibile, Alberto aveva intimamente sofferto quando Marisa aveva smesso di presentargli delle donne. Era diventato ufficialmente uno “scapolone”, ma fino a quando aveva insegnato non gli era poi pesato tanto. Il peggio era iniziato dopo la pensione, a ritrovarsi solo in casa, le mattine senza fare nulla. Aveva ripreso a studiare, a frequentare biblioteche, qualsiasi cosa pur di non restare solo. Nella disperazione, aveva iniziato a farsi sembrare simpatico pure Erminio, e a frequentare casa della sorella sempre più spesso, talvolta autoinvitandosi.

Quelle domeniche, però, erano le peggiori. Non solo Alberto doveva barcamenarsi a cucinare qualcosa, lui che non era mai andato oltre la pasta al burro e l’uovo sodo, ma non sapeva proprio che fare. Leggere un libro? Lo faceva tutti i giorni. Guardare la televisione? Non se ne parlava, soltanto immondizia. Andare a pranzo in qualche ristorante? Che tristezza, da solo.

Alberto si affacciò alla finestra della cucina, che dava all’interno di quei giganteschi condomini tutto finestre dell’Appio Tuscolano, pietra arenaria e panni stesi, sole splendente sui cortili silenti della domenica mattina. Scese a comprare il giornale, Il Messaggero, come sempre. Sulle pagine locali notò la notizia dell’apertura gratuita dei musei civici, prevista proprio per quella domenica. Gli parve una buona idea, quella di andare al museo. Era un ottimo posto dove stare da solo senza dare l’idea di essere solo.

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 La foto è di Francesca Minonne

Senza indugio, andò a prendere la metropolitana alla fermata di Pontelungo. I vagoni, dapprima contenenti gente delle lontane periferie, da Morena all’Anagnina, a partire da S. Giovanni si riempirono di turisti stranieri, persone rubiconde che andavano in giro in sandali e calzoncini durante quei giorni ancor frizzanti tra l’inverno e la primavera.

Scese a Flaminio, e si arrampicò all’interno della villa Borghese. Quanto tempo che non ci andava! La bella stagione iniziava a penetrare tra le radure, e i primi picnic riempivano i prati. Alberto passeggiò con un pizzico di piacere, fiancheggiando il Bioparco e la Villa, e fermandosi davanti alla cosiddetta Aranciera. Era lì che voleva entrare, non alla Galleria Borghese e neanche a Villa Giulia. Gli avevano riferito che all’interno di quell’edificio dal sapore ottocentesco e dagli antichi scopi rurali era ospitata un’interessante collezione…

Arrivato all’ingresso, Alberto notò uno sconfortante deserto di persone. Nonostante l’offerta gratuita, nessuno pareva voler cogliere l’opportunità. La biglietteria aveva un solo addetto presente, un ragazzo con una casacca gialla e un cartellino sul petto. Era alto e dinoccolato, i capelli bruni e portati con una frangia vistosa sulla fronte. Gli sorrise timoroso e gli diede il simbolico biglietto d’ingresso. Ad Alberto fece una strana impressione, gli sembrava di conoscerlo.

Entrato nel museo, faticò a trovare il percorso dell’esposizione. Il motivo era semplice: l’esposizione era assente. Erano rimasti soltanto i cartelli che indicavano la strada da seguire, e le didascalie accanto alle opere. Ma dei reperti, neanche l’ombra. Alberto faticò a capire, era uno scherzo? Fece il giro di tutte le sale, soltanto una conteneva in effetti delle opere, un’orribile collezione di statuine etniche. Ma non era quello il motivo per cui era arrivato sin lì.

In quella stanza c’era anche un custode, un altro ragazzo con la casacca gialla e il cartellino sul petto. Era rasato e aveva lo sguardo perso nel vuoto.

  • Mi scusi, ma la mostra è tutta qui?
  • In che senso?
  • Tutte le sale sono vuote!
  • Ah, ok…Sì, stanno finendo dei lavori per la messa in sicurezza di alcune aree del palazzo. Fino a quando non sistemano, la collezione è stata spostata al MACRO. Ma non credo sia esposta, la tengono in magazzino.
  • E non avvertite?
  • Non so…dovrebbe esserci un cartello all’ingresso…

Alberto si voltò e fece il percorso inverso, con passo deciso e sguardo furente. Teoricamente sarebbe dovuto uscire dal retro, finendo il percorso museale, ma dato che non c’era alcuna esposizione, e alcun custode, poté agevolmente tornare al gabbiotto dove aveva fatto il biglietto.

Non c’era alcun cartello.

Il ragazzo dalla casacca gialla era dentro il gabbiotto. Seduto, stava giocando con il suo smartphone, i piedi poggiati sopra la scrivania. Non sembrava proprio intenzionato ad alzare il capo.

  • Mi scusi, giovanotto…

Occhi spauriti, quelli del giovane, come di chi si è appena svegliato dai propri pensieri, qualsiasi essi fossero.

  • Oddio, c’è qualche problema?
  • Direi di sì…sono entrato e non c’è nulla da vedere! 
  • Non ha visto la…
  • Sì, sì…le bruttissime statuine nella stanza in fondo! Ma tutto il resto??
  • Eh, deve ancora essere allestito…
  • E quando mi avvertite? Magari sarei andato a farmi un giro altrove!
  • Mi scusi…ho dimenticato di mettere il cartello, stamani…

Il ragazzo dalla casacca gialla tornò ad abbassare lo sguardo, come chi le ha provate tutte per ripararsi e non può che attendere speranzoso che la tempesta finisca.

Alberto stava per esplodere. I soliti giovani inaffidabili, non prendono nulla sul serio. Quanti ne aveva conosciuti, nella sua carriera d’insegnante!

Poi ricordò. Quel corpo lungo, quegli occhi cadenti e sconfitti, quel modo indifeso di giustificarsi per non aver studiato.

  • Giusti, ma che ci fai qua?
  • Professò, faccio il servizio civile…lavoro non si trova. Son due anni che ho preso la triennale in storia!

Aveva fatto finta pure di non riconoscerlo, fino alla fine. Aveva sempre avuto timore di lui. Tutti avevano avuto timore di lui. Studenti, colleghi, fidanzate, amici. Tutti a distanza, li aveva tenuti. Ed era rimasto solo.

  • Te lo prendi un gelato con me, Giusti? Tanto non mi sembra tu abbia molto da fare qui…

A sua insaputa

“Dov’eri domenica sera?”

La voce di Anna, al telefono, era tirata, talmente nervosa da uscire stridula. L’aveva accolto così, dopo averlo chiamato. Giorgio era rimasto interdetto. Iniziò a lisciarsi la barba, come quando rifletteva su problemi o impegni impellenti.

“Che intendi, Anna?”

Non poteva risponderle la verità, per almeno due motivi, che aveva dormito a casa di una donna, e soprattutto quella donna non era Anna. Fermi tutti, però. Anna non era neanche la sua, di donna. Era un’amica. Ma neanche, dai, era una del suo paese, nelle Marche, la vedeva si e no due volte l’anno, quando tornava a casa per le feste. Giusto un saluto tra i vicoli quando s’incrociavano. Piccola, minuta e insignificante.

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Mezzi Pubblici

A Roma sono pochi quelli che prendono i mezzi pubblici. Un po’ perché siamo figli del Novecento, quindi dell’automobile; un po’ perché mentre l’automobile ci aspetta sotto casa e ci porta sotto l’ufficio, attraversare la città con i mezzi pubblici è simile ai tragitti su mappa di Indiana Jones: spesso vengono segnalati dei dispersi a Colli Albani che devono arrivare a Labaro, e hanno smarrito il numero dei cambi di autobus che devono fare.

Il romano medio è uno che prenderebbe l’automobile anche per andare a comprare le sigarette sotto casa, tuttavia esistono dei casi per cui si è costretti ad usufruire dei mezzi pubblici:

  1. Non si possiede un’automobile (o uno scooter). Fino a qualche anno fa sarebbe stata una bestemmia, ma la crisi ha contribuito a far crescere gli appiedati. Per venire incontro alle crisi di astinenza, sono stati creati i servizi di car sharing. Vedi un’auto con delle scritte sulla fiancata, la apri, trovi le chiavi nel cruscotto e te la porti via. Questo nuovo servizio ha creato molte crisi depressive nella comunità dei ladri d’auto.
  2. Si va a lavorare al Centro Storico. Come ben sapete, l’ultimo parcheggio libero e con le strisce bianche visto da quelle parti è risalente ai mai dimenticati tempi di Romolo Augustolo, ed è stato ritrovato durante gli scavi per la Metro C. I lavori sono stati frettolosamente interrotti, ed il parcheggio tumulato per impedire a qualche faccendiere radical-chic di parcheggiarci il SUV e lasciare le quattro frecce accese.
  3. Si è dei feticisti dei mezzi pubblici. Esistono persone che passano il loro tempo a evangelizzare il resto della popolazione urbana sui benefici dell’uso di tram e autobus. Pur non essendo aggressivi come i ciclisti capeggiati dall’attuale Sindaco, non perdono mai occasione di osservare come tutti i problemi di traffico della Capitale verrebbero risolti istantaneamente, se tutti lasciassero l’automobile a casa. Di solito si trovano alle fermate, e danno indicazioni più precise dell’InfoATAC su coincidenze e percorsi alternativi. Nessuno, invero, li ha mai visti salire su un autobus.

Per quanto i feticisti si sforzino di dipingere i mezzi pubblici come un paradiso ecologico e anti-stress, viaggiare sugli autobus può raggiungere livelli di difficoltà inaspettati, soprattutto durante le ore di punta. Andremo ora a descrivere un paio delle più frequenti cause di disagio per i passeggeri.

  • Sindrome da autobus fantasma. Colpisce i passeggeri che aspettano per più di mezzora alla fermata. I sintomi più visibili sono: raptus nel controllare ogni trenta secondi l’applicazione per smartphone, che continuerà ad indicare la vettura come “In arrivo”; forme di amnesia della reale destinazione che li spingeranno a prendere il primo mezzo che passa, sebbene vada in direzione opposta; attacchi di miopia estrema che li porteranno a salire in massa sull’autobus in configurazione “scatola di sardine” nonostante subito dietro stia arrivando un’altra vettura della stessa linea, completamente vuota.
  • Panico da pioggia. E’ una forma virale che si propaga all’uscita delle fermate della metropolitana, che a Roma tende a chiudere nei giorni di pioggia per una forma di rispetto nei confronti dei martiri della siccità. L’utente medio della metropolitana è abituato a ragionare SOLTANTO con il percorso e le fermate della propria linea, e viene colto da veri e propri attacchi quando messo di fronte alla necessità di usare dei bus sostitutivi. La massima espressione di questo fenomeno di massa si registra nei pressi della stazione Termini, punto di snodo di entrambe le linee, dove ondate di persone impazzite si accalcano sulle scale per uscire su piazza dei Cinquecento. E’ in studio un progetto del governo americano per usare uno di questi assembramenti per rovesciare qualche dittatura africana.
Metro quasi vuota

(Foto di Francesca Minonne)

Una volta che si è riusciti, con le buone o con le cattive, a salire su un mezzo pubblico, bisogna attenersi a linguaggi e regole non scritte tipiche di qualsiasi gruppo sociale. Un modo per capire come comportarsi è quello di studiare i principali personaggi che frequentano questi ambienti.

  • L’intralciatore. Ha abbracciato uno stile di vita controcorrente, per questo motivo si trova sempre nel punto sbagliato, ovvero in mezzo ai piedi. Di solito staziona insistentemente davanti alle porte centrali, e v’impedisce di scendere, oppure davanti alle porte posteriori, e v’impedisce di salire. E’ la stessa persona che ama usare le porte in senso contrario agli altri, salendo al centro e scendendo da dietro. Nella variante per metropolitana, si trova immancabilmente sul lato delle porte che si aprono. E lui non deve scendere. Mai.
  • L’uomo-isola. Se vi trovate sopra un autobus pieno di persone in piedi, e vedete un posto accanto ad un passeggero restare libero, avete trovato un esemplare di uomo-isola. A distanza sembra come gli altri, ma tutti lo evitano perché emana degli odori poco gradevoli oppure parla da solo urlando e gesticolando; nella variante più rara, ha entrambe le caratteristiche ed è capace di tenere vuota mezza vettura durante l’ora di punta. Forse un giorno scopriremo che ha ragione lui, qualsiasi cosa stia dicendo.
  • La vecchia che insulta. Quando la vedi salire sull’autobus sembra una simpatica nonnina, ma prova a offrirle il posto a sedere: ti coprirà d’insulti, e lo farà con chiunque, per qualsiasi motivo. Se l’autobus va piano per il traffico, se la prende con il Sindaco. Se c’è poco spazio, si fa largo a spintoni, e voi non potete dirle nulla, perché lei vi risponderà “Lo sai quanti anni ho io”? La versione più pericolosa è quella con il carrello della spesa.
  • Quello che telefona. E’ presente su ogni autobus, si vocifera che sia uno stipendiato ATAC che registra la soddisfazione dell’utenza. Fatto sta che potremo ascoltare le sue infinite conversazioni lungo l’intero tragitto. Sta sempre in piedi, attaccato ad uno dei pali, non chiude mai la chiamata, anche quando non sa cosa dire, anche se passano imbarazzanti momenti in cui parla soltanto del più e del meno. La verità è che quello che telefona lo fa soltanto per non pensare di aver preso un autobus.
  • La disgustata. Non si sa perché è lì. Di solito è una donna di mezza età, ben vestita, trucca, pettinata e profumata. Se non indossa i guanti si passa l’amuchina sulle mani, e ha quello sguardo schifato di chi ha appena visto trasformarsi il suo lussuoso SUV in una grande carrozza piena di germi. Nella sua versione più estrema indossa una pelliccia (NON sintetica) e si tiene a distanza da qualsiasi individuo di colore dal mulatto in su.
  • Il giocatore d’azzardo. Gli piace rischiare, per questo sale sull’autobus senza guardare il numero della linea. La prima domanda che fa agli altri passeggeri è “Scusate, ma questo è il 31?”. Se è salito sull’autobus sbagliato, viene colto dal panico e scende alla fermata successiva. Se è salito sull’autobus giusto, tempesta di domande l’autista e le altre persone per farsi confermare la fermata dove deve scendere.
  • Il traslocatore. Ha preso l’autobus per un servizio traslochi, e sale con pezzi di mobilio, scatoloni e cose simili. Di solito si piazza in fondo alla vettura, incastrando il suo carico sopra al vano motore. Fa finta di nulla e non dà fastidio, se non nella versione più prepotente, quella che occupa i posti a sedere.
  • USB (Uomo Senza Biglietto). Diciamo la verità, a Roma non sono in molti quelli che comprano biglietti e abbonamenti. L’Uomo Senza Biglietto, però, interiorizza il senso di colpa e la paura di essere beccato e multato. Lo vedete sempre nei pressi di una delle porte, di solito la centrale perché i controllori salgono da quelle anteriori e posteriori. Non è molesto, tranne nel raro caso in cui salga un controllore. In quel frangente inizierà a guadagnare l’uscita con fretta e modi bruschi, ma mantenendo una velleitaria nonchalance. Esiste una variante più raffinata dell’USB, il cosiddetto USBT (Uomo Senza Biglietto Timbrato). Ha lo stesso biglietto in tasca dai tempi del Duce, e non l’ha mai timbrato. Si piazza vicino all’obliteratrice ed è pronto a spergiurare di essere salito in vettura proprio in quel momento.

Se vi sentite pronti ad affrontare tutto ciò, la vita sui mezzi pubblici può regalarvi grandi soddisfazioni, come la possibilità di leggere una marea di libri mentre state bloccati nel traffico, incontrare l’anima gemella o anche raccogliere centinaia di spunti per brani come questo. Per tutto il resto, c’è l’automobile.

Sull’autobus

A Roma, la vita sui mezzi pubblici funziona a orari, e a ogni fascia oraria corrispondono i propri passeggeri. Se l’autobus delle otto è quello degli impiegati, basta anticipare mezzora per trovarsi di fronte uno scenario assai più variegato e rumoroso. Ci sono tanti studenti del liceo che affollano gli spazi, quasi tutti a capo chino sui propri smartphone, a chattare e a giocare; ce ne sono due che si sfidano con le rispettive console PSP, potrebbero essere ovunque, e di questo viaggio verso scuola non resterà loro alcun ricordo, se non il risultato della partita. Ci sono le sacche rigonfie di vestiti dei senzatetto che hanno passato la notte dentro Villa Pamphili, c’è il vecchio e verace trasteverino che intrattiene un ragazzo con aneddoti e ricordi, e inizia ogni frase con “A Roma si dice che…”. Infine, c’è chi completa il sonno russando rumorosamente in un angolo e che, come per magia, si desterà proprio dieci secondi prima che la vettura arrivi alla sua fermata di destinazione.

Babilonia, Roma

Andavo a scuola a Viale Marconi e tutti i miei compagni abitavano lì. Nei pomeriggi di sabato o nelle rare giornate senza compiti il rettilineo del Fiume Rosso, come lo chiamavamo in confidenza, suggeriva solo due direzioni possibili: l’EUR quando si voleva prendere aria, il centro di Roma quando si volevano fare acquisti. Rita e io andavamo quasi sempre al centro, ma non è che facessimo tutti questi acquisti, ci piaceva e basta. C’erano le rovine in cui si entrava gratis, c’erano le chiese nere di smog per curiosare, c’erano finestre illuminate per immaginarsi come si poteva vivere, davanti al teatro Quirino o vicino a Fontana di Trevi. C’era il calare della sera che d’inverno ci sorprendeva fuori casa, in piedi dietro al finestrino di un autobus, stanche ma piene di vaghe aspettative. Come ve lo spiego? Al centro ci sentivamo come in una canzone di Claudio Baglioni, ispirate da impressioni e pensieri che sembravano esistere solo lì, mille e più tramonti dietro i fili del tram e tutto il resto.

C’erano anche i negozi, ma per noi erano il meno. Cercavamo di tenerci lontane dal volgo profano che la metropolitana A, quasi nuova a quei tempi, vomitava a getto continuo per strusciare il Corso in lungo e in largo alla ricerca di jeanserie. C’erano però degli oggetti del desiderio cui nemmeno noi ragazze dai gusti difficili (il termine nerd non era stato ancora importato) riuscivamo a resistere. Certi abiti da avvelenata, tutti neri e con un buco per la pancia. Le magliette con le cuciture rivolte di fuori e con lo scollo a barca. Le decorazioni di paillettes. Le camicie bianche, possibilmente un po’ trasparenti, da mettere alle feste. Questo elenco confonde insieme capi di tutto il decennio, ma che volete, non sono un’esperta di storia della moda e la memoria è quella che è.

galleria colonna

Babilonia era sotto la Galleria Colonna, su Via del Corso. Il nome evocava, forse, il peccato di essere amanti degli stracci bizzarri che vi si vendevano, sicuramente evocava il caos di un grande negozio “di roba da giovani”, in tempi in cui tra la boutique e il grande magazzino non si era ancora insinuato il genere fast fashion. Aveva delle vetrine enormi che passando eri costretta a guardare, non fosse altro che per dire “non mi vestirei così nemmeno se mi pagassero”. Però poi ci entravi, perché la natura umana è quello che è e per due adolescenti perfino gli stracci di Babilonia avevano, a guardarci e frugarci in mezzo, quel sapore di felicità lontane e negate. Perché a quei tempi io mi sentivo brutta e grassa, e Rita si sentiva bassa e grassa. Avevamo dei buoni motivi per crederlo, beninteso. Così quella sera di sabato che sapeva di Baglioni entrammo da Babilonia per vedere i saldi senza un filo di inquietudine, anche se qualche compagna ci aveva raccontato che una ragazza inglese era entrata in un camerino di quel negozio e non ne era uscita più, era stata rapita, rasata, messa in un baule e venduta a uno sceicco.

Seriamente, dove l’avremmo trovato uno sceicco che ci comprava, noi due? Nemmeno a metterci in saldo.

Poi erano tutte stupidaggini raccontate per metterti paura, come il topo-cane delle Filippine e il motociclista decapitato, per quanto all’epoca tutti giurassero che quelle storie passate per migliaia di bocche, come nel paleolitico, fossero capitate a un amico di un amico o addirittura al loro cuggino, come direbbe Elio delle Storie Tese. Come avrei appreso più tardi, la storia del camerino era nata come calunnia anti-semita in Francia, e nella casualità del suo circolare continuava, ma guarda un po’, ad attaccarsi volentieri a negozi gestiti da ebrei, o da stranieri.

“Guarda questo” dicevo sventolando un top minuscolo “secondo te come si regge?”

Rita ribatteva dando mano a un paio di pantaloni: “E questo chi se lo infila, secondo te? A me non entra nemmeno una gamba”

“A me non entra nemmeno come turbante, arrotolato in testa. Però questa camicia…” eccola là. Cominciavo a cedere. Avevo visto una camicia bianca, un po’ trasparente, con le paillettes. “Questa potrebbe andare bene con la gonna nera di velluto”, altro indumento feticcio del decennio.

“Dici? Ma non ti entra più quella gonna. E ti fa la pancia”

Avessi avuto un martello, Rita avrebbe fatto la fine del Grillo parlante di Pinocchio, fortuna sua che la mia unica arma era la cocciutaggine adolescenziale. “Me la provo, vado a cercare i camerini”

“Vengo con te, hai visto mai si apre la botola per sbaglio”.

Ma c’erano i camerini, a Babilonia, o c’era piuttosto una specie di stanza caotica sul retro, con qualche tenda da tirare e qualche specchio, in cui ci si cambiava alla bell’e meglio? Girammo negli angoli più estremi del magazzino senza sapere nemmeno esattamente cosa stessimo cercando, scostammo una tenda pesante, percorremmo un corridoio in penombra sentendoci le sceme che muoiono subito dei film di paura. Ma paura di cosa? Una voce di uomo, con accento straniero, diceva: “Quelle due portale via subito” “Le prende Franco col furgone, siamo già d’accordo”, rispondeva un romano.

“Se ne arrivano altre così le teniamo qui fino a domani”

“C’è posto anche nel magazzino di sotto, ce le porto io”

“Appunto”

“Clara, mi stai stritolando il braccio”, sussurrò Rita. “Ma li hai sentiti?” “Sì, andiamocene” “No, andiamo a vedere”. Le voci si avvicinavano, aprimmo una porta a caso per nasconderci e vedemmo il baule, con dentro due ragazze nude con la pelle bianca nel buio, rasate e incoscienti, con le mani legate dietro la schiena. Uscimmo urlando e armammo un gran casino che ho vergogna di ricordare. Dieci minuti dopo eravamo nell’ufficio del capo di Babilonia (Nabucodonosor?) che ci aveva fatto un tè caldo e ci spiegava che poco prima stava parlando di maglie difettose, e che le due ragazze rapite, che guardassimo pure, erano due manichini in uno scatolone, senza vestiti e senza parrucche. Non aveva l’aria offesa, anzi era molto divertito. Noi un po’ meno.

Non lo so se fummo davvero noi a dargli l’idea, ma qualche giorno dopo fece allestire una vetrina a tema con bauli aperti e manichini legati e imbavagliati. I giornali che ne parlarono lodarono lo spirito con cui si era preso gioco della leggenda urbana del camerino maledetto.

Qualche volta ho provato a chiedere a Rita cosa ricordi di quel pomeriggio a Babilonia: ricorda assai poco, e quel poco è pure diverso dal mio. Ma questo hanno di bello le storie che ti racconti quando le trasformi in ricordi, che restano solo tue e non partono per il mondo come le voci delle leggende metropolitane. Restano assieme ai posti e alle impressioni che non esistono più, in piedi stanche nell’autobus che ci portava a casa, agli anni ’80, e a mille e più tramonti dietro i fili del tram.

E alla camicia bianca di Babilonia, trasparente, con qualche paillettes, che portai a casa quella sera e che ho ancora da qualche parte.

(La foto è di Francesca Minonne)

In trasferta

Gloria dormiva ancora nella sua camera. Mattia l’aveva tenuta sveglia fin dopo la mezzanotte, con i suoi dolorini, poi era crollato. Anche se non dormiva con loro, Pietro aveva sentito i lamenti e il vociare attraverso i muri. Pur trovandosi in un convento, l’edificio era di recente fattura, e le pareti divisorie tutt’altro che insonorizzate.

Erano le sei di mattina, e l’alba tardava ad arrivare, sulla Valle dei Casali. Era quel periodo dell’anno, fine settembre, in cui l’estate era ormai finita ma mancava ancora un mese all’adozione dell’ora solare. Pietro indossò in fretta la canotta, i pantaloncini e le scarpe da corsa, e uscì dalla sua stanza. Qualche sorella percorreva già i lunghi corridoi, tornando dalla colazione o dalla preghiera. Lui le guardava con un sorriso riverente, loro con la bonaria comprensione di chi aveva imparato a conoscere le sue abitudini.

Il freschetto di quell’ora lo investì, quando mise il naso fuori, ma lui non ci fece caso. Se avesse corso a Campobasso si sarebbe coperto di più, a Roma il clima era ben più mite per un molisano doc come lui, che si trovava ormai periodicamente nella Capitale. Il marciapiede di via del Casaletto era stretto, in alcuni tratti inesistente, ma c’erano ancora poche automobili in giro. Pietro iniziò a riscaldarsi, mentre camminava. Stretching delle braccia, torsioni, piegamenti delle gambe, mentre camminava. Ripeté i movimenti per qualche minuto, poi iniziò ad aumentare il ritmo della falcata. La strada era stretta, due automobili per verso c’entravano a fatica.

Sul lato sinistro si addossavano conventi o scuole private religiose come quella dove lui, Gloria e Mattia alloggiavano. Tra un muro di confine e l’altro, Pietro si godeva il panorama sulla Valle dei Casali che iniziava ad illuminarsi. Sul lato destro, palazzine e villini si susseguivano, eleganti, dal design attento e dagli spazi non risicati, con ampi terrazzi a semiluna, le tinte che omaggiavano tutti i pastelli della nostra infanzia. Avevano costruito in molti, fino a qualche decennio prima, ma nella Valle dei Casali non si costruiva più. Era un sito d’interesse archeologico e naturalistico, ora, e l’intervento statale aveva salvaguardato intere colline che ospitavano aziende agricole, circondate dall’urbanità anni Sessanta di Monteverde Nuovo e della Portuense.

Pietro iniziò a correre. Non aveva molto tempo, quella mattina, perché era il giorno delle analisi di Mattia all’Ospedale Bambino Gesù, ai piedi del Gianicolo. Di solito venivano a Roma in tre, lasciando sua moglie Giselda a Campobasso. Lei aveva un paio d’anni meno di Pietro, e non era rientrata nell’ultimo scaglione di pensionati, doveva lavorare altri tre anni. Quanto a Gloria, con la malattia di Mattia aveva ottenuto le agevolazioni previste dal contratto nazionale.

Superò il capolinea del tram, sulla Circonvallazione Gianicolense, e dopo qualche decina di metri fronteggiò Villa Doria-Pamphili. Era un parco enorme, tagliato da una grande strada che conduceva fino al Foro Italico. I romani la chiamavano semplicemente Villa Pamphili, forse per dar rispetto alla famiglia più importante, o solo per pigrizia. Quanto verde c’era a Roma! Pietro non se ne capacitava mai. Iniziò, come sempre, il suo tragitto di allenamento dall’ingresso di via della Nocetta.

villa-pamphili

Un lungo viottolo di sanpietrini lo accompagnava circolarmente a percorrere tutto il versante sinistro del parco, quello più selvaggio e in un certo senso rurale. Ad un certo punto il viottolo s’interrompeva, lasciando posto ad un percorso sterrato che circumnavigava un piccolo colle di alberi, e che lo accompagnava verso un esiguo laghetto artificiale. In quel punto, dove solo una cinta muraria divideva il parco dalla via Aurelia antica, Pietro immancabilmente incontrava un signore con il giornale in mano, che passeggiava con il suo cane. Il cagnetto, microscopico e nero, con alcune striature brizzolate, dimostrava un’età canina superiore a quella del padrone, che aveva tutta l’aria di essere un neo-pensionato coetaneo di Pietro. L’animale gli zompettava attorno mentre l’uomo passeggiava alla ricerca della panchina migliore dove leggere il quotidiano, fino a quando l’esausto cagnetto, complice l’età, iniziava a tossire con il fiatone, e si accucciava speranzoso di poter avere un po’ di riposo.

Tornando indietro, verso il punto di partenza, Pietro s’imbatteva in un parco giochi per bambini, di quelli sempreverdi, con scivolo, altalena e il pendolo umano. Era ancora vuoto, ovviamente, ma già se lo immaginava riempirsi di grida, corse e libertà con il passar delle ore. Avrebbe voluto portarci Mattia, quando sarebbe stato meglio. Ce lo avrebbe portato presto.

A Roma abitano veramente tante persone, perché anche a quell’ora, anche quando Villa Pamphili assomigliava ad un giardino, Pietro incontrava altri runner come lui. Tutti lavoratori che dovevano timbrare presto, oppure pensionati che si tenevano in forma. Ogni tanto Pietro si accodava, per farsi un po’ di compagnia e tenere il ritmo. Non che ne avesse bisogno, correva da decenni, ma gli piaceva scambiare due chiacchiere con degli sconosciuti, anche per sfogarsi un po.

Pietro affrontò di buona lena la salita, e attraversò il ponte sospeso che univa i due versanti del parco, passando sopra la strada. Si sentiva proprio bene, quel giorno aveva voglia di fare il giro completo, passare per il laghetto grande, per la pineta, attorno alla villa e arrivare fino a San Pancrazio. Il cellulare gli squillò, era Gloria. Doveva rientrare, loro erano già pronti. Era meglio arrivare un po’ prima, per essere i primi a prendere il numero di attesa per le analisi.

Le case di Pasolini

La stanza si stava oscurando, presto avremmo dovuto accendere la luce. Il dì lavorativo canonico era agli sgoccioli, e dovevamo colloquiare ancora sei persone. Ferretti sbuffava, infastidito.

– Non possiamo proseguire domani? Sono quasi le sei!

Gli risposi che no, non potevamo. Domani avremmo dovuto lavorare alla relazione da presentare al cliente, il cuore della nostra consulenza, e non potevamo prenderla alla leggera. Avevamo bisogno di una giornata intera per dare le indicazioni richieste.

Ferretti si alzò scocciato e andò a chiamare il prossimo. Io stavo già esaminando il CV e la sua storia nell’azienda, il settore d’assegnazione e le mansioni svolte dall’assunzione. Avvertii la novella presenza in stanza quando l’esaminato si sedette davanti a me, ed alzai gli occhi. Gli strinsi la mano ma non mi uscì nulla dalla bocca.

“Quel volto. La foto. La lettera. La lettera di Anna.”

Aveva trentasette anni, ed era stato tra gli ultimi assunti in azienda, dopo una decina d’anni tra stage, precariato e interinale, poco prima della grande crisi. Lo squadrai per una manciata di secondi, prima di iniziare. Era prestante e con un bel completo grigio, ma dava l’impressione di vestire assai diversamente, nella vita privata.

– Allora, lei cosa ne pensa di quel che stiamo facendo?

– Penso che mi sentirei molto a disagio, nello svolgerlo.

Non tradiva nervosismo, nonostante tutto, e disponeva i lineamenti marcati in un ghigno ironico. O forse, era soltanto teso.

“E’ lui. E’ PROPRIO lui. Gli somiglia TROPPO.”

Gli porsi un altro paio di domande di routine, a cui rispose con decisione. Ferretti aveva tradito l’impazienza di chiudere la giornata lavorativa alzandosi in piedi e andando vicino alla finestra. Scostò la tenda, fissando il panorama dell’EUR, dal dodicesimo piano. Forse cercava con lo sguardo il miglior bar di viale Europa, per andarsi a fare un aperitivo.

Io non mi feci mettere fretta, e continuai il colloquio.

– Lei si sente già arrivato, professionalmente?

– Cosa intende?

– E’ sicuramente precoce, rispetto alla sua generazione.

– Perché lavoro?

– Perché lavora, e ha un contratto a tempo indeterminato alla sua età.

– Un contratto a tempo indeterminato non significa nulla, se non c’è più il lavoro. E la situazione in cui ci troviamo lo conferma.

Mi sentii un po’ in imbarazzo per la domanda. Me l’ero cercata. Ferretti scuoteva il capo, con il naso ancora attaccato alla vetrata.

– Tornando alla questione, come potrei? Questa non è più un’epoca in cui si fa lo stesso lavoro, per la stessa azienda, per quarant’anni, fino alla pensione. Non esiste più il posto fisso…e non esisteranno più neanche le pensioni, tra un po’. Voi sarete tra gli ultimi a prenderla, credo.

Ci fissò, a me e a Ferretti, con un sorrisino che avrei definito sprezzante. Non avevo ancora sessant’anni, ma mi sentii molto più vecchio in quel momento.

– Quindi lei è conscio che in ogni crisi si nasconda anche un’opportunità…

– Sono conscio che il lavoro non sia più lo stesso del secolo scorso, che applicare modelli buoni per il mondo produttivo industriale al settore terziario sia stata una follia a cui credevano solo i sindacati, credo che la tecnologia ci fornisca molti strumenti ma allo stesso tempo riduca le mansioni umane necessarie, credo che per motivi di ordine sociale vengano create delle posizioni inutili, e che per questo motivo il mondo impiegatizio si stia riempiendo di “passacarte”. Credo anche che la presenza di ruoli del genere faciliti molto il lavoro di gente come voi.

“Ha proprio un bel carattere. Il carattere di Anna. Tutto lei.”

Finiti i colloqui, mi sentivo molto stanco e provato, lasciai Ferretti al suo aperitivo e tornai nell’appartamento che l’azienda mi aveva fornito come foresteria per la trasferta. Si trovava lì vicino, in via Eufrate, dietro la chiesa dei S.S. Giovanni e Paolo che dominava l’EUR dall’alto della sua scalinata. Era in un gruppo di villini che si godevano il discutibile panorama della Magliana e dell’autostrada Roma-Fiumicino. Una via silenziosa e isolata, dove non passava nessuno tranne i residenti.

Pasolini-EUR-Eufrate

Avevo saputo che nel villino dove avevo l’appartamento, una volta ci abitava Pasolini con la madre. Mi fece uno strano effetto, quella notizia. Pasolini il poeta della borgata, il narratore degli esclusi, era finito qui in alto, in un quartiere snob-borghese, lontano dal cuore pulsante della città e delle persone. Come si cambia, pensai. Da giovani si vuole cambiare lo stato delle cose, da maturi si vuole mantenerlo. E ci si scontra, tra generazioni. E ci si scontra, con il nostro passato.

“Devo ritrovare quella lettera. E la foto.”

Passai una notte agitata, non so se per quel colloquio del giorno prima, o per quel che mi attendeva. La mattina dopo, m’incontrai con Ferretti da Palombini per un caffè, e iniziammo a buttare giù le impressioni che avevamo ricavato. Il mio collega era piuttosto carico.

– Io mi sono fatto un’idea, ne devono mandare in mobilità almeno trenta per far quadrare i conti e continuare con il regime di solidarietà del resto del personale.

– Trenta…sono tanti.

– Ho visto di peggio, da altre parti. E comunque ci sono un paio di reparti che sono sovradimensionati, possono andare avanti con metà dell’attuale organico.

– Ti sei fatto anche qualche idea sui nomi?

– Beh, per quello sai come funziona. Anzianità di servizio, famiglia a carico, infine l’effettiva produttività e necessità del profilo professionale. Ci sono pur sempre i sindacati a trattare, e loro difendono innanzitutto se stessi e gli iscritti. Non dovrei dirlo proprio a te, poi…

“Non sono più sindacalista. E non posso difenderlo.”

Consegnammo la relazione al cliente, e tornai a Milano. Passai il weekend in famiglia, ritrovando un po’ della serenità che si perde sempre, svolgendo quel tipo di lavoro. Ogni settimana contribuivo a gettare nel panico e nella disperazione molte famiglie.

Domenica pomeriggio, mentre mia moglie stirava e i ragazzi erano usciti con gli amici, mi dedicai a riordinare lo studio. C’erano tante cartacce sparse in giro, spesso le mettevo via senza neanche leggerle. La lettera, però, l’avevo letta, anche se avevo preferito far finta di niente.

Ciao Giorgio,

Ho trovato il tuo attuale indirizzo grazie a Internet. Che prodigioso strumento! Se fosse esistito prima, forse molte relazioni non sarebbero terminate nella stessa maniera. O non sarebbero finite affatto…il nostro rapporto mi ha lasciato molto, anche più di quel che tu non creda. Ho vissuto una bella vita, Giorgio…parlo al passato perché sono malata e non so quanto vivrò ancora. Non voglio nulla da te. So che ti sei costruito una bella famiglia a Milano. Spero che tu sia felice, ma credo sia giusto che tu venga a conoscenza della verità. Quando mi lasciasti, ero incinta. Di un figlio tuo. Quel figlio ora è un uomo, e porta il mio cognome. Sei l’unico a saperlo, non ho mai rivelato la tua identità a nessuno. Ti allego una sua foto. Se vorrai, saprai rintracciarlo.

Un abbraccio,

Anna

Pasolini-Monteverde-Fonteiana

Venivo spesso in trasferta a Roma, e alla prima occasione mi ritagliai un paio d’ore, durante un pomeriggio, per andare all’indirizzo che avevo trovato sulle Pagine Bianche. Anna si era comprata una casa a Monteverde, a via Fonteiana, una lunga discesa che collegava il versante vecchio a quello nuovo del quartiere. La palazzina dove abitava era del dopoguerra, a tinta chiara, quattro piani e balconcini piccoli. Trovai il suo cognome sul citofono, ma rimasi lì fermo finché qualcuno non aprì il portone per uscire. M’infilai nell’atrio. C’era una targa in alto, che recitava:

“Com’era nuovo, al sole, Monteverde Vecchio!”

Era un verso di Pasolini. Ricordavo che abitava da queste parti, negli anni Cinquanta, prima della sua inarrestabile e polemica scalata culturale nel Paese. La porta dell’ascensore si aprì, ed il figlio di Anna uscì nell’atrio.

– Lei cosa ci fa qui?

– Buonasera! Ero venuto a vedere la targa…sa, sono sempre stato un appassionato di Pasolini! Non sapevo che abitasse qui…

Lui mi guardò un po’ incredulo, poi fece per andarsene via.

– Senta, poi com’è andata in azienda?

– Dovrebbe saperlo bene…due anni di mobilità, e poi a casa!

– Mi dispiace, ma alla fine noi ci atteniamo a dei parametri…

– Non c’è bisogno che mi reciti la solita pappardella…siete fortunati con la nostra generazione. Noi non abbiamo fatto in tempo a disilluderci, perché illusioni non ce le siamo mai fatte.

– Lei non ha famiglia?

– Mia madre è morta qualche mese fa. Mio padre non so chi sia. Adesso scusi, ma devo andare.

Lo presi per un braccio. Lui si girò stupito.

– Se le chiedessi di nuovo cosa pensa del nostro lavoro, mi risponderebbe ancora che la fa sentire a disagio?

– Gliel’ho detto. Non ho fatto in tempo a diventare un disilluso. E in quest’epoca, la distanza tra due pensieri opposti viene ampiamente colmata da una busta paga. Una scelta ideologica spesso dipende dal numero degli zeri…

Il figlio di Anna mi fece un cenno con la mano, e aprì il portone. Appena tornato a Milano, recuperai il suo CV e lo affidai alla direzione del personale per convocarlo per un colloquio d’assunzione.