Intermezzi urbani – Settembre

Dal dentista

“Dottore, quanto le devo?”

“Tremila euro.”

“Con o senza fattura?”

“Che fa, me lo chiede lei, ora?”

“Dopo tanti anni, mi sono abituato.”

“Io no, invece. Me li porti in contanti, mi raccomando.”

Ricevimento insegnanti

“Suo figlio ha grosse difficoltà di comprensione dei testi scritti.”

“Eppure a me sembra così intelligente!”

“Dovreste spingerlo ad esercitarsi nella lettura.”

“Glielo ripeto spesso, sa? Comunque la sera ci confrontiamo molto.”

“Veramente? Bene. Su che temi?”

“No, niente temi. Giochiamo a calcio sulla Playstation.”

Festa privata

“Hai visto come si è vestita Carla?”

“Non è male quella gonna…secondo me le dona. Il problema con Carla è un altro.”

“Cioè?”

“E’ molto schietta e indiscreta.”

“Non mi sembra qualcosa di irrecuperabile…”

“Dipende, l’altra volta mi ha detto che secondo te non posso permettermi i vestiti corti.”

Appuntamenti

“Che bravo, sei venuto a piedi?”

“No, ho preso l’autobus.”

“Come t’invidio! Io non riuscirei mai a separarmi dalla mia auto!”

“Io sono stato costretto. Ho preso una buca.”

“E quindi? Non potevi cambiare la gomma?”

“No, l’auto è ancora dentro. La buca.”

Al pub

“Scusi, possiamo sederci al tavolo?”

“Sono soltanto la cameriera, parli con il gestore.”

“Mi ha detto che potevamo accomodarci.”

“Perfetto, allora. Prego.”

“Senta, possiamo già ordinare?”

“No, le ordinazioni si fanno al bancone.”

Una giornata di pioggia

Un portaombrelli sul pianerottolo. Era proprio lì, tra l’ingresso dei nuovi arrivati e l’ascensore. Aprendo la porta metallica, o perlomeno spalancandola come quando si torna dal supermercato o si sta facendo un trasloco, si finiva pure per toccarlo, il portaombrelli. Non che si corresse il rischio di romperlo. Era in ferro battuto, pennellato di bianco, con quello stile shabby chic che andava tanto di moda negli ultimi anni.

Alla signora Angela diede subito fastidio quando lo vide, uscendo di casa. Abitava anche lei, col marito, su quel pianerottolo del settimo piano, in uno dei tanti palazzi, tutti uguali, che popolano i Colli Albani. Edifici costruiti negli anni Cinquanta, dalle scalinate imponenti e i corrimano eleganti. Cosa c’entrava quella sgangherata imitazione liberty? Ora non aveva tempo, ma tornando in serata avrebbe suonato alla porta dei nuovi vicini per far notare loro quella scelta di cattivo gusto. No, non era decisamente di buon gusto. Il suo vaso sì che lo era, intonato sia nella forma che nel colore.

colli-albani

Erano le ore otto di lunedì otto settembre quando la signora Angela sbucò fuori dalla cabina dell’ascensore, fiancheggiò la guardiola del portiere eternamente vuota e s’affacciò per strada, aggrappandosi al pesante battente in legno. Pioveva a dirotto, e la donna si meravigliò di non essersene accorta prima. Pur non avendo osato sollevare le persiane, tutto quel rumore d’acqua non avrebbe dovuto passare inosservato. Tornò in fretta verso il suo appartamento, nessuno aveva ancora chiamato l’ascensore. Passò dieci minuti abbondanti alla ricerca del proprio ombrello, senza successo. Ne avevano due in casa, e l’altro l’aveva ovviamente portato via suo marito.

Sconsolata, la signora Angela uscì dall’appartamento occhieggiando il portaombrelli dei nuovi inquilini. La fermata della metro non era distante, ma la foga della pioggia era tale che non sarebbe bastato zompettare da un cornicione all’altro. Oltretutto aveva indossato uno dei suoi vestiti preferiti, e non intendeva sgualcirlo, né sacrificare uno di quelli che teneva nel magazzino del negozio per indossarlo durante l’orario d’apertura.

Il portaombrelli non era vuoto, conteneva un ombrello, invero. Era uno di quelli lunghi, eleganti e bicolori, con il manico curvo e borchiato d’ottone. Un classico accessorio di chi vuol dare a vedere di avere classe, ma che magari l’ha acquistato da un extra-comunitario in mezzo alla strada. Chissà se erano in casa…non sapeva neanche quanti fossero. Due, tre, studenti, lavoratori…era stanca dei continui affitti del signor Esposito. Non passava qualche mese, al massimo uno o due anni, e i suoi inquilini se ne andavano. Ogni volta era un abituarsi a nuove consuetudini.

La signora Angela, molto cautamente, tirò fuori l’ombrello e aprì la porta dell’ascensore. Lo avrebbe riportato stasera, e magari avrebbe aggiunto un cartello dove faceva notare che nel condominio era vietato tenere oggetti personali sul pianerottolo. Non si trattava forse di una zona comune?

****

Marco l’aveva stancata. Il suo romanticismo era sfiorito fino a diventare ossessione e mania del controllo. Perché finiva sempre per innamorarsi di tipi del genere? Sua madre le avrebbe risposto che inconsciamente cercava dei punti di riferimento lì dove le era sempre mancato il padre. Come se frequentare uomini più grandi e sposati avesse qualcosa di paterno, poi.

Erano bastati due-tre mesi, a Claudia, per ritrovarsi Marco a fare le scenate in negozio davanti alla sua datrice di lavoro. Le aveva rinfacciato delle uscite in discoteca con le amiche. Era stato piuttosto umiliante, ma per fortuna la signora Angela, di solito molto rigida e formale, aveva chiuso un occhio e fatto finta di niente. Ma Claudia era stata irremovibile con Marco: non si sarebbe più fatto vedere, dalle parti del Centro Commerciale Cinecittà 2.

Alle ore tredici di lunedì otto settembre, Claudia iniziò la sua pausa pranzo. Si recò ad uno dei bar del secondo piano, acquistò un panino e poi sbucò sul piazzale interno al centro commerciale, quello che affacciava verso una serie di palazzine, sedi di vari uffici e call-center. Numerosi gruppetti di giovani uscivano all’unisono per consumare la propria schiscetta, a quell’ora. Aveva smesso di piovere, ma le nubi plumbee all’orizzonte promettevano una prossima ripresa. Era stata un’estate breve e pessima, ma a Claudia non era dispiaciuto. Non aveva un soldo e non sarebbe comunque potuta andare da nessuna parte. Aveva passato luglio e agosto uscendo con Marco, di nascosto da tutti, e non s’era trovata male, prima di fare la conoscenza della sua sgradevole gelosia.

Dopo il panino, Claudia si accese una sigaretta e iniziò a passeggiare per il piazzale, facendo a zig-zag tra le pozzanghere ed evitando le gocce che si gettavano a terra dalle grondaie. Il telefono, nascosto nella tasca posteriore dei jeans, iniziò a vibrarle. Era Marco che le scriveva.

“Ciao.”

Non voleva rispondergli, dargli la soddisfazione. Si era comportato male.

“Sei in pausa pranzo?”

Ecco, iniziava subito con il controllo. Era più forte di lui, non c’era nulla da fare.

“Volevo scusarmi per ieri. Non mi sono regolato. Ma a casa stanno cambiando un po’ di cose.”

A casa cambiavano sempre le cose. Ma perché doveva pagarne le conseguenze lei, che in quella casa non ci viveva?

“Senti, possiamo parlarne? Ci prendiamo un caffè verso le sette? Non mi va di discutere con i messaggi.”

Claudia avrebbe potuto continuare ad ignorarlo, ma sapeva di rischiare di ritrovarselo di nuovo al negozio. Finalmente rispose e gli diede appuntamento al solito posto. Tornando al negozio, chiese alla signora Angela un’ora di permesso per uscire prima. La signora non fece obiezioni, e quando vennero le sei le consigliò di prendere l’ombrello con cui era venuta quella mattina, visto che lei aveva ritrovato il suo in magazzino. Aveva ricominciato a piovere.

****

Il colloquio di quel pomeriggio era stato soddisfacente, ma non gli bastava più. Era la terza volta che l’azienda di consulenza per cui aveva presentato candidatura lo chiamava, e Giovanni era ormai stanco. Infiniti iter di selezione, quei test attitudinali con la presunzione di saper individuare la persona giusta, il tutto per milleduecento euro al mese. E l’arroganza di chi sa di essere ancora tra i pochi ad assumere a tempo indeterminato, e di potersi permettere di scegliere tra un nugolo di disperati come lui.

Giovanni si stava pentendo di aver preso quell’appartamento in affitto, con Paolo e Massimo. Si era fatto convincere dall’entusiasmo, andare a vivere a Roma, essere indipendenti, quando lui indipendente non lo era ancora. Paolo e Massimo avevano un lavoro, sottopagato, precario che fosse, prima o poi i soldi che i suoi gli avevano dato sarebbero terminati.

Erano le sette e trenta della sera di lunedì otto settembre quando Giovanni entrò nel Caffè Cantù, il più noto della zona dei Colli Albani, ritrovo di amici, dopolavoristi e coppiette clandestine. Veniva spesso in questo bar con i ragazzi, perché oltre a servire ottimi caffè e dolci, aveva anche la connessione wifi gratuita, e loro stavano ancora aspettando l’attivazione. Abitavano lì dietro, in uno di quei palazzoni di dieci piani che riempivano il quartiere. Avevano affittato la casa da un ex-maresciallo in pensione, il signor Esposito, ad un canone tale che Paolo e Massimo lo avevano supplicato per unirsi a loro anche se non aveva ancora il lavoro.

“Lo troverai presto, con i tuoi titoli”, lo avevano convinto così.

Giovanni ordinò uno spritz e poi si accomodò in uno dei tavolini interni, scrollandosi le goccioline che avevano tempestato il suo completo “da colloquio”. Al tavolo a fianco notò una bella ragazza, mora, appariscente, con una maglia scollata e i jeans attillati, ed un uomo molto più grande di lei, sui quaranta passati, brizzolato e un po’ rotondetto. Lei sembrava scocciata e fuggiva sia lo sguardo che le carezze della mano dell’uomo. Lui bisbigliava parole incomprensibili con un tono supplicante.

Arrivò il cameriere con lo spritz, e Giovanni estrasse il notebook dallo zaino. Si collegò ad Internet ed iniziò a spulciare nuovi annunci di lavoro. Non aveva molte scelte, o insistere con dei profili qualificati, oppure adattarsi a qualche lavoro in un call-center, tanto per sbarcare il lunario, e poi continuare con i colloqui per trovare di meglio. Le prospettive della seconda scelta aumentavano di giorno in giorno, ma Giovanni non si decideva. Voleva avere una risposta definitiva da quell’azienda. Dopo tre colloqui glielo dovevano, anche in caso negativo.

La ragazza si era alzata di scatto e se n’era andata via, con fare risoluto e senza guardarsi indietro. L’uomo era rimasto seduto al tavolo, a guardare nel vuoto, fuori dalla finestra. Aveva scosso il capo, e dopo un paio di minuti aveva lasciato una banconota da venti euro sul tavolo, andandosene.

Nessuna nuova email. Si erano fatte le otto e trenta, a Giovanni parve l’ora buona per rientrare in casa. La pioggia aveva iniziato di nuovo a cadere pesantemente, però. Quei cinquecento metri gli sembravano troppi per fradiciarsi il vestito, necessario per altri colloqui. Giovanni si alzò in piedi, e allora l’occhio cadde sulla poltroncina del tavolo dov’era stata seduta quella strana coppia. C’era un ombrello appoggiato orizzontalmente, era uno di quei modelli che i bengalesi vendono ai semafori, sembrava identico a quello che Paolo aveva iniziato a tenere nel portaombrelli.

Dell’uomo e della ragazza non v’era più alcuna traccia, pertanto Giovanni decise di raccoglierlo e uscire dal bar. I ricordi di un’estate piovosa penetravano attraverso le tenebre incipienti ma non rabbuianti. Aprì l’ombrello e imboccò via delle Cave, dove la triplice corsia non impediva agli automobilisti di parcheggiare in sosta vietata.

(La foto è di Framino)

La carrucola

L’uscio della porta di fronte era sempre chiuso. Non l’aveva mai visto aprirsi, a qualsiasi ora tornasse, ma Paula sapeva che ci abitava qualcuno, lì dietro. Una signora anziana, aveva sentito dire dall’uomo che le aveva sub-affittato casa. Una signora molto anziana, in realtà, il tizio le aveva specificato che aveva superato i novant’anni da un pezzo.

Paula era finita per caso al Trullo, una borgata della cosiddetta ex-periferia situata tra Portuense e Magliana. Aveva trovato un annuncio privato sul giornale “Portaportese”, ed eccola lì. Pagava poco, rispetto alle medie degli affitti che aveva visto in giro: un po’ perché stava sub-affittando in nero, un po’ perché quella zona, le case popolari che circondavano la chiesa di San Raffaele, alla base di Monte Cucco, non era certo tra le più rinomate di Roma.

borgata-del-trullo

Residui degli anni del fascismo, i lotti di palazzine dell’ATER assomigliavano più a delle caserme che a delle abitazioni. Il color ocra delle pareti, l’assenza quasi totale di balconi se non negli edifici più recenti. Le palazzine non erano enormi, massimo tre o quattro piani nei casi peggiori, e s’intersecavano, squadrate e distanziate da vialetti, cortili e aiuole. Paula aveva trovato lavoro al mercato attiguo, il cui ingresso era proprio sulla via del Trullo, e stava al bancone della frutta. Si alzava presto, intorno alle sei, e andava a preparare i tavoli, mentre il suo datore di lavoro, Fernando, tornava da Guidonia dove c’erano i nuovi mercati generali.

Tra una mansione e l’altra, Paula non rincasava mai prima delle sette di sera. Erano orari massacranti, ma a lei piaceva rendersi utile. Da quando aveva lasciato la Romania, sette anni addietro, non si era più guardata alle spalle. Aveva deciso di passare il resto della sua vita in Italia, e lì voleva rimanere. Fernando le versava i contributi ed era soddisfatto di come lavorava. Presto o tardi avrebbe avuto il suo bancone, ne era certa.

– Quello stendino è della signora Teresa…– Il signor Antonio, il vecchietto che abitava al piano terra, si era affacciato alla finestra della camera e le sorrideva bonariamente. Paula era costretta a stendere i panni in cortile, come tutti gli altri della sua palazzina.

– Oh, davvero? Credevo fossero condivisi da tutto il condominio…-

– No, ognuno ha il suo…comunque può usare il mio, quello rosso e verde, se vuole…a me bastano pochi fili e poi ho anche quelli appesi sotto la finestra del bagno.

– Grazie, molto gentile…vorrà dire che domani ne comprerò uno per me…

Paula imbracciò i panni asciutti e si incamminò lungo le scale, fino al secondo piano dove abitava. La porta di fronte era socchiusa, stavolta. Un viso femminile, segnato dai decenni, la osservava silenziosamente mentre cercava le chiavi.

– Buonasera…

– Buonasera…che per caso è lei che usa il mio stendino per i panni?

– Sì, mi scusi…non lo sapevo. Da domani ne comprerò uno per me.

La signora Teresa accennò ad un sorriso, mentre esordiva sul pianerottolo, ingobbita nel suo vestito a fiori che le arrivava fino alle caviglie.

– Guarda che puoi stendere, eh…solo che non sapevo di chi erano i panni. Qui ci conosciamo tutti…

– Sì, io abito qui da due mesi, non ci siamo ancora presentati…

– Eh, ma io lo so chi sei…abiti di fronte a me! Lavori al mercato, vendi la frutta!

Paula sorrise. La signora Teresa pareva burbera, ma in realtà aveva soltanto modi spicci e la bonarietà tipica della borgata di una volta.

– Ma io non l’ho mai vista al mercato… – La signora Teresa fece un cenno con il palmo rivolto al soffitto.

– Eh, non mi vedi, io c’ho tanti amici qui al Trullo…vengono a far la spesa per me. Sono nata prima che il Duce tirasse su questi lotti! Abito qui da settant’anni! I figli se ne sono andati di casa, il mio povero marito è venuto a mancare dieci anni fa. Mi muovo poco, ormai…l’età è quella che è…le gambe, pure…

Paula rientrò in casa, dopo aver accettato un caffè dalla signora Teresa, che aveva ripetutamente insistito. Racconti infiniti ed indefiniti di come quella borgata fosse nata, gli anni della guerra, l’abusivismo edilizio che aveva inondato l’altro lato del Trullo, quello del Monte Capre, che ormai faceva il verso ai quartieri residenziali sorti negli anni Settanta nelle vicinanze.

Il giorno successivo c’era la chiusura settimanale del mercato, e Paula andò a fare dei giri per se stessa. Rientrando verso l’ora di pranzo, vide il signor Antonio che, vicino al portone d’ingresso, caricava un cestino con delle buste. Legato ad una fune, il cestino venne poi issato tramite una piccola carrucola, che era agganciata ad una delle persiane della signora Teresa. Paula vide le mani nodose nelle quali scorreva la fune, e che infine afferrarono lentamente il cestino.

– Fatta spesa, Signor Antonio?

– Sì, qualcosa…a Teresa servivano il pane e la farina all’alimentari…

– E’ molto carino da parte sua, darle una mano.

– Non è proprio nulla. Per anni Teresa ha aiutato la mia famiglia. E non solo: nel corso degli anni ha prestato i soldi a un po’ tutte le famiglie storiche, qui al Trullo. Ma non tutti ricordano…

Un mese più tardi, all’improvviso il signor Antonio morì. Un malore se lo portò via a ottant’anni suonati. Paula ne rimase assai colpita, e partecipò anch’ella ai funerali che si tennero alla chiesa di San Raffaele. Non c’era molta gente, a dir la verità, tutte persone anziane del quartiere, tutti quelli che giocavano a briscola con Antonio al circolo ricreativo di zona. C’era anche la signora Teresa, però, in prima fila. Si scambiarono un cenno di saluto.

L’estate fece capolino anche nella borgata, e l’agosto romano non risparmiò il Trullo. Paula non capiva se la gente potesse realmente permettersi di fare delle vacanze, ma era indubbio che ci fossero meno persone in giro, tra i lotti, il mercato e i giardinetti. Forse si riparava dal caldo, che infuocava le chiare pareti degli edifici.

Non aveva più avuto notizie della signora Teresa, ed una domenica mattina provò a suonarle al campanello. Aspettò un paio di minuti davanti alla porta, poi avvertì il rumore dei passi in lontananza.

– Buongiorno, cara…

– Buongiorno, signora…come va? E’ un po’ che non ci vediamo…volevo sapere se aveva bisogno di qualcosa. Sto andando a fare un giro…

La signora Teresa irrigidì lo sguardo.

– No, ho tutto…grazie. Lo sai che quasi tutti i giorni viene una signora a darmi una mano.

La “signora” era un’assistente sociale del Comune, ma lei non amava presentarla così. Probabilmente avrebbe dato l’impressione che ad aiutarla fossero soltanto persone pagate per farlo.

– Vieni cara…prendiamoci un caffè

L’appartamento della signora Teresa era sempre molto curato e pulito. Un ingresso, un cucinino, una sala da pranzo, una camera da letto ed il bagno. Paula accompagnò la signora vicina ai fornelli, ma non l’aiutò a caricare la caffettiera. Lei non voleva.

La dispensa aveva le ante decorate dalle vetrine. Le sembrò un po’ vuota, come se mancassero alcune cose. Paula però non commentò. Dopo il caffè, andò verso la Portuense alla ricerca di un supermercato aperto, e non faticò a trovarlo. Erano lontani i tempi in cui d’estate la Capitale si trasformava un deserto di servizi. Questa era l’epoca delle ferie brevi, e dei negozi sempre aperti, anche nelle domeniche d’agosto.

Paula non aveva mai tempo per fare la spesa durante la settimana, e così provvide a se stessa. Acquisto anche dei pacchi di pasta, riso, del caffè e dello zucchero in più. Già che c’era prese un barattolo di marmellata e delle fettine di petto di pollo. La frutta la lasciò al suo posto, al mercato facevano prezzi migliori e lei ne aveva libero accesso.

Nel tardo pomeriggio, quando rientrò ai lotti, vide per caso che la signora Teresa era affacciata alla sua finestra, quella del secondo piano. Prendeva il fresco che scendeva dai colli di Monte Cucco, che dividevano il Trullo dalla Borgata Petrelli e dal resto della lunga strada sovraelevata che portava all’EUR e alla Magliana. Paula le fece un cenno con la mano, e sollevo una busta con i vari pacchetti che aveva acquistato. La signora Teresa scomparve dalla finestra, ma quando Paula fu vicina al portone fece capolino il cestino, calato con la fune. Paula lo empì con la spesa, e poi lo vide issarsi su verso il secondo pieno, lento ma costante.

(La foto è di Framino)

Vita condominiale

(Questo sketch è stato portato su palcoscenico all’ultima edizione del Roma Fringe Festival)

Per chi ci crede, Dio ci ha creati tutti fratelli, ma la città ci ha resi condomini. E nella #vitacondominiale,

certe cose vanno oltre il rapporto di fratellanza…

C1: Come sta la mamma? E’ qualche giorno che il lavoro non mi da attimo di respiro, e non sono più riuscita

ad andare a trovarla…

C2: Sta bene, sta bene…e con il cane come va?

C1: Oh, Spike è proprio un amore…lo sai che ha già imparato a portarmi le pantofole?

C2: Eh, ma tu non hai ancora imparato a tagliargli le unghie…tutte le sere sento questo ticchettio sopra la

testa, quando ceniamo!

C1: Ma come…come…me lo hai regalato proprio tu!

C2: Certo! Dovevo anche regalarti le tronchesine?

Sì, perché nella #vitacondominiale raramente abbiamo la possibilità di sceglierci le persone che ci abitano

accanto…

C1: Buonasera! Come va?

C2: Buonasera, buonasera…scusi, ma sono un po’ indaffarata…non ho proprio tempo per chiacchierare sul

balcone…

C1: E che sarà mai…oggi neanche siamo andati a lavorare!

C2: Guardi, non so lei…ma il mio lavoro si fa anche da casa, e oggi, giustappunto, dovevo lavorare tutto il

pomeriggio…

C1: Ma davvero! E non ha ancora finito? Ormai è quasi ora di cena…dica un po’…ci siamo mica distratte?

Io la capisco, eh…la capisco sul serio…deve essere difficile essere produttive, con tutte le distrazioni che

abbiamo in casa…

C2: No, non ci siamo proprio capite…la mia unica distrazione non risiede nella MIA casa…

C1: Ah no? E dove? Comunque sa, non è bello questo atteggiamento che ha…glielo dico in amicizia, eh…Mi

sembra come se lei viva male un po’ tutto…si rilassi! Guardi me, oggi avevo un giorno di ferie, non ho fatto

altro che poltrire, poi nel pomeriggio ho chiamato un’amica, ci siamo fatte le cerette, ci siamo truccate, il

tutto ascoltando del sano rock anni 90 a pieno volume…ci siamo capite, no?

C2: Sì, sì…adesso ci siamo CAPITE.

La #vitacondominiale spesso si riduce ad un problema di proposte e di rifiuti:

C1: Scusi, ma che fa?

C2: Eh, getto l’organico…

C1: Lo vedo, ma lo sta gettando davanti casa mia!

C2: E non va bene?

C1: Direi proprio di no!

C2: Beh, ma basta che facciate pace col vostro cervello! L’altro giorno mi aveva detto che se avevo problemi

con l’immondizia, potevo rivolgermi a lei!

Nella #vitacondominiale l’uguaglianza può essere un problema:

C1: Scusa, ma tu quanto paghi di acqua, al mese?

C2: Cinquanta euro, perché?

C1: Perché è quanto pago anch’io!

C2: E quindi?

C1: Me lo chiedi pure? Io ho un monolocale, tu un trilocale con un giardino di sessanta metri quadri!

C2: Non è che bevi troppo?

Nondimeno, la #vitacondiminiale può regalare delle soddisfazioni indelebili:

C1: Oggi ti vedo proprio raggiante!

C2: Puoi dirlo forte…ieri sera ho ottenuto la maggioranza!

C1: Maggioranza…ma…di cosa?

C2: Dell’assemblea di condominio, ovvio! Sono riuscita a far sostituire l’amministratore, finalmente!

C1: Ah…come mai, non era bravo?

C2: Questo non lo so, ma era l’amante di quella smorfiosa della Patty…dovresti vedere la faccia di lei dopo

la votazione…che goduria!

Dio ci ha raccomandato di amare il prossimo come noi stessi…ma il prossimo era anche il nostro vicino?

httpv://www.youtube.com/watch?v=1vc3kCmDH0I

Vita Immobiliare

(Questi sketch sono stati interpretati da Diego Migeni e Maria Antonia Fama all’ultimo Roma Fringe Festival. Riportiamo il testo integrale ed una ripresa della performance.)

A Roma la #vitaimmobiliare non è affatto semplice.

Innanzitutto perché ogni romano che si rispetti vuole vivere nel suo quadrante, nel suo quartiere preferito:

Cliente: Scusate, sto cercando una casa in affitto.

Agente: Bene, che zona le interessa?

C: Direi Tuscolana.

A: Facile dire Tuscolana…Cinecittà, Colli Albani?

C: Ha ragione, meglio specificare: le sembro una tipa da Cinecittà? O magari da Torrespaccata? Io voglio una casa al Quadraro. Poco Centocelle e molto Via degli Angeli. Lo sa che il Quadraro sarà il nuovo Pigneto? Con più hipster e meno spacciatori.

Nella #vitaimmobiliare bisogna sapere leggere tra le righe degli annunci:

“Delizioso appartamentino in palazzina d’epoca, luminoso, con affaccio da piano terra, da ripulire.” Traduzione: è un buco di casa in un edificio decadente, seminterrata e va ristrutturata da capo a piedi.

“Attico panoramico, situato in quartiere in via d’espansione”

Diffidate sempre, quando vi parlano di “via d’espansione”! L’unica via la percorrerete, tutti i giorni, per andare a lavoro. Sarà lunga e trafficata, e non scordatevi mai nulla, perché anche per un litro di latte, dovrete prendere l’automobile.

Lo ribadiamo, nella #vitaimmobiliare, il vocabolario è tutto:

  •  Box o posto auto: comodo, vero? Peccato che te lo diano sempre e soltanto nelle zone in cui il parcheggio non è un problema.
  • Mansardina: appartamento dove sbatti la testa…anche al bagno…mentre fai la pipì…come noi donne!
  • Nuova costruzione: (bisbigliando) edificio dove le pareti sono talmente vuote che riesci a sentire ogni singolo passo del tuo vicino di casa. (“Si sente uguale…”).
  • Loft: è un ex-magazzino da fighetti, quindi umido e buio, con travi e tubi a vista, ma MOLTO radical-chic.
  • Open Space: è una stanza “tutto in uno”, l’unico vano dell’appartamento. Ci mangi, ci dormi, ci guardi la TV…l’ideale per far finire in fretta le convivenze.

Nella #vitaimmobiliare, ad ogni modo, non tutti hanno le idee chiare:

Cliente. Vorrei tanto abitare in una casa col terrazzo.

Agente. Al momento non ne ho nessuna. Le potrebbe interessare un piano terra con giardino?

C: Potrebbe. È un bilocale?

A: No, è un monolocale con divano letto. Le potrebbe interessare?

C: Potrebbe. È esposto a Sud?

A: No, è esposto a Nord-Ovest. Le potrebbe interessare?

C: Potrebbe. Si può visitare questo sabato?

A: No, è disponibile soltanto di lunedì. Le potrebbe interessare?

C: Potrebbe.

La #vitaimmobiliare è fatta di calce e mattoni ma, spesso, anche di carta:

A: Allora, che ha deciso? Ce lo compriamo questo bel villino nel verde? Mi dà cinquemila euro d’anticipo e tra un anno e mezzo l’immobile è pronto!

C: Non so, ho dei dubbi…

A: Che dubbi può avere? Ha visto la brochure? Ha visto che materiali di primissima qualità? Ha visto che design moderno?

C: Sì, sì…non è quello…è la zona…

A: Cos’ha la zona che non va? C’è la campagna, la natura, ci sarà un ENORME Centro Commerciale a due passi da casa sua…

C: Ma qui non è dove devono costruire lo stadio della Roma?

A: Eh…sì.

C: Beh, io sò della Lazio…

Nella #vitaimmobiliare si aggirano questi personaggi mitologici. Li chiamano agenti, li puoi riconoscere perché anche a luglio, di sabato pomeriggio e sotto un sole cocente, loro ti verranno incontro indossando giacca e cravatta oppure un bel tailleur.

Un agente immobiliare non si perde mai d’animo:

A: Stava cercando casa?

C: Sì, magari…E chi ha i soldi per comprarsene una…e poi il mutuo…

A: Magari un bell’affitto, allora…

C: No, guardi…con questa crisi, non è proprio aria…

A: Un sub-affitto? Abbiamo anche stanze singole, eh…ragazzi giovani, prezzi contenuti…

C: No, condividere casa con degli studenti…non è il caso…sempre festini, ore piccole, confusione…

A: Senta, e se le proponessi una nuda proprietà?

C: A me la casa servirebbe subito.

A: Beh, può trovare un accordo…ho una signora anziana di novant’anni che sta vendendo in zona Prati…potrebbe iniziare a vivere con lei…

C: Vivere con la vecchia???

A: Bello mio, lei mi fa troppo lo schizzinoso…lo sa quanto costa un cento metri quadri a Prati? E’ una donna molto sola, i parenti non la vanno mai a trovare… Lei ci va a vivere, ci socializza…e poi chissà…magari ci scappa un’eredità…

Un agente immobiliare non si pesta i piedi con gli altri colleghi:

C: Lo sa che ho già visto l’annuncio di questa casa con un’altra agenzia, e ad un prezzo più basso?

A: Signora, è impossibile. Noi abbiamo l’esclusiva.

C: Guardi, ho trovato le foto sul sito internet. E’ la stessa casa!

A: Sì, in effetti…sembra proprio la stessa. Ma noi trattiamo soltanto immobili in esclusiva, glielo assicuro. E ci rivarremo sul proprietario, se proverà a vendere con altro intermediario.

C: Sarà, ma io non sono il proprietario, la casa m’interessa, e la voglio pagare il meno possibile.

A: E se le dicessi che le posso far abbassare ulteriormente il prezzo, e scontarle la mia provvigione? Che rimanga tra noi, però…

Un agente immobiliare è maestro di dissimulazione:

C: Scusi, ma cos’è quella macchia sul soffitto?

A: Niente di che.

C: E’ sicuro? A me sembra una perdita dal piano di sopra…

A: No, è che la casa è stata chiusa per molti mesi. Con un’imbiancata sarà come nuova…

C: Se lo dice lei…Scusiiii…ma questa che stanza è?

A: Beh, è la camera da letto.

C: Ma non c’è una finestra!

A: Stia tranquilla…c’è già un piano per crearla. Ho le carte del progetto in agenzia.

C: Si può aprire una parete esterna così su due piedi??

A: Certo, noi siamo dei professionisti, e la seguiremo fino a quando non sarà dentro casa.

Un agente immobiliare è un professionista che sa essere ossessivo come uno stalker oppure sfuggente come un amante sul balcone di tua moglie. E il cambiamento avviene sempre in un preciso istante…

A: Pronto? Signor Rossi, buongiorno…lo sa, ho appena versato il suo assegno!

C: Ah…e allora me lo dovrà rimborsare!

A: Ma che dice?

C: La ditta costruttrice…

A: Sì?

C: …è fallita!

A: Ma no…

C: L’ho letto sul giornale…stamani.

A: …non mi dica.

C: Tutti i beni confiscati e posti sotto sequestro. Macchinari e terreni.

A: …lo giuri!

C: Sa questo cosa vuol dire?

A: M’illumini.

C: Vuol dire che il centro residenziale che ho prenotato tramite voi, non verrà MAI costruito!

A: Che disdetta.

C: Mi prende in giro?

A: No, per carità. Cosa posso fare per lei?

C: Come…deve restituirmi i soldi della provvigione!

A: E perché? Io ho svolto il mio lavoro.

C: Lavoro, che lavoro? Io non avrò mai la mia casa!

A: Il mio lavoro d’intermediario. Se il costruttore non è in grado di rispettare i termini dell’accordo, se la deve vedere con lui!

C: Ah! Oltre al danno…

A: …sì, pure la beffa.

C: Le farò causa!

A: Faccia, faccia pure. Aspetterò notizie dal suo avvocato!

Nella #vitaimmobiliare, non importa che tu sia agente o che tu sia un cliente…inizia a preoccuparti.

httpv://youtu.be/qWRTSozswIw

#vitadabus

(Questi sketch sono stati interpretati da Simone Castano e Valentina D’Andrea all’ultimo Roma Fringe Festival. Riportiamo il testo integrale ed una ripresa della performance.)

A Roma, la vita sui mezzi pubblici e’ un mondo a se. Come in ogni mondo, nella #vitadabus esistono delle regole che vanno rispettate:

Passeggera: “Scusi…”

Autista: “Signora, non sa leggere? Non si parla al conducente…”

Passeggera: “Mi dispiace, ma io dovrei andare a via Andrea Doria…”

Autista: “Deve scendere a Piazzale degli eroi, tra cinque fermate…”

Passeggera: “Ah…ma parla proprio di questa via?”

Autista: “No, parlo del camposanto se non mi toglie questa mappa da davanti agli occhi…”

La #vitadabus implica anche interagire con nuove persone, magari fare nuove conoscenze:

Uomo: “Ma guardi, lei ha una borsa con le coccinelle!”

Donna: “Eh si, le piacciono?”

Uomo: “Insetti del cazzo…”

La #vitadabus ha la sua matematica…e la sua geografia:

Uomo: “Scusi, per andare a Termini?”

Donna: “Prenda il 910.”

Uomo: “Ma…non c’è ancora.”

Donna: “E allora provi con il 911. Cambia solo un numero, andrà lì vicino…”

La #vitadabus può essere teatro di momenti di approfondimento culturale:

Ragazzina: “Papà, quel signore ha detto che spostarsi sui mezzi e’ un’esperienza alienante…che vuol dire?

Che ti isoli?”

Papà: “Certo, deriva da Alien, il film. Te lo ricordi, bella di papà?”

Nella #vitadabus ognuno si costruisce le proprie teorie e riflessioni:

Signora: “Sono dieci minuti che non ci muoviamo da qui!”

Autista: “Che le posso fare? Guardi che traffico…”

Signora: “Ma da cosa può dipendere?”

Autista: “Direi che si tratta di un mix di lavori pubblici e teste di cazzo…”

La #vitadabus può essere luogo di momenti di gentilezza DISINTERESSATA:

Ragazza: “Prego, si sieda pure…”

Uomo: “La ringrazio, signorina, ma non sono così anziano da non poter stare qualche minuto in piedi…”

Ragazza: “Non faccia i complimenti…la vedo così SUDATO…immagino che debba essere stancante tenere

quel braccio ALZATO per sostenersi…”

Nella #vitadabus non esistono differenze sociali:

Uomo: “Vedi, io ho studiato in un’università privata, mica come quelli della pubblica.”

Donna: “Ah, interessante…e dov’è che vai?”

Uomo: “Vado all’EUR.”

Donna: “Non con quest’autobus…”

Uomo: “Cioè?”

Donna: ““Questo va a Boccea…alla pubblica ci hanno insegnato a distinguerli…”

Sembra incredibile a dirsi, ma nella #vitadabus c’è chi esige rispetto della privacy:

Uomo: “Mi scusi…”

Donna: “Sì?”

Uomo: “Si può spostare di qualche metro?”

Donna: “E perchè, di grazia?”

Uomo: “Vede, dovrei fare una telefonata privata…”

Sì, perchè la #vitadabus e’ soprattutto un incessante susseguirsi di telefonate, a voce alta. E quando le

telefonate riguardano i rapporti di coppia, le cose possono complicarsi:

Lui: “Buongiorno…finalmente!”

Lei: “Buongiorno…finalmente cosa?”

Lui: “Niente…eri praticamente sparita…”

Lei: “Sparita…dodici ore non sono sufficienti per una scomparsa…non sono sufficienti neanche per farti

presentare una denuncia al commissariato.”

Lui: “Simpatica…almeno ti sei divertita?”

Lei: “Solita uscita, solite amiche.”

Lui: “Le solite?”

Lei: “Sì, Silvia, Loredana, le conosci.”

Lui: “E dove siete andate?”

Lei: “A mangiare greco.”

Lui: “Uhm, e tutta la sera non hai MAI guardato il telefono?”

Lei: “Mah, si. Ho visto che chiamavi, ma ero con le mie amiche e non ti ho risposto.”

Lui: “ah, quindi hai visto. E se fosse stato importante?”

Lei: “non so…lo era?”

Lui: “si… …. …. Volevo sapere come stavi. Per me é importante sapere come stai.”

Lei: “ah, certo. Ma ci eravamo sentiti poco prima che uscissi…sapevi già come stavo.”

Lui “beh, la vita è piena di imprevisti. Dovresti saperlo?”

Lei: “Perchè DOVREI?”

Lui: “Mi hai detto che siete andate al ristorante greco. Ma le foto su cui ti hanno taggata su Facebook

sembrano di un locale notturno…”

Lei: “Sì, certo. Dopo il greco siamo andate in un discopub…”

Lui: “E non pensavi di dirmelo?”

Lei: “Te l’avrei detto, ma abbiamo iniziato a parlare dell’importanza di come sto…”

Lui: “Chi sono quei due palestrati che compaiono nelle foto?”

Lei: “Ah…Carlo e Antonio, due amici di Silvia. Li abbiamo incontrati per caso al locale.”

Lui: “Per caso?”

Lei: “Questa conversazione sta diventando noiosa…sì, per caso. E comunque si sono strusciati tutta la sera

a Silvia e Loredana.”

Lui: “Sarà, ma in questa foto ti si sono appiccicati bene…”

Lei: “Oddio, non posso crederci…questa tua gelosia rovina sempre tutto!”

Lui: “Io non sono geloso!”

Lei: “Ah no!”

Lui: “No! Esigo solo rispetto!”

Lei: “Ah. il rispetto! E io non ne ho diritto? Non ho diritto di uscire una sera con delle amiche, alcune delle

quali anche single e che hanno tutto il diritto di flirtare con degli aitanti amici incontrati per caso?”

Lui: “E’ che io, quando non ti vedo…”

Lei: “Senti, non ho tempo ora…sto per scendere dall’autobus…”

Lui: “Ah…anch’io, in effetti…devo chiudere…”

Perchè nella #vitadabus ci incontriamo…tutti.

httpv://www.youtube.com/watch?v=0x76Rn_VpHA

Lost in Termini

Lo sapevo che quella telefonata avrebbe portato guai.

Ho sperato che non rispondesse, che aspettasse che avessimo finito tutto e che ci fossimo tranquillizzati per riprendere in mano il telefonino… niente, lei non sa resistere. Se il telefono suona deve rispondere. Come se il mondo potesse finire se non la trovano immediatamente.

Donatella non è proprio l’esempio della puntualità, così, come sempre, siamo arrivate a Termini di corsa. Questa volta, per di più, dovendo ancora fare il biglietto.

Il solito percorso ad ostacoli su via Giolitti, con quei tacchi non adatti alla corsa, e io dietro, costretta a stare attenta a non cadere, mentre lei mi tira e mi strattona. Per poco non finisco addosso ad un senza tetto che se ne stava seduto in un angolo, accanto alla vetrina della Coin.

La biglietteria è la solita fila senza fine, non si farebbe in tempo.

Mentre compra il biglietto alle macchinette automatiche è costretta ad allontanare i consueti mendicanti in cerca di qualche spicciolo, o quelli che vorrebbero aiutarla nell’operazione di acquisto (per poi pretendere, anche loro, qualche euro in cambio). Ora sento forte la sua presa intorno a me, attenta che non si approfittino del caos per separarci.

Un occhio al tabellone delle partenze, è riuscita a comprare il biglietto e resta ancora un po’ di tempo prima che il treno arrivi sul binario, che ancora non è segnalato sul tabellone. Ora Donatella è sollevata: “prendiamo un caffè”.

So già dove si dirigerà, al bar in fondo alla stazione, verso via Marsala, molto fighetto, decanta sempre il caffè e la pasticceria di quel posto. Ma sappiano entrambe che il servizio è lento, troppo per i ritmi di chi deve partire. Per arrivarci passiamo davanti ai vari negozi della stazione. Ogni tanto rallenta a sbirciare una vetrina. Io e Donatella ci siamo incontrate in uno di questi negozi. Era accanto all’edicola. Ora non c’è più. O forse lo hanno solo spostato al piano di sotto, non so. Qui sono tutti uguali, ma cambiano spesso.

Come immaginavo l’operazione ‘caffè’ richiede più tempo del previsto. Alla solita lentezza si è aggiunta anche la maleducazione del barista, che pur avendo sbagliato voleva imporle un caffè macchiato. Pausa completamente rovinata.

Adesso Donatella è costretta a correre verso il binario, apparso sul display delle partenze. il 17.

Come prima, lei corre avanti e io arranco dietro… trainata, sbattendo sui piedi dei malcapitati. Ed è giunte sul binario che la mia disavventura ha inizio.

Donatella cerca il biglietto nella borsa, lo trova e controlla la carrozza e il posto. In una mano il biglietto e l’altra stretta a me. Ma, quando quel maledetto cellulare ha iniziato a squillare, lei mi lascia per rispondere.

Benedetta ragazza, aspetta 5 minuti, no? La sento interloquire “no, no, tranquillo, non disturbi. Dimmi pure…”. Nel rispondere lo sguardo passa dal biglietto ai monitor che indicano l’ubicazione delle carrozze.

Deve aver trovato la sua, perché si avvia a passo spedito, continuando a parlare al telefono, ma… mi ha lasciato e non mi porta più con lei.

“DONATELLAAAAA!!” provo a urlare, non mi sente. Non può.

La vedo sparire sul treno. E resto ferma qui. Cerco di farmi notare da qualcuno, sono tutti impegnati a correre sul treno. Uno a uno spariscono sulla loro carrozza. In pochi minuti il binario è quasi deserto. Le porte si chiudono, il treno parte. Io sono qui, sul binario 17, tra un distributore automatico di bibite e una colonna. Sulla panchina ricavata dall’intercapedine della colonna ci sono due sedicenni, intenti a sbaciucchiarsi. Non mi aiuteranno mai.

stazione-termini

Intanto il binario torna ad affollarsi, in attesa del prossimo treno.

Qualcuno mi lancia un’occhiata incuriosita, ma poi prosegue la sua corsa al treno.

Man mano che passa il tempo la gente inizia a fissarmi, sempre più interdetta prima, preoccupata, poi.

Parte un altro treno. E io sono sempre qui. Una car per i bagagli mi passa di nuovo davanti, uno dei due facchini mi guarda un attimo. Quando torna indietro rallenta, mi guarda di nuovo e poi se ne va.

Intanto la coppia di sedicenni è stata sostituita da una coppia di quarantenni, non si sbaciucchiano, litigano. I minuti si avvicendano e il tono della loro conversazione si alza. Sul binario ci siamo solo noi. A un certo punto lui mi vede. Mi fissa, si guarda intorno e tocca lei sulla spalla e mi indica. Lei smette di parlare e si gira a guardarmi. Ora perché hanno lo sguardo spaventato? Perché scappano? “Aiutatemi! Cercate di contattare Donatella, ha bisogno di me!” grido, ma non mi sentono. Non possono.

Sono scomparsi. Nonostante il caos della stazione avverto un brusio strano. Che succede?

Ormai sarà un’ora che sono qui. L’altoparlante della stazione avverte della mia presenza… finalmente si sono accorti di me. Ma è inutile avvertire qui. Donatella è sul treno, verso Milano.

Il messaggio viene ripetuto altre tre volte. Intanto intorno a me ferve uno strano movimento, qualcuno porta delle transenne e chiudono il binario…. Quando Donatella arriverà a prendermi dovremo passare dai sottopassaggi, immagino.

Vedo arrivare qualcuno sul binario…vengono a prendermi?

Mi girano intorno, mi fissano. Mi sento un po’ a disagio. Eppure sono pulita, tutte le zip sono chiuse, non c’è nulla di aperto. Cosa avranno?

Cosa sono questi fili che mi mettono addosso? Ehi, lasciatemi stare… ma…. ma, cosa pensate che sia? Sono solo un valigia dimenticata qui. Cosa potrò avere per spaventarvi così tanto? Contengo solo vestiti, un paio di scarpe di ricambio. Dai, non fate gli stupidi, portatemi via da qui e chiamate Donatella, nella tasca interna c’è un quaderno con il suo numero.

Sono andati via, ma questi fili qui non mi fanno stare tranquilla.

Inizio a sentirmi stanca.

BOOOM. Salto in aria, un pezzo della camicetta rossa di Donatella, la sua preferita, si mescola col tramonto sulla stazione.

Ufficio Notifiche

Le persone peggiori, che ti fanno salire il sangue al cervello, sono i conoscenti casuali, quelli che nonostante ti abbiano visto non più di un paio di volte, hanno sempre da esporti la loro opinione su qualsiasi argomento ti riguardi. Sono gli stessi che non possono fare a meno di rimarcare che in una città grande e caotica come Roma manchi la cultura dei mezzi pubblici. Sono gli stessi che, casualmente, vivono al centro ed arrivano al lavoro prendendo il tram sotto casa e facendosi massimo cinque fermate. Comodi i mezzi pubblici, vero?

Io odiavo i mezzi pubblici. Nondimeno, non potevo farne a meno, perché la zona dove lavoravo, la Prati dei tribunali, era inaccessibile per le auto, a iniziare dai parcheggi. L’avevo capito dal primo giorno, quando avevo preso una bella multa per averla lasciata sopra le strisce della fermata dell’autobus. La questione-multe era illuminante dell’intero sistema. Osservavo quotidianamente dei colleghi più anziani posteggiare arrampicando la vettura sui marciapiedi di viale delle Milizie, a cavallo delle corsie laterali. Nessuna contravvenzione. Lo facevano anche i soci dello studio dove lavoravo. “E’ l’esperienza”, mi dicevano, quasi a scopo di predica. “L’esperienza t’insegna a fare l’avvocato con minor fatica e maggior efficacia.”

viale-milizie-roma

Quella che i colleghi senior definivano come “esperienza” si traduceva, nei fatti, in un avvocato più giovane, se non addirittura un praticante, che sbrigava le attività più rognose al posto loro. Andava in giro a iscrivere cause a ruolo, a ritirare atti, presenziava anche qualche udienza di piccolo cabotaggio. In sostanza, camminava molto e si faceva tutte le code. Quell’avvocato giovane ero io. Trent’anni, da poco avevo passato le forche caudine dell’Esame di Stato, e collaboravo con un prestigioso studio che si affacciava su Viale Mazzini, e che contava tra le sue fila una decina di professionisti come me. Da piccolo, mio padre mi aveva  suggerito “Diventa avvocato, è un lavoro prestigioso e remunerativo!”, ma forse non aveva ben chiara la situazione del foro romano. A Roma esistono più legali che in tutta la Francia, e l’avvocato medio fatica ad arrivare a fine mese, tra clienti che non pagano e soci anziani che si tengono le cause migliori.

Vivevo ad Ostia, e tutte le mattine mi dovevo alzare presto per prendere il trenino in direzione Piramide. Indossavo il vestito d’ordinanza, ma dentro la borsa mettevo sempre una camicia di ricambio e le scarpe da ginnastica. Avrei sfidato chiunque a non sudare quando la carrozza si riempiva di rumeni, dalle parti di Acilia. Le cose non miglioravano certo quando prendevo la metropolitana per Termini e cambiavo per scendere a Lepanto.

– Ciao bello! Oggi che devi fare? Io sono atteso dal Giudice di Pace, a via Teulada – Andrea era un vecchio amico, avevamo studiato assieme all’Università, ed insieme stavamo muovendo i primi passi nella professione. Ma oggi il mio umore era nero.

– Nulla di buono…mi aspetta l’Ufficio Notifiche…

– No, l’UNEP no…Buona fortuna!

Scesi a Lepanto, salutando Andrea. Emergendo dalle scalette della Metro, mi ritrovai su viale Giulio Cesare, ampia ed alberata, un perfetto mix di caserme militari e tribunali civili. L’Ufficio Notifiche era facilmente riconoscibile perché anche alle sette della mattina, con i cancelli chiusi, poteva contare su un folto capannello di persone, assiepate, sì, ma con un certo ordine.

– Lista, fila fisica oppure avete fatto un mucchio?

– Ma quale mucchio…mica stiamo in udienza!

Un tizio stempiato, con una giacca di velluto e i jeans neri, si era fatto largo dalle retrovie, fin quasi sotto il cancello. Avrà avuto quarant’anni o giù di lì. Era l’ultimo arrivato, e s’era giocato la carta del mucchio, ovvero quel gioco d’azzardo grazie al quale, se riesci a buttare una pratica sopra a tutte le altre, la causa che stai seguendo verrà presa in esame per prima dal giudice di turno. Peccato che quello non era giorno per mucchietti, né tantomeno per le liste, ma si era “deciso” di rispettare una fila fisica. Venne quindi rispedito in fretta da dove era venuto, senza gloria alcuna.

Eccolo, l’avvocato romano medio. Ancor dipinto dalla gente comune come una figura autorevole, come un tipo da “Obiezione, Vostro Onore!”, in realtà è una goffa figura che corre sudata per le stanze del tribunale, con la sola preoccupazione di non essersi perso il numeretto sporcato dallo zucchero a velo del cornetto appena acquistato al bar.

Sì, perché la fila fisica all’Ufficio Notifiche era un mero antipasto. Serviva, in verità, ad assicurarsi il numeretto di carta, l’unica reale certezza che, presto o tardi, più tardi che presto, si sarebbe stati serviti. Era una fila nella fila, quindi, e l’attesa era quasi sempre mitologica, tanto da portare spesso a degli scazzi tra le persone, o a generare delle visioni quasi mistiche. Non erano una visione, invece, gli scorpioni conservati sotto vuoto in piccoli cilindri di vetro, e appoggiati dietro una delle casse. Mi fermavo spesso a fissarli, incuriosito. Nessuno, e sottolineo nessuno, era mai riuscito a dirmi chi li avesse portati lì.

Da quando ero divenuto avvocato, l’attesa era leggermente più breve perché potevo godere di una corsia preferenziale, un atto di cortesia per restituire alla professione un po’ di dignità rispetto alle segretarie e ai numerosi faccendieri che orbitavano attorno a quell’ufficio. Quel giorno, quando chiamarono il primo numero del nostro sportello, ebbi anch’io una visione. Una donna di una bellezza esagerata e appariscente, mora, con i capelli corvini e messi elegantemente in piega, gli occhi color nocciola e provocanti, il rossetto lucido e scarlatto, che indossava un tailleur blu elettrico con una gonna corta, decisamente sopra al ginocchio. Rimasi a bocca aperta, anche gli altri colleghi maschi commentarono compiaciuti, come se la conoscessero già.

– Hai visto Teresa? Ora gira pure dalle parti dell’UNEP!

– Finora l’avevo vista solo a Piazzale Clodio e a Piazza Cavour, in Cassazione…

– Eh, ma lei si sta allargando, ha una marcia in più! Anzi, direi due…

Non m’importava nulla delle sgradevoli e scontate battute degli altri. Volevo conoscerla, un’avvocatessa della mia età, così bella e appariscente…chissà quanti uomini aveva ai suoi piedi! Il pensiero della competizione mi bloccò a due passi da lei, proprio mentre lei aveva sbrigato la sua pratica allo sportello.

– Voleva dirmi qualcosa?

– No…no, mi scusi. A…a che numero siamo arrivati?

– Oh, non saprei. Anzi, visto che io ho finito, perché non prende il mio?

Me lo porse, e vidi che era il numero uno. Non aveva fatto la fila? Non feci in tempo a riflettere visto che, mentre lei spariva lungo il corridoio, le persone dietro a me iniziavano a rumoreggiare. Guardai di fronte a me, l’impiegato del tribunale già stanco dopo cinque minuti di lavoro, circondato dai tipici cartelli che si trovavano appesi all’ufficio notifiche: “LO SO!”, oppure “Calma! Prima di tutto, calma!”. Toccava a me, per la prima volta nella mia vita ero il primo.

Sbrigai il tutto in dieci minuti, alle otto e quaranta ero già fuori. Non credevo ai miei occhi, andai a farmi un giro perché non avevo udienze prima delle undici. Chissà dove lavorava quella Teresa. Non l’avevo mai vista prima, ma sembrava godere di una certa fama. Mi allungai da Castroni, in via Cola di Rienzo, e ritrovai Andrea.

– Niente da fare dal giudice di pace…ovviamente ha ben pensato di non presentarsi! E tu? Hai desistito all’UNEP? In effetti te l’eri presa troppo comoda per combinare qualcosa da quelle parti…

– Non ci crederai, ma ho già fatto tutto!

– Ma no…

– Sì, una collega, una tal Teresa mi ha regalato il suo numero…ed era il numero uno!

– Teresa? Quella Teresa?

Anche Andrea ne aveva sentito parlare. Tutti gli uomini la notavano, ovviamente, ci scambiavano due parole, ma nessuno era mai riuscito ad avvicinarla sul serio, a conoscerla per bene. La curiosità, a questo punto, mi stava divorando, e feci una follia, quando nel pomeriggio mi recai a studio. Andai sul sito dell’ordine degli avvocati di Roma, e mi misi a cercare tutte le colleghe di nome Teresa. Ogni volta che avevo una corrispondenza, mi fiondavo su Facebook per vederne le foto. Persi tutto il pomeriggio, ma non trovai nulla su quella Teresa.

Una settimana dopo, era di nuovo tempo di fare una capatina all’Ufficio Notifiche. Feci clamorosamente tardi, però, e arrivai in via Giulio Cesare soltanto alle nove passate. Entrai nell’ufficio, ma non c’erano più numeri disponibili, sarei stato costretto a rimandare quella scocciatura. Quando me ne stavo per andare, vidi entrare Teresa, bella e curata come l’altra volta. Le sorrisi, e lei ricambiò, infondendomi un po’ di coraggio.

– Buongiorno! Oggi non ha un numero fortunato per me?

– Scusi…Ci conosciamo?

– Sì…la scorsa settimana mi diede un numero per la fila avvocati.

– Oh, non ricordavo…Comunque no, oggi non ho nessun numero…

Mi lasciò basito davanti alla porta aperta. Una delle guardie giurate, stranamente solerte e aitante, le si avvicinò quasi a controllare come stesse e poi la scortò fino allo sportello. Il quadro si fece chiaro, e iniziai a urlare:

– Chi è il prossimo per la fila avvocati??

– So…Sono io!

Era il tizio che amava fare i mucchietti. Teneva avvinghiate le cartelline al petto e alzava il braccio con il numero in mano con la forza della disperazione, come a voler convincere tutti i presenti su quel che affermava. Magari avrebbe voluto che fosse così semplice anche fare l’avvocato.

– E allora perché quella signorina sta iscrivendo una notifica allo sportello?

Tutti si girarono verso Teresa e la guardia giurata, come se li vedessero soltanto ora. Mi avvicinai allo sportello, l’impiegato annoiato ora mi fissava terrorizzato.

– Non è il turno della signorina!

– Ma a lei cosa gliene importa, scusi…non è neanche in fila!

La guardia giurata mi fissava sprezzante e sarcastico, ma non mi feci intimorire dalla pistola nella fondina e dai modi arroganti. L’avvocato romano può tollerare i clienti che pagano regalando quadri autografi oppure imbiancando casa, ma gli si iniettano gli occhi di sangue quando qualcuno fa il furbo in fila. Mi rivolsi all’impiegato, che stava comunque terminando in fretta e furia la pratica di Teresa.

– Ha chiesto il tesserino alla signorina? Lo sa che questa fila è riservata agli avvocati?

L’impiegato non proferì parola, ma indicò il cartello “LO SO!”, alla sua destra.

– La vuole smettere d’importunare? Ecco il tesserino che le interessa tanto! – Teresa lo estrasse dalla borsa, e la guardia giurata me lo mise sotto al naso. Fui abbastanza rapido da afferrarlo prima che quel borioso ritraesse il braccio. Lo aprii e, sorpresa, non c’erano né i dati, né tantomeno la foto di Teresa, bensì di un certo Gaetano, collega brizzolato e ultra-sessantenne.

– E costui chi sarebbe? La signorina finge di essere avvocato per non fare la fila canonica?

Guardai l’impiegato, che era tornato impassibile, e che mi indicò il cartello “Calma! Prima di tutto, calma!”, alla sua sinistra. I colleghi, però, si erano tutti indignati e inferociti. Era riemerso l’orgoglio di chi si era dovuto sorbire anni di studi, praticantato ed un esame di Stato da girone infernale. Teresa finì quel che doveva fare, ma fuggì subito dopo, rossa come un peperone, mentre tutti la insultavano. Anche la guardia giurata era meno baldanzosa del solito, e tornò fuori, al suo posto.

Scoprii qualche tempo dopo che Teresa lavorava per una di quelle agenzie che sbrigano le pratiche per gli avvocati, e che in cambio di altri favori aveva sempre il nome iscritto in cima a tutte le liste dei tribunali. Ne faceva tanti, di “favori”, Teresa, riusciva anche ad avere le soffiate giuste sulle prossime aste immobiliari. Aveva già comprato e venduto una manciata di appartamenti, e ne gestiva un’altra decina in affitto.

Domenica al Centro (Commerciale)

– Ragazzi, è arrivato vostro padre! Siete pronti??

Angela gridava, gridava sempre. Eppure il trilocale in cui viveva con i nostri figli non superava i sessanta metri quadrati. Le sue urla avevano accompagnato il crepuscolo del nostro matrimonio, e mi mettevano tuttora i brividi. La vedevo una volta ogni quindici giorni, non ero più abituato. – Ti offrirei un caffè, ma sto preparando il pranzo…

– Non preoccuparti, andiamo via subito.

Il pranzo lo stava preparando per due persone, lei e Salvatore, il tizio con cui si frequentava da un po’. Anche se in quel momento era assente, notavo molte tracce della sua costante permanenza nell’appartamento che avevamo acquistato con grandi sacrifici: la Playstation collegata al televisore della sala, ad esempio, oppure la sacca da golf poggiata sul balcone della cucina, affianco alla caldaia.

– Non distrae i bambini dai compiti, quella console sempre a disposizione?

– Ma no…li teniamo sempre sott’occhio, quando studiano! 

Li “teniamo”, aveva detto. Pagavo l’alloggio anche per l’amichetto di Angela, ed ogni volta che passavo a prendere i bambini, lei faceva di tutto per farmi sentire un ospite. Un ospite indesiderato. Ci pensarono i bambini, a tirarmi fuori dall’imbarazzo. Nonostante tutto quel che era successo, loro mi volevano bene, e non vedevano l’ora di passare la domenica con me. Christian aveva nove anni, Federico sei. Ci sentivamo quasi sempre al telefono, e non mi avevano mai fatto pesare il fatto di essere, volente o nolente, una presenza poco assidua nelle loro vite.

Era proprio bella la zona dove vivevano, e dove una volta abitavo anch’io. Via Angelo Emo, alle porte di Prati e del Vaticano, in una palazzina in cortina con affaccio riparato dall’incessante traffico di chi si divide tra ufficio, shopping e visite spirituali. Io ero tornato a stare dai miei, a Montesacro. Non potevo permettermi nulla di meglio, tra il mutuo della casa e gli alimenti per i bambini.

– Papà, dove andiamo oggi?

– Andiamo al Parco.

– Ancora? Ma ci siamo già stati un sacco di volte!

– Non vi siete divertiti?

– Sì…ma gli altri nostri amichetti oggi vanno allo zoo. Perché non ci andiamo anche noi?

– Lo zoo è lontano…

Presto Christian sarebbe diventato abbastanza grande per capire che lo zoo di villa Borghese non era più lontano del Parco dove li portavo io. Non si trattava di un’area verde, bensì di Parco Leonardo, il centro commerciale sulla Roma-Fiumicino. Un posto dove non ti facevano pagare l’ingresso, a differenza dello zoo.

Attraversai Villa Pamphili e Monteverde Nuovo con una rapidità che soltanto il traffico domenicale concedeva. Una volta immesso sull’autostrada che collegava l’area urbana all’aeroporto, l’andatura divenne ancor più spedita. Ricordavo questo percorso sin da quand’ero ragazzo e andavo a mangiare il pesce con gli amici. Era assai più desolato ma meno desolante di adesso. Nuovi quartieri erano spuntati qua e là, a ridosso del GRA. Villini a schiera color ocra, vialetti intonsi, di un nero lucido come l’asfalto fresco. Avevano nomi affascinanti come quelli di un casolare della campagna senese, e una verginità che richiamava alla finzione di un set cinematografico.

Parco Leonardo si stagliava, con la scritta ben in evidenza, dopo una rotatoria che collegava la via Portuense all’uscita dall’autostrada. A differenza del sabato pomeriggio, la domenica a pranzo ti potevi permettere di parcheggiare a cielo aperto, nei pressi del vialetto. Non c’era soluzione di continuità tra le parte abitativa e quella commerciale. Potevi scendere le scale di casa e ritrovarti dentro l’ennesimo negozio di intimo in franchising. I marciapiedi alternavano ricche fioriere a grate metalliche dalle quali potevi vedere le macchine parcheggiate nel sotterraneo. Gli appartamenti erano costruiti secondo i canoni dell’edilizia moderna, con ampi terrazzi dove non vedevi mai nessuno affacciarsi. Non doveva essere invitante, in fondo, affacciarsi davanti all’ingresso di un centro commerciale.

– Papà, ho fame…

– Stiamo andando a mangiare, Federico…oggi cosa preferite?

– Andiamo al Mac!!

– Ancora? Guardate che ci sono altri posti dove mangiare…potremmo prendere un trancio di pizza, ad esempio.

– No, vogliamo il Mac! Mamma non ci porta mai…

parco-leonardo

– Va bene, però che rimanga un segreto tra noi…sia il Mac che il Parco.

Angela disprezzava i centri commerciali e il fast food. Non che io li amassi, ma erano accessibili e condensavano in un solo luogo tutto quello che una famiglia potrebbe scegliere di fare, la domenica. Essendo chiusi, non dipendevano dalle condizioni meteorologiche, e avevano l’aria condizionata. Passeggiando tra le vetrine di Parco Leonardo, avresti potuto trovarti in qualsiasi altra parte della città, in qualsiasi altra parte del mondo. Niente, in quel posto, rendeva riconoscibile Roma, se non la parlata delle persone che lo frequentavano. Era un non-luogo, di quelli che avevano tappezzato l’area metropolitana negli ultimi quindici anni, figli di piani regolatori traditi e di promesse mantenute al palazzinaro di turno.

Dopo il pranzo al Mac, ci recammo in uno dei negozi di elettronica. Lì permettevano ai ragazzini di testare i titoli per le console, quindi potevo evitare di spendere altri soldi in sala-giochi. Christian sembrava molto a suo agio, guidava l’Italia alla vittoria del Mondiale di calcio.

– Sei bravo, figliolo.

– Ho già questo gioco, a casa.

– Davvero?

– Sì, me l’ha regalato Salvatore.

Ci rimasi male, ma non commentai. Mi ero perso Federico, che era uscito dal negozio e si era fermato davanti alla piazzola del piano dove era allestita un’area per i bambini, che vi festeggiavano i compleanni. Federico aveva iniziato a giocare con quello che sembrava proprio essere il festeggiato di turno, un bambino grossoccio che indossava una tuta azzurra e teneva una mano costantemente dentro una busta di patatine fritte.

– Federico, che fai qui…vieni, vieni da Christian che sta giocando ai videogame…

– No papà, sto qui alla festa…

– Ma la festa di chi? Non conosciamo queste persone…

– Sì, lo conosco…lui è Ciro!

Ciro si era avvicinato a Federico, avvinghiato alla sua busta di patatine. Aveva i capelli castano chiari, con gli occhi celesti, la carnagione olivastra e lo sguardo furbo. Sembrava della stessa età di Federico, o giù di lì.

– Lasci pure suo figlio! Ciruzzo mio è contento di farsi nuovi amichetti!

Anche la madre di Ciro era sovrappeso e indossava una tuta che le stava molto larga di maniche, ma non riusciva a camuffare la grossa pancia che la nascondeva ai suoi interlocutori. Volle stringermi la mano, ma non intesi il nome.

– Avete organizzato la festa qui al Centro?

– Sì, sì…veniamo spesso da queste parti, e anche i genitori degli altri bambini sono frequentatori. In questa maniera possono lasciare i figli alla festa, mentre loro vanno a farsi un giro per i negozi. Comodo, no?

Lasciai Federico per tornare ad occuparmi di Christian nel negozio di elettronica. Mi vergognavo un po’, ero il classico genitore che parcheggia i figli durante il weekend, con l’aggravante che io li vedevo soltanto durante il weekend. Desiderai fortemente quel benessere che mi avrebbe permesso di essere uno di quei padri-modello che fanno sport, che condividono e discernono con i figli. Invece mi ero perso per strada, affossato da un divorzio di cui, seppur equamente colpevole, sembravo essere il solo a pagare.

Christian stava dando gran prova di sé, alla console. Si era giunti al punto in cui gli altri ragazzi, ma anche alcuni adulti, si erano messi in fila per sfidarlo. E mio figlio li vinceva tutti. L’orgoglio del padre terminò quando mi accorsi che Angela era entrata nel negozio. Non era sola, c’era un uomo con lei. Doveva essere il famigerato Salvatore. Basso, tarchiato, con indosso una polo troppo attillata per il fisico che aveva, Salvatore si faceva largo tra gli scaffali, commentando alcuni prodotti assieme alla mia ex-moglie.

Per anni, Angela aveva protestato alle mie proposte di andare al centro commerciale. Ricordavo le sue sbuffate, i lunghi e imbarazzanti silenzi, la totale assenza d’entusiasmo. A dir la verità, gli ultimi tre anni del nostro matrimonio erano stati un lungo, imbarazzante silenzio, interrotto soltanto dalle urla di Angela. Non avevamo saputo gestire e curare il nostro rapporto, eravamo stati travolti dai figli e dalla banalità della routine. Avevamo sbagliato, ma pagavo soltanto io. Lei aveva un nuovo compagno, i nostri figli, io avevo i conti da saldare, non avevo più una vita privata e lavoravo soltanto per pagare.

Angela uscì dal negozio di elettronica. Decisi di seguirla. Teneva quella sua camminata svelta, passi frequenti staccati dalle gambe corte, solo parzialmente celate da dei tacchi vertiginosi. Si curava molto, Angela, non ero sorpreso che si fosse trovata qualcuno in poco tempo. Era la classica donna che non riesce a star sola, e che ha bisogno di un uomo che la assecondi. Non badava alle qualità umane, faticavo a ricordare i motivi per cui aveva deciso di stare con me, ricordavo perfettamente il motivo per cui non stavamo più assieme. Non la assecondavo più.

Ci vollero un paio di minuti prima che Angela individuasse, nella bolgia di ragazzini che si rincorrevano lungo le vetrine, nostro figlio Federico. Lo trattenne per un braccio, mentre lui cercava di divincolarsi e urlava, come posseduto dallo stesso spirito della madre.

– E tu che ci fai qui?

– Sono alla festa di Cirooo!!  

Mi avvicinai.

– Ciao, Angela.

– Ciao! Li vedi ogni due settimane, ma non perdi comunque tempo a lasciarli con degli sconosciuti! Bastava dirlo, che non ti andava di tenerli…sarebbero venuti con noi!

– Sì, ho notato la tua recente passione per i centri commerciali. Comunque, non ho lasciato Federico con degli sconosciuti, ma con il suo amico Ciro e la sua famiglia.

– Ma chi è questo Ciro?

– E’ lui. – Indicai il bambino, che mi fissava come un ebete e continuava a ingurgitare patatine fritte come se non ci fosse un domani.

– Ciruzzo, stai disturbando i signori?? Jamm bell ja, che c’è la torta con la candeline!

La madre di Ciro si era appropinquata, e ci fece un cenno d’intesa, al quale soltanto io risposi. Angela mi voltò le spalle, prese Federico per la mano, e lo trascinò dentro al negozio d’elettronica, come se non esistessi. La seguii, e dentro al negozio assistetti ad una scena piuttosto fastidiosa. Salvatore stava sfidando Christian alla Playstation, e l’aveva appena battuto per 2-1. Notai la delusione negli occhi di mio figlio. Il bastardo, invece, sogghignava contento come un ragazzino.

– Christian, ti devi allenare ancora un po’, a casa! Angela chiamò a sé anche Christian, ma Salvatore aveva deciso di giocare ancora, e iniziò a sfidare altri passanti, ragazzini e adulti. Vinceva sempre, e sfotteva pure. Sembrava la versione adulta, si fa per dire, dei bulletti da sala giochi che avevo conosciuto durante la mia infanzia. Angela era scocciata, lo notavo dalle fossette che le si formavano intorno alla bocca, rivolte verso il basso. Avrebbe voluto sfogare la sua frustrazione urlando contro di me, ma non glielo permisi. Era il mio turno, infatti. Volevo giocare contro quello sbruffone.

Era una vita che non mi cimentavo con i videogame, ai miei tempi ero stato un campioncino con i vari Kick-Off e Sensible Soccer. Il numero uno della scuola, nientemeno. Non conoscevo i giochi attuali e mi barricai nella mia metà campo, spazzando la palla a caso, non costruendo alcuna azione e riempendolo di falli. Salvatore pigiava freneticamente i tasti del suo controller, ma gli concessi al massimo tre tiri in porta, senza nessun goal. Andammo ai rigori, avevo visto in precedenza la tecnica per tirarli e non ne sbagliai uno. Salvatore prese invece una traversa, come Trezeguet ai mondiali del 2006.

A Christian tornò il sorriso. Qualche giorno dopo, la maestra gli fece scrivere un tema sulla sua domenica. Lui puntualizzò che il papà aveva sconfitto l’amichetto della mamma.

L’accollo

– I biscotti sono finiti?
– Si, scusa…erano gli ultimi. – Checco non mi aveva nemmeno guardata in faccia, puntava gli occhi fuori dalla finestra, rimirando un panorama che non esisteva, ingabbiato in un cortile condominiale.
– Senti, ma hai usato di nuovo la mia tazza?
– Perdonami…sai, Chiara non ne ha una, prende soltanto il caffè a colazione.
Checco era in mutande, sdraiato sul divano che avevamo nella cucina comune. Era perfettamente a suo agio, come se fosse stato a casa sua. Ma quella, non era casa sua. Da qualche mese me lo ritrovavo tutte le mattine li. Era il mio accollo, Checco. A Roma si dice così, quando qualcuno estremizza i vincoli di un rapporto, e ti si appiccica addosso togliendoti anche il respiro.
Il bello era che Francesco, Checco per gli amici, non era il mio ragazzo, ma si frequentava con Chiara, una delle mie tre coinquiline. Avevano però un concetto un po differente del termine “frequentarsi”: Checco usciva solo con Chiara, mentre Chiara aveva appuntamenti anche con altri ragazzi.
Non capivo se Checco avesse subodorato qualcosa, fatto sta che tutte le volte che lei latitava, lui restava nei paraggi, e spesso e volentieri la sottoscritta se lo doveva sorbire.
– Stai uscendo?
– Si, vado a fare un po di spesa e poi a lezione.
– Posso accompagnarti? Chiara ancora dorme, e non si alzerà prima di due ore.
– Come vuoi…
M’infilai una maglia e un paio di jeans, presi la borsa con i libri e uscimmo di casa, su via dei Campani. Era una lunga strada che portava verso lo scalo di San Lorenzo, e da cui si poteva osservare la grigia maestosità della Tangenziale. Forse era per tale motivo che l’affitto di quel quadrilocale ci era costato relativamente poco, trecento euro a testa.
Ad ogni modo, in cinque minuti arrivammo nel cuore del quartiere, a largo degli Osci, dove c’era il mercato giornaliero permanente, a due passi dalla zona della movida, quella racchiusa tra via dei Volsci e Villa Mercede. Checco mi seguiva due passi dietro, come un cagnolino, caracollando nei pantaloni attillati color cachi e dandosi un contegno dietro a degli occhiali da sole che nessun’altro, quel giorno, aveva deciso d’indossare.
– Guarda che bei fichi maturi!
– Non è ancora il momento, vengono dal Cile…non vedi quanto costano?
Checco mi fissava con una specie di broncio infantile che sembrava ancor più buffo, dietro quella barbetta da hipster che nelle intenzioni doveva renderlo più misterioso. Non era tipo da offendersi, però. Aveva una vita facile e poco di cui crucciarsi. Quando non stava a casa nostra, Checco abitava con i genitori, entrambi avvocati, vicino Piazza del Popolo. Uno studio ben avviato e di prestigio lo attendeva, quando si sarebbe deciso a terminare, con molta calma, gli studi di giurisprudenza.
Insomma, Checco era di bell’aspetto e benestante, e qualche difetto doveva pur averlo. Era un accollo, e faticai parecchio per non trascinarmelo a lezione. Mentre eravamo al mercato, Chiara s’era svegliata ed era andata a fare shopping, guardandosi bene dall’avvertirlo. Lo trattava proprio come uno fantoccio.
Dopo l’Università, mi ritrovai al Bar Marani per un aperitivo con Giada e Veronica, le altre due ragazze che dividevano l’appartamento con noi. Bevevamo tre spritz nel piccolo portico esterno, come al solito.
– Che fine ha fatto Chiara? Oggi neanche a lezione…
– Chiara non la conta giusta…da quel che ho capito, si sta vedendo da un pezzo con un altro…e lui non ne sa nulla! – Giada puntò platealmente il dito verso Checco, che sedeva da solo in fondo all’angolo, dando noi le spalle. Non credetti a me stessa, ma mi fece pena.
– Poveretto, deve essere proprio cotto per non vedere…perché non lo facciamo sedere con noi?
Veronica mi fulminò con gli occhi.
– Sei pazza, per una volta che non ce l’abbiamo tra i piedi! Anzi, cerchiamo di svignarcela, prima che se ne accorga!
Rientrammo in casa, cenammo leggere con dell’insalata, e poi ci preparammo per andare a ballare. Da quando mi ero trasferita dalla Calabria, all’inizio dell’anno accademico, San Lorenzo mi aveva avvolta con i suoi usi e i suoi luoghi, e non mi lasciava andare più via. Il quartiere dava ospitalità alla mia vita diurna e notturna, e di rado mi recavo altrove, se non a Termini a prendere il treno, per tornare dai miei.
Alcuni giorni passarono, senza mutamenti della mia routine. Iniziai a trattare meno bruscamente Checco, anche quando usava le mie cose per la colazione. Ero decisa, anzi, a fare due chiacchiere con Chiara su questa situazione, soltanto che non riuscivo mai a vederla. I nostri orari non s’incontravano, nel senso che io facevo la vita di una studentessa universitaria, lei…non sapevo. Dopo la colazione, il più delle volte Checco abbandonava il divano, tornava nella camera di Chiara, si rivestiva e andava a fumarsi una sigaretta sul balconcino della cucina. Era veramente piccolo, due metri per uno, e la metà era occupata da una casupola, eredità dei primi decenni del Novecento, quando il gabinetto in casa, a San Lorenzo, non l’aveva nessuno.
Il cortile era silenzioso, la mattina. Dal terzo piano potevamo sentire a malapena i colpi di ramazza che il portiere dava al pavimento.
– Come va con Chiara?
– Al solito. Non t’eri mai interessata del nostro rapporto, sinora…
– Scusa, non volevo impicciarmi. Ti vedo sempre così solo…
Checco sorrise.
– Non sono solo.
– Allora va bene così. Ma sappi che spesso, quando le cose non vanno bene, non bisogna insistere con le persone…bisogna lasciarle andare.
– Mi stai suggerendo qualcosa?
– No. – Invece si.
Checco non ascoltò il mio implicito consiglio, qualsiasi cosa esso fosse, soprattutto alla luce di quel che accadde dopo. Erano passati circa dieci giorni da quella chiacchierata. Mi trovavo nel corridoio dell’Ateneo, tra una lezione e all’altra, quando vidi Giada affannarsi nervosa nella mia direzione. I leggins colorati si muovevano furiosi come i suoi occhi, e i lacci degli anfibi neri guizzavano da tutte le parti, seppur senza farla inciampare.
– Hai capito, quella stronza???
– Chi?
– Quella stronza di Chiara! Chi, sennò? 
– Che ha fatto?
– Vuoi sapere che ha fatto? Se n’è andata di casa! Da due settimane! E’ andata a vivere con il proprietario di quella discoteca dalle parti di Largo Preneste dove siamo state un paio di volte.
Rimasi a bocca aperta.
– Ma come? Come?
– Come? Ha traslocato quando noi eravamo fuori…senza dirci nulla! Mi ha chiamata la padrona di casa per avvertirmi che ha pagato metà mensilità…ora ci toccherà coprirla, prima di trovare un’altra ragazza! Che stronza!
Ero interdetta. Non tanto dal comportamento di Chiara, che non mi era mai sembrata un monumento di affidabilità.
– Scusa Giada…ma Checco? – Lei mi guardò sprezzante.
– Che vuoi che me ne importi di Checco, ora??
– Non hai capito…questi giorni, tutte le mattine, io ho continuato a ritrovarmi Checco in cucina a fare colazione…pure oggi!
– Oddio…
A questo punto fui io a innervosirmi. Presi il cellulare e composi il numero di Chiara.
– Pronto? Ciao, bella! – Non le era mancata la faccia tosta di rispondere come se nulla fosse accaduto. Aveva il solito tono di voce urlato e squillante di quando rispondeva in discoteca a decine di telefonate di amici o presunti tali.
– Chiara, cos’hai combinato?
– Eh, Giada ti ha detto, vero? Scusami, ho fatto un vero casino…non puoi capire come mi sento! Però con Lui, con Lui…sto vivendo un vero sogno! E non ci sto capendo nulla!
– Me ne sono accorta! A Checco lo hai detto?
– Come no! E’ stato il primo a saperlo, ancor prima che traslocassi! Siamo amici da un pezzo, noi! Non devi preoccuparti!
Chiusi la conversazione. Respiravo sempre più a fatica. Con chi avevo diviso molto del mio tempo libero, negli ultimi mesi? Qualcuno che mi era apparso dapprima noioso, poi mi aveva suscitato tenerezza, alla fine anche un po di simpatia…e se invece si trattasse di un tipo pericoloso, uno stalker o un serial killer?
– Giada, devo andare a casa a chiarire questa cosa…potrei trovarlo ancora li.
La mia amica aveva esaurito la carica rabbiosa, e ora sembrava soltanto preoccupata.
– Sei sicura? Non è meglio andare con qualche uomo?
– No, vado. Alle brutte, chiederò al portiere di salire con me.
Era il primo pomeriggio, quando gli anziani vanno a farsi la pennichella e il silenzio sembra attutire le palazzine e i loro abitanti. Un orario insolito per rincasare, ma non chiesi al portiere, che mi guardò incuriosito, di accompagnarmi. Feci la rampa di scale lentamente, cadenzando i passi, fino al nostro pianerottolo. Aprii la porta e imboccai il corridoio, attraversando le nostre camere. Mi fermai davanti a quella di Chiara, che appariva ancor più vuota, con quei soffitti altissimi e il finestrone alto due metri. Vidi una borsa da viaggio accanto al letto. Era di Checco. Notai anche un mazzo di chiavi sulla scrivania. Chissà se le aveva duplicate oppure se l’affidabile Chiara gliele aveva lasciate affinché le restituisse?
Mi diressi poi in cucina, e li trovai Checco. Era vestito, ma stava sempre sdraiato sul divano, a fissare un panorama che non esisteva. Si accorse della mia presenza, e mi osservò stupito.
– Come mai così presto a casa?
– Ho parlato con Chiara…so tutto.
– Capisco.
– Perché l’hai fatto?
– Perché io ti amo.
Si, Checco era proprio il mio accollo.